Ringraziamo Greenpeace per aver inviato ad Italia Futura il questionario della campagna sull’energia. Tuttavia, su temi così rilevanti per la vita del Paese nei prossimi decenni non crediamo sia né possibile né serio rispondere con un semplice sì o no.
Non per essere ambigui o cerchiobottisti, ma perché riteniamo che, per molti dei 9 quesiti, le risposte vadano modulate e giustificate, anche alla luce delle strategie comunitarie.
Siamo sorpresi che invece altri leader abbiano risposto con 9 sì decisi, senza precisazioni, come si può verificare sul sito internet dedicato all’iniziativa: il Paese non ha bisogno di propaganda, ma ora più che mai di responsabilità.
Per parte nostra, consideriamo i 9 quesiti di Greenpeace un’occasione per fornire il nostro punto di vista ed insieme delineare la nostra visione:
Proponiamo una politica energetica di stampo europeo, che garantisca sostenibilità economica ed ambientale e sia motore di crescita e prosperità per l’Italia.
Ci impegniamo a rafforzare il contributo italiano ad un percorso europeo di ristrutturazione dell’approvvigionamento energetico, per renderlo sicuro, ambientalmente ed economicamente sostenibile e prevalentemente de-carbonizzato nel lungo periodo, come proposto dalla Roadmap europea al 2050.
Condividiamo l’approccio dei maggiori Paesi Europei, con governi di ogni parte politica, di programmare e gestire con freddezza e determinazione la lunga fase transitoria, sicchè l’ambizioso obiettivo venga raggiunto per gradi e dunque sia sostenibile e non comporti invece oneri eccessivi per le imprese ed i consumatori.
Crediamo inoltre che l’Unione Europea debba condividere gli obiettivi di lungo periodo con i maggiori Paesi sviluppati e con quelli emergenti (Brics); in questo senso sarebbe più opportuno concordare tappe intermedie verso il 2050 non con scadenze temporali predefinite, ma modulate sulla base di indicatori di sviluppo di nuove tecnologie carbon-free, in modo che la sostituzione sia il più possibile cost-effective.
Siamo convinti che la sfida della ristrutturazione energetica si vinca con l’innovazione; per questo in Italia serve un cambio di rotta, spostando risorse su un durevole e consistente programma di sviluppo e dimostrazione di tecnologie energetiche innovative, affiancato da misure di politica industriale che, promuovendo la crescita di filiere nazionali, muti la ristrutturazione energetica da costo a driver di crescita economica.
Il questionario di Greenpeace1. Fuori dal carbone. Il carbone è la fonte energetica maggiormente responsabile dei cambiamenti climatici e la più dannosa per la salute umana. Siete pronti a cancellare ogni progetto di nuova centrale a carbone, impegnandovi a dimezzare la produzione elettrica da carbone entro il 2020 e ad azzerarla entro il 2030? Nella
fase transitoria verso il 2050, i
combustibili fossili avranno ancora un ruolo importante, per garantire continuità della fornitura e costi di generazione sostenibili, come mostrano gli studi di scenario dell’Unione Europea.
Oggi nell’
Unione Europea il
carbone è la prima fonte per la produzione di energia elettrica con oltre il 30% del totale, la seconda è il
nucleare con il 27%, al terzo posto con una quota simile del 22-23%
gas e rinnovabili.
Carbone e nucleare sono i “muli” della generazione elettrica europea e garantiscono il servizio di base, a costi più competitivi del gas. Nel quadro del percorso virtuoso sopra delineato,
è irrealistico dimezzare ope legis entro il 2020 la quota da carbone ed azzerarla entro il 2030, specialmente per quei Paesi che hanno deciso di uscire dal nucleare, come la Germania, o di non rientrarci, come l’Italia.
