Il governatore della Banca d’Italia
Ignazio Visco ne ha parlato nel suo primo discorso al convegno Assiom-Forex; il
Sole 24 Ore gli ha dedicato un preoccupato speciale di più di quattro pagine nei giorni scorsi. Uno spettro si aggira per l’economia italiana. Il suo nome,
credit crunch ("stretta del credito") è rimasto per lo più ignoto al grande pubblico fino a questa crisi, ma è una vecchia conoscenza degli economisti.
Il credit crunch è generalmente definito come
una contrazione dell’offerta di credito indotta da una caduta della patrimonializzazione delle banche (“capital crunch”),
da riduzioni nella liquidità del sistema bancario, o talvolta da una più marcata avversione al rischio delle banche nel concedere prestiti.
-Il credit crunch e la quantità di credito: cosa insegna la storia economicaGli ultimi 20 anni forniscono lezioni importanti sulle conseguenze drammatiche che un credit crunch può avere sull’economia. In questi giorni si tende talvolta a delineare un parallelo tra il credit crunch che sta interessando l’economia italiana (a Dicembre 2011 un calo del 2.3% nei prestiti erogati alle imprese) e quello che ha investito gli Stati Uniti già a partire dal 2008.
Tuttavia non è questo probabilmente il parallelo più appropriato per comprendere le possibili conseguenze di un credit crunch nel nostro paese.
Gli Stati Uniti sono infatti caratterizzati da un sistema finanziario assai più variegato dell’Italia.
Anche se negli USA la crisi finanziaria ha interessato in maniera pervasiva vari segmenti del sistema finanziario,
un’impresa USA che si veda negare un prestito dalla sua banca di fiducia ha generalmente accesso ad una gamma di modalità di finanziamento più ampia di quella di un’impresa italiana.
In
Italia, il sistema industriale è caratterizzato da imprese in media più piccole che negli Stati Uniti e
molte imprese contano quasi esclusivamente sulla propria banca locale o su quella della provincia vicina per ottenere finanziamenti.
Poche imprese italiane sono quotate in Borsa ed emissioni di obbligazioni societarie sono effettuate solo da imprese grandi. Inoltre
la gamma di istituzioni finanziarie alternative alle banche è sensibilmente più limitata che negli USA.
Il parallelo più calzante con il credit crunch italiano è invece probabilmente rappresentato dal
credit crunch che investì i paesi del Nord Europa durante la loro crisi finanziaria dei primi anni ’90. Anche in quel caso si trattava di sistemi finanziari fortemente “bancarizzati”, con limitate alternative per le piccole e medie imprese svedesi, finlandesi e norvegesi rispetto ai prestiti negati dalle banche locali.
Ebbene, gli effetti del credit crunch furono impressionanti. Alcuni studi empirici della Banca di Finlandia trovano ad esempio che in Finlandia il credit crunch causò una
contrazione del volume di investimento delle imprese tra il 10 e il 15% tra il 1990 e il 1993
1.
Paradossalmente, quello che è stato presentato all’inizio della crisi nel 2008 come un vantaggio del sistema finanziario italiano – il suo essere un sistema tradizionale, diceva Tremonti, tutto imperniato su banche focalizzate su attività standard e quindi assai diverso dal sistema finanziario americano caratterizzato da una miriade di istituzioni finanziarie non tradizionali – può rappresentare il suo svantaggio in questa fase di credit crunch.
-Il credit crunch e la qualità del credito Un aspetto che spesso si tende a sottovalutare nel dibattito di questi giorni è che
un credit crunch può avere effetti significativi non solo sulla quantità di credito erogato, ma anche sulla sua qualità.
Scrive il Sole 24 Ore sulla sua prima pagina di domenica 19 Febbraio: “Le imprese dovranno cercare nuovi mercati, modificare i paradigmi tecnologici, capitalizzarsi con mezzi propri, ma l’importante è che nel frattempo non continuino a trovarsi di fronte il muro del “rifiuto”. Questo auspicio è ampiamente condivisibile, ma il ragionamento potrebbe essere ribaltato:
“Se si trovano di fronte al muro del rifiuto le imprese non potranno cercare nuovi mercati, modificare i paradigmi tecnologici, capitalizzarsi con mezzi propri.”
