Oltre i partiti

Un esperimento da non sottovalutare

di Cesare Garofalo , pubblicato il 12 marzo 2012
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Nei giorni nostri quasi tutti credono che democrazia e libere elezioni siano legate in modo indissolubile. Questa credenza, falsa storicamente e concettualmente, è così radicata che ogni discorso diverso al riguardo deve affrontare fortissime resistenze.

La democrazia nasce ad Atene senza libere elezioni né partiti, ma basandosi quasi del tutto sul sorteggio casuale quale metodo di selezione dei rappresentati politici e degli amministratori pubblici. Questo metodo o varianti più complesse di esso furono usati in passato per molti anni in diverse città italiane come la repubblica di Venezia, Firenze, Parma, Bologna, San Marino, ma anche a Barcellona in Spagna e in Svizzera.

La crisi della democrazia rappresentativa è sotto gli occhi di tutti. Sono urgenti nuove soluzioni. Nella stampa italiana si comincia timidamente a parlare di demarchia come possibile uscita dalla crisi. Secondo i suoi sostenitori la democrazia statistica garantisce una reale rappresentatività della popolazione, assicura una minore corruttibilità dei decisori, spinge i cittadini a decidere a favore dell’interesse di tutti e non a vantaggio di interessi particolari e favorisce la partecipazione alla vita pubblica.

Questi punti di forza sono testimoniati dagli studi storici e di recente anche dagli esperimenti dei deliberative opinion poll (“sondaggi informati”) che dimostrano come della gente comune, estratta a sorte dalla popolazione in modo da formare una sorta di “minipopolo”, dopo essere stata adeguatamente informata su un certo problema, anche consultando tecnici ed esperti, sia capace di prendere delle decisioni ponderate come di fatto già avviene nei tribunali che impiegano le giurie popolari.

Un processo deliberativo radicalmente diverso da quello che si verifica quando sono presenti solo i partiti, i quali, nel migliore dei casi, hanno quasi sempre a cuore solo gli interessi particolari dei loro elettori di riferimento.

Oltre a quanto detto finora ci sono nuove evidenze a favore della selezione casuale che emergono dalla recente ricerca scientifica. Grazie ai computer infatti è possibile studiare il ruolo del caso nei processi naturali e sociali mediante degli esperimenti simulati i cui risultati sono sorprendenti. Solo due esempi.

Il primo esempio riguarda uno studio, insignito dal premio igNobel del 2010 per il Management, condotto da un gruppo di ricercatori italiani che hanno dimostrato che in un’organizzazione, sotto certe condizioni, la promozione casuale risulta una strategia vincente, superando in tal modo il famigerato “Principio di Peter” secondo il quale ogni bravo dipendente continua ad esser promosso fino a quando non raggiunge il suo più basso livello di competenza creando seri problemi all’organizzazione.

Il secondo esempio si riferisce ad un lavoro sviluppato sempre dallo stesso gruppo di studiosi che propone un modello computazionale di un’assemblea legislativa la cui efficienza migliorerebbe, per ragioni intrinsecamente quantitative, introducendo un certo numero di agenti indipendenti selezionati a caso .

Ecco un brevissimo resoconto dell’esperimento simulativo. In un piano di due dimensioni che rappresentano l’interesse personale del parlamentare e l’interesse per la collettività che ogni singolo provvedimento legislativo produce, nel bene e nel male, (il noto diagramma dell’economista Carlo Cipolla) vengono posizionati sia deputati di partito i quali saranno più addensati attorno al loro baricentro (l’ideologia del partito) sia deputati indipendenti.

Ogni deputato approverà solo le proposte che non ledano il proprio interesse personale o quello della collettività oltre un certa soglia, cioè sotto quella soglia non è disposto a “scendere”. Inoltre i deputati di partito voteranno sempre e comunque tutte le proposte dei loro compagni (disciplina di partito).

Il comportamento del sistema viene mediato su migliaia di simulazioni ed ecco la sorpresa: anche attribuendo ai partiti e agli indipendenti la stessa probabilità di essere onesti o meno, intelligenti o meno, l’introduzione di una certa porzione di deputati indipendenti in un’assemblea altrimenti fatta di soli partiti migliora la sua efficienza in termini di numero di leggi approvate e vantaggio collettivo raggiunto, per ragioni puramente quantitative.

Naturalmente un modello è una semplificazione di un processo reale e quindi bisogna essere prudenti. Per esempio è lecito dubitare del fatto che dei deputati indipendenti riescano a far fronte alle pressioni dei partiti. Forse sarebbe meglio separare i due tipi di decisori, chi propone (eletti) e chi approva (sorteggiati), questi ultimi possono essere stabili (seconda camera) o cambiare per ogni provvedimento (deliberative opinion poll). Ci sono varie possibilità.

Il lavoro di ricerca continua, ma credo che i risultati già ottenuti dagli studi succitati siano un positivo contributo alla causa della demarchia.


Leggi il dibattito su democrazia diretta e partecipazione

Docente a contratto di Sociologia Generale presso l'Università di Catania, si occupa di modelli matematici e computazionali per le scienze sociali e di metodologia ed epistemologia delle scienze socio-umane. Ha vinto il premio igNobel nel 2010 per il Management insieme ai colleghi Alessandro Pluchino e Andrea Rapisarda.


tag:  democrazia   partecipazione   sorteggio   efficienza legislativa  


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#3 da claudio maretto, inviato il 13/3/2012
Il pallino verde o il pallino rosso sul display della Camera e del Senato hanno un significato che va oltre la fredda approvazione o bocciatura. Infatti, ogni decisione politica presa singolarmente è circoscritta ed ha un raggio d'azione limitato, pur essendo essa la migliore possibile, in quanto se non è armonizzata con altre potrebbe provocare effetti indesiderabili. La politica ha proprio questa funzione: armonizzare tutte le decisioni in funzione di una particolare mission finale. Nella demarchia chi formerà adeguatamente i cittadini estratti a sorte? I formatori saranno imparziali o perseguiranno interressi personali o di parte? Le singole scelte saranno ispirate da una mission comune o perseguiranno finalità in conflitto tra loro? I pericoli insiti nell’attuale modello politico sono gli stessi che si potrebbero riscontrare in questo particolare modello di democrazia partecipativa. La politica non deve essere demonizzata ma, in particolar modo in Italia, necessita che ritrovi i valori e l’etica che hanno ispirato i padri costituenti della nostra Repubblica. Come dimostrato da studi sociologici, gli individui partecipano ad azioni collettive che perseguono beni collettivi se riceveranno anche incentivi selettivi o personali. Per ovviare a tali derive opportunistiche io proporrei di limitare a dieci ( come due legislature complete e non ripetibili !!! ) il numero degli anni di eleggibilità di un parlamentare. Una specie di spoils system americano dove ad ogni elezione vengono sostituiti la maggior parte dei manager che ricoprono cariche politiche e non. Questa ricambio parlamentare limiterebbe il perdurare di quelle lobbies politico-affaristiche tipiche della storia recente nazionale che hanno immobilizzato la società e la politica italiana .

#2 da Christian Penso, inviato il 13/3/2012
Troverei saggia una legge elettorale che lascasse vuoti tanti seggi quanti, in proporzione, sono i cittadini che non votano o non esprimono un voto valido. Riducendo le poltrone al ridursi del consenso si toccherebbe sul vivo la classe politica, incentivandola quanto meno a non disgustare i cittadini elettori (potremmo aspirare a qualcosa in più, ma intanto accontentiamoci). Gli interessantissimi spunti di Cesare Garofalo potrebbero essere utilizzati per integrare la proposta, ad esempio prevedendo che i seggi non attribuiti in seguito a voti espressi siano assegnati a rappresentanti popolari estratti a sorte tra coloro che non hanno fatto parte di alcuna lista.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 12/3/2012
Sia gli Editorialisti del Corriere della Sera (propugnatori di un bipolarismo dialettico fine a se stesso), sia i partiti politici, sia il filosofo Emanuele Severino (che non si è ancora espresso sulla presunta natura tecnocratica del Governo Monti) hanno dimostrato di non aver compreso che cosa sta accadendo realmente in Italia con il Governo Monti.
Esso è sì un “governo tecnico”, ma è appoggiato dai partiti politici, che lo fanno esistere.
La politica è sia l’arte del mediare tra interessi contrapposti, sia l’uso della tecnica al servizio dell’uomo (e non fine a se stesso, come vorrebbe Severino).
Per questo il Governo Monti esprime il vero concetto della politica, in cui il conflitto sociale non si realizza tra i partiti, ma è incorporato nella mediazione diretta tra le parti sociali, e la tecnica non realizza una disumana e alienante tecnocrazia, ma viene usata, con competenza (per cui ogni ministro non può esseree un semplice cittadino), per costruire la vera civiltà dell’uomo.
Essa è una meritocrazia, perché il conflitto sociale è essenzialmente per il potere, e il potere deve essere assegnato ed esercitato dai migliori, in tutti gli ambiti sociali, nello studio e nel lavoro. In questo senso oggi l’Italia va oltre la democrazia e la tecnocrazia, mostrando il volto umano della tecnica, e costituisce il futuro dell’Europa.



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