Pensiamo tuttavia che per le
centrali a carbone in esercizio debba essere verificata la corretta applicazione delle più efficaci tecnologie di abbattimento delle emissioni inquinanti (NOx, SOx, particolato, ecc) oggi disponibili. E che
nuove centrali a carbone possano essere autorizzate solo se anche predisposte per l’installazione di
sistemi di cattura della CO2, quando questa tecnologia sarà commercialmente disponibile, accorgimento del resto previsto dalle direttive comunitarie.
Fissate le prescrizioni ambientali, e rigorose procedure di controllo per le stesse, sarà il
mercato a stabilire se al 2020 la produzione elettrica a carbone sarà in Italia maggiore o minore di quella attuale.
2. Cambiare i vertici di Enel. Fulvio Conti, Amministratore Delegato di Enel, prima ci ha provato col nucleare e adesso col carbone. Enel è una compagnia controllata direttamente dal Governo: il ministro del Tesoro è maggiore azionista e ne nomina il management. Il carbone di Enel causa in Italia una morte prematura al giorno e danni per 1,8 miliardi di euro l’anno. Il vostro governo cambierà i vertici di Enel per imprimere un corso nuovo e sostenibile alla sua strategia industriale? Il “carbone di Enel” non è peggiore del carbone delle altre grandi utility europee, che pure ne fanno largo uso (per esempio, in
Germania quasi la metà dell’energia elettrica è oggi prodotta con centrali a carbone e lignite e sono al momento in costruzione ben 11 GW di nuovi impianti a carbone e lignite; mentre in Italia la produzione a carbone copre circa il 14% del fabbisogno); al contrario, le tecnologie per la riduzione dell’impatto ambientale impiegate nei più moderni impianti italiani sono ritenute un benchmark in Europa e negli USA. Appare pertanto
poco credibile che in particolare in Italia rispetto al resto d’Europa vi sia un allarme ambientale da carbone. Le scelte industriali delle maggiori utilities al mondo debbono
rispettare le leggi degli Stati e coniugare gli interessi degli azionisti con la qualità della fornitura ai consumatori clienti. Le autorità indipendenti di controllo nei diversi Paesi dove Enel opera debbono fornire indirizzi chiari ed efficaci e vigilare che vengano rispettati.
Il Governo azionista ci auguriamo non intervenga mai, come auspicato dal quesito, per punire il “peccato di nucleare e di carbone”, ma solo in ragione dei risultati complessivi della gestione.
3. Allontanare le trivelle dalle nostre coste. Ammesso che si riesca a estrarre tutto il petrolio del nostro mare, questo equivarrebbe quantitativamente a poche settimane dei consumi nazionali. Una catastrofe ecologica come quella del Golfo del Messico sarebbe un colpo mortale al nostro turismo, alla pesca sostenibile, all’economia delle comunità costiere. Prenderete provvedimenti concreti, ponendo limiti territoriali severi, per allontanare le trivelle dalle nostre coste?
Le
risorse nazionali di idrocarburi possono soddisfare una quota minoritaria e limitata nel tempo del fabbisogno. Fornendo tuttavia un contributo nella fase transitoria in termini di
riduzione delle importazioni e di ritorni economici soprattutto alle popolazioni locali. È per noi inderogabile che le attività estrattive sia on-shore che off-shore vengano condotte con le migliori
tecnologie e procedure in grado di
minimizzare i rischi per l’ambiente e la popolazione; in particolare, quelle off-shore debbono rispettare le prescrizioni del
Regolamento comunitario “Safety standards for offshore oil and gas operations”.
4. Aumentare la fiscalità sulle estrazioni di greggio. I cittadini sono sommersi di tasse mentre le compagnie petrolifere che operano in Italia pagano royalties tra le più basse al mondo. Non è solo un attentato al mare: è anche un’offesa per gli italiani. Aumenterete la fiscalità e le tasse di concessione sulle estrazioni di greggio? Rivedere il sistema delle
royalties, in modo da aumentare i
benefici economici soprattutto per le popolazioni locali è una nostra priorità.
5. Aumentare l’efficienza dei motori. L’Italia continua a opporsi a Bruxelles alle proposte per una maggiore efficienza dei nostri veicoli: è un altro favore alla lobby petrolifera e ad alcune aziende automobilistiche. Con maggiore efficienza nei trasporti, che ridurrebbero dunque i consumi, è possibile evitare le trivellazioni a mare, in Italia come in Artico. Vi impegnerete ad aumentare i parametri di legge per l’efficienza dei veicoli in sede europea? È ben noto che la tecnologia dei
motori a
combustione italiani è tra le più efficienti. Non abbiamo interesse e non risulta che l’Italia si sia sinora distinta nell’ostacolare la definizione in sede europea di standard di efficienza e di emissioni dei motori a combustione interna, via via più impegnativi. Si deve riconoscere tuttavia che
l’industria nazionale non ha creduto e dunque non ha investito abbastanza nella propulsione elettrica ed ibrida plug-in.
Più in generale condividiamo l’obiettivo di migliorare molto l’efficienza complessiva del settore dei trasporti, e di ridurne le emissioni inquinanti specie nel contesto urbano, come elemento fortemente caratterizzante delle smart cities. Per questo occorre tra l’altro spingere sull’
elettrificazione dei trasporti pubblici urbani e sviluppare le tecnologie per l’auto elettrica.
6. Rimuovere le barriere burocratiche che affossano le rinnovabili, dare alle energie pulite priorità assoluta sulle fonti fossili. Bisogna eliminare gli ostacoli alla realizzazione degli impianti di energie rinnovabili come, ad esempio, esentare dall’iscrizione al registro GSE gli impianti fotovoltaici di piccola e media taglia. Siete d’accordo a una rimozione delle barriere burocratiche per le rinnovabili? E’ nostro obiettivo promuovere lo
sviluppo e la
diffusione delle
tecnologie a fonte rinnovabile, per la produzione di
biocombustibili, calore ed energia elettrica, a condizioni il più possibile cost-effective. In modo che nel lungo periodo (2040-2050) le fonti rinnovabili possano auspicabilmente
coprire una quota maggioritaria dell’approvvigionamento energetico nazionale, senza che nella fase transitoria che ci separa dal 2050, le imprese ed i cittadini italiani siano gravati da costi insostenibili.
Per questo nella
fase transitoria la
diffusione delle rinnovabili in tutti i settori degli usi finali di energia
va regolata in modo che il più possibile avvenga a condizioni di mercato, valorizzi tecnologie (per esempio, rinnovabili termiche, biocombustibili, ecc.) con più alta ricaduta sul sistema industriale nazionale e comporti oneri annui, derivanti da incentivi mirati, inferiori ad un tetto predefinito.
In particolare, per le
rinnovabili elettriche non si può purtroppo prescindere dagli
errori infausti (sostenuti da numerosi soloni ingenui o interessati ed ancora “in servizio”) di programmazione del recente
passato, dai quali ora discendono ingenti
oneri in bolletta: a fine 2012 in Italia gli incentivi alla diffusione delle rinnovabili ammonteranno a circa 10 mld € all’anno, di cui oltre 6.5 mld € per il solo fotovoltaico, a fronte di una componente energia che costa in tutto circa 20 mld €; cioè essi aggiungono alla bolletta una componente che pesa poco meno della metà del valore dell’energia elettrica effettivamente consumata.
Si tratta di costi annuali di contratti con validità lunga (20 anni nel caso del fotovoltaico) che costituiscono una
pesante zavorra per la programmazione futura.
Oltre a questo, occorre tener conto delle
caratteristiche tecniche delle diverse tipologie di rinnovabili elettriche, specialmente del grado di programmabilità della produzione: al crescere della potenza installata non programmabile si complica infatti la regolazione della rete e diviene via via più costoso garantire la
qualità dell’energia elettrica (tensione e frequenza), con conseguente aumento delle componenti tariffarie legate alla rete ed al suo bilanciamento.
Per cui è fondamentale che il contributo delle
rinnovabili elettriche non programmabili sia coordinato con l’ammodernamento e l’evoluzione della rete elettrica verso le così dette
smart grids.
Un’ulteriore criticità è che gli
incentivi di cui sopra
non sono serviti a promuovere una significativa crescita industriale, essendo prevalentemente a vantaggio di istallatori di tecnologie fotovoltaiche ed eoliche di importazione.
Siamo perciò convinti che sia urgente un
cambio di rotta,
spostando risorse dagli incentivi all’installazione ad un durevole e consistente programma di sviluppo e dimostrazione di tecnologie energetiche innovative, dall’efficienza energetica alla produzione di biocombustibili, elettricità e calore, in linea con le priorità della strategia europea, affiancato da misure di politica industriale che promuovano la crescita di filiere nazionali, in grado di offrire prodotti competitivi al mercato globale. Mutando così la
ristrutturazione energetica da costo a driver di
crescita economica e prosperità.Pertanto, riteniamo inevitabile che tutti gli strumenti e le modalità di sostegno alle fonti rinnovabili vadano ricondotti ad un quadro più sostenibile; il che richiede monitoraggio, programmazione, e pronta capacità di intervento, ove necessario. In una parola
ottimizzazione.
Siamo senz’altro per la
rimozione delle barriere burocratiche e per la semplificazione normativa in tutti i settori dell’economia, inclusa l’industria dell’energia, ma
non per l’abolizione dell’azione di coordinamento e di controllo, specie se necessaria per impiegare al meglio le risorse pubbliche e migliorare la competitività del sistema.
7. Investire nelle reti intelligenti. Avanzerete e sosterrete norme per favorire l’autoconsumo promuovendo lo scambio sul posto, sistemi di distribuzione chiusi (SDC) e sistemi efficienti d’utenza (SEU); e darete priorità di esportazione alla eventuale sovrapproduzione da rinnovabili – e non a
quella degli impianti a gas – adeguendo opportunamente le reti per la piena integrazione di solare ed eolico? Ribadiamo la necessità di una
maggiore integrazione delle rinnovabili elettriche con il mercato. È un processo che dovrà avvenire certamente per gradi, ma dal quale non si può prescindere e che è uno degli obiettivi della politica energetica dell’Unione Europea.
In questo quadro, il potenziamento dell’
autoconsumo attraverso lo sviluppo di reti locali può contribuire allo sfruttamento ottimizzato della capacità rinnovabile (la disciplina dei SEU risponde proprio a tale esigenza); al tempo stesso, il sistema chiuso deve farsi carico almeno in parte degli oneri addizionali derivanti dalle sue necessità di back-up e di accumulo nonché degli oneri generali di sistema (che devono essere necessariamente a carico di tutti i consumatori).
Quanto agli
scambi transfrontalieri, questi avvengono in base alle variazioni dei bilanci di potenza ed alle condizioni di mercato. È probabile, oltre che auspicabile, che i numerosi
impianti a gas presenti sul territorio nazionale, flessibili efficienti e programmabili, vengano chiamati nei prossimi anni a fornire
potenza di back-up a Paesi confinanti, in occasione di deficit di generazione da fonte rinnovabile. È anche possibile, ma meno controllabile, che
elettricità da fonte rinnovabile prodotta in eccesso nel nostro Paese venga esportata se il produttore saprà offrire prezzi competitivi.
Non ha molto senso parlare in questo contesto di “priorità delle rinnovabili sul gas”.
8. Una nuova fiscalità energetica. Servono linee di credito apposite a interessi agevolati e la garanzia di destinazione di una parte significativa dei fondi ETS alla realizzazione di nuovi impianti rinnovabili. Intendete detassare e consentire maggiore detrazione IVA per gli investimenti in nuovi impianti rinnovabili, dirottando sulle fonti pulite gli oneri di bolletta concessi alle energie sporche (CIP6) per ridurre il peso degli incentivi in bolletta? Aiuti di stato ad imprese che realizzino investimenti in tecnologie energetiche low-carbon sono consentiti e regolati da direttive comunitarie. Nel quadro dell’armonizzazione ed ottimizzazione delle misure di sostegno di cui ai punti precedenti, proponiamo la costituzione di
un fondo clima (che conceda crediti a tasso agevolato)
e la rimodulazione della fiscalità per le tecnologie low-carbon, come pure la destinazione della metà dei fondi ETS al finanziamento di progetti pilota e dimostratori integrati di tecnologie energetiche innovative (l’altra metà pensiamo vada destinata ad interventi di adattamento al cambio climatico).
Quanto al
CIP6 92, esso è un esempio di politica energetica che ha prodotto degenerazioni. Nel 2012 gli
oneri CIP6 ammonteranno a circa 1.4 mld €. Esistono infatti ancora contratti in essere, in parte rinegoziabili, ma non cancellabili d’ufficio.
La loro progressiva estinzione sarà una rara buona notizia per la bolletta elettrica. D’altra parte, poiché, come visto, gli incentivi alle rinnovabili nello stesso anno raggiungeranno i 10 mld €, ed il Ministero dello Sviluppo Economico prevede che cresceranno fino a circa 12 mld entro il 2015, non riteniamo opportuno aumentarli ulteriormente aggiungendovi la quota attuale CIP6.
9. Puntare sull’efficienza in tutti i settori. Siete d’accordo nel rendere obbligatorio in Italia – e non indicativo come oggi – l’obiettivo del 20% di efficienza in più al 2020? E’ nostra ferma intenzione
rimuovere tutti gli ostacoli di natura finanziaria,
burocratica e
normativa all’
implementazione di misure di efficienza energetica cost-effective.
In casi particolari, quando per esempio si voglia incentivare la diffusione di tecnologie specifiche, riteniamo debbano essere previsti
sconti fiscali o contributi in conto capitale. I settori di intervento vanno dai
trasporti (p.e., trasporto pubblico elettrificato, taxi ibridi plug-in o elettrici),
all’edilizia (p.e., retrofit di edifici industriali, residenziali, commerciali e pubblici, con produzione di acqua calda solare e pompe di calore), alle
pmi (p.e., motori elettrici ad alta efficienza ed uso di inverter, impianti cogenerativi in aree industriali ed artigianali), all’
illuminazione pubblica e privata (p.e., lampade efficienti e sensori di presenza) al recupero del calore di scarto da siti industriali, centrali elettriche, inceneritori, per teleriscaldamento.
Lo strumento delle Esco va potenziato e, valorizzando competenze già presenti negli enti pubblici, riteniamo vada istituita al più presto una
Esco per la pubblica amministrazione che permetta, per esempio, di dare corso alla prescrizione della
recente direttiva europea sull’efficienza energetica, in base alla quale, dal 1 Gennaio 2014, ogni anno il 3% degli edifici degli enti pubblici deve essere ristrutturato e portato almeno ai requisiti minimi previsti dalla direttiva sull’efficienza degli edifici.
La nuova direttiva lascia
ai Paesi membri il compito di fissare propri obiettivi indicativi di efficienza energetica al 2020, o in termini di riduzione di fabbisogno di energia primaria al 2020, rispetto al trend previsto nel 2005, o in termini di riduzione di intensità energetica, rispetto al livello del 2005.
Se si scegliesse la prima opzione, al 2020 la riduzione del fabbisogno di energia primaria sarebbe sostanzialmente conseguita per effetto della crisi economica. Riteniamo pertanto che
siano più efficaci interventi normativi e di sostegno che facilitino soluzioni cost-effective e consentano di raggiungere riduzioni significative di intensità energetica ed insieme crescita economica.