• Credit crunch e imprese dinamiche
Durante un credit crunch
le banche tendono sovente a penalizzare imprese giovani e innovative (specie le start-up), cioè quelle imprese che sono meno conosciute alle banche e che non possono esibire una lunga storia creditizia. Questo tende a deprimere la produttività dell’economia.
Un team di economisti del Massachussets Institute of Technology e delle Università di Chicago e San Diego ha trovato evidenza che durante il credit crunch del
Giappone durante gli anni ’90 le banche giapponesi in difficoltà canalizzarono i loro fondi verso imprese improduttive (“zombi”) a discapito di imprese produttive e dinamiche a loro meno note
2.
Ad esempio, nel settore dei servizi e dell’edilizia la decisione delle banche giapponesi di finanziarie imprese improduttive comportò
una caduta del tasso di investimento dell’11% e una caduta del tasso di crescita dell’occupazione tra il 4% e il 5% per le imprese più produttive.
• Credit crunch, export e internazionalizzazione delle imprese
Durante un credit crunch,
le banche tendono a penalizzare progetti e attività che comportano elevati costi fissi e lunghi periodi di gestazione. Oltre ai progetti innovativi, come si diceva, questi includono spesso gli investimenti finalizzati all’export e più in generale all’internazionalizzazione delle imprese. Iniziare ad esportare implica spesso elevati costi fissi da sostenere nella fase iniziale e richiede quindi grosse infusioni di liquidità.
I primi a cadere sotto la scure del credit crunch sono dunque proprio gli imprenditori più interessati ad espandersi nei mercati esteri. Uno studio elaborato all’Università di Michigan State utilizza dati sulle imprese italiane raccolti dal gruppo bancario Capitalia e stima che un’impresa manufatturiera italiana razionata nel mercato del credito tende ad avere una probabilità di esportare del 40% inferiore rispetto ad un’impresa non razionata
3.
Inoltre,
per un’impresa italiana già esportatrice, il razionamento del credito induce una contrazione del volume di export superiore al 38%. Lo studio trova anche che un’impresa esportatrice razionata tenderà a penetrare in un numero minore di mercati esteri, abbandonando in particolare le sue ambizioni di operare in mercati lontani dall’Italia come l’Estremo Oriente o il Sud America, e riducendo così le sue potenzialità di espansione. E tutti questi effetti risultano ancora più forti nei settori high-tech , cioè quelli in cui il nostro paese già arranca di più a livello internazionale.
Talvolta in questi giorni si sente affermare che le imprese italiane più internazionalizzate potrebbero comunque riuscire a reperire fondi presso istituzioni finanziarie dei paesi verso cui esportano o in cui operano. Tuttavia questo può essere di aiuto molto limitato nel credit crunch italiano.
I principali mercati dell’export delle imprese italiane continuano ad essere i mercati UE, anch’essi sotto la morsa del credit crunch data la dimenzione europea della crisi. Inoltre, le modalità di internazionalizzazione delle imprese italiane sono spesso ancora legate più ad export tradizionale che a joint ventures o ad investimenti diretti.
E’ soprattuto quando le imprese entrano in maniera più strutturale in mercati esteri che riescono ad entrare in contatto stabile con finanziatori esteri.
• Credit crunch ed efficienza allocativa
Un credit crunch significa
ridotta capacità dell’economia di riallocare le sue risorse verso le imprese più efficienti. Aubhik Khan e Julia Thomas dell’Università di Ohio State e Benjamin Moll dell’Università di Princeton hanno recentemente sviluppato analisi quantitative che mostrano come vincoli di credito più stringenti ostacolano fortemente il processo di riallocazione del capitale fisico (macchinari, impianti, strutture, attrezzature ecc.) da imprese inefficienti a imprese più efficienti.
4 Questi studi suggeriscono che
attraverso questo canale un credit crunch può fortemente deprimere la produttività dell’economia (notoriamente l’Italia già presenta un tasso di crescita della produttività modesto).
Un credit crunch può anche incidere fortemente sull’allocazione delle risorse tra settori. Alcuni settori sono più penalizