L'Italia è un Paese da sbloccare
di Altro Autore, pubblicato il 1 dicembre 2009
Mobilità sociale
In Italia i giovani senza lavoro sono ormai il 27%: i dati diffusi dall’Istat sulla disoccupazione non attestano solo gli effetti preoccupanti della crisi sul Paese, ma ripropongono il dramma di un Paese bloccato. Perché per i giovani italiani l’ascensore sociale si era già fermato prima della crisi. Come ha scritto Irene Tinagli nel rapporto di Italia Futura sulla mobilità sociale:

“In Italia gli studi e l'università non sono più un ascensore sociale significativo in quanto non garantiscono vantaggi tangibili in termini di carriera, a meno che non vi sia alle spalle una famiglia già avvantaggiata.

La probabilità che una persona il cui padre non abbia completato gli studi superiori riesca a laurearsi è tra le più basse d'Europa. Solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, contro una percentuale di oltre il 40% in Gran Bretagna e il 35% in Francia.

A differenza degli altri paesi, in Italia il tasso di disoccupazione dei laureati è pressoché pari a quello dei diplomati, e il salario di ingresso di un laureato è pressoché lo stesso di un diplomato. La situazione è aggravata dal fatto che questi inizi “rallentati” non vengono recuperati nel corso della carriera professionale.

Il fatto che la maggior parte dei giovani cresciuti in famiglie di uno status sociale più basso non completino gli studi e non arrivino alla laurea rappresenta un problema per la crescita del paese. Così si tagliano fuori dai processi di formazione più avanzati molti potenziali talenti, e in secondo luogo perché si innescano meccanismi che col tempo riducono ulteriormente la mobilità sociale.

Le uniche eccezioni sono rappresentate da quei giovani che possono capitalizzare non solo e non tanto sulla propria laurea, ma su quella del padre: un laureato in legge con un padre notaio o avvocato avrà ritorni ben diversi da chi ha un padre che ha fatto la terza media; un farmacista col padre farmacista potrà accedere ad opportunità migliori in tempi più rapidi e così via.

È per questo che in Italia si trasmettono di generazione in generazione non solo i beni e i redditi, ma anche le professioni. Il 44% degli architetti è figlio di architetti, il 42% dei laureati in giurisprudenza è figlio di laureati in giurisprudenza, il 40% dei farmacisti è figlio di farmacisti e così via, innescando una spirale negativa che non fa che aumentare l'immobilismo sociale del nostro paese e aumentare la sensazione di impotenza delle generazioni più giovani.

Quando un paese offre opportunità di affermazione legate principalmente ai meriti e alle competenze conseguite anziché al censo si mette in moto un potente meccanismo di mobilità sociale. In questo modo infatti si creano forti incentivi a perseguire percorsi di studio anche per i meno abbienti. In Italia questo meccanismo si è inceppato.

L'aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito, la diffusione della povertà anche tra chi lavora e tra le famiglie più giovani, la lentezza e le difficoltà con cui i giovani si affermano nel mondo del lavoro, hanno irrigidito la nostra società e tolto speranza e ottimismo a milioni di italiani, soprattutto tra le generazioni più giovani, che si sentono destinate solo a peggiorare la propria condizione sociale”.

Un Paese bloccato, che allontana i giovani migliori e non riesce a trattenere le sue risorse più brillanti.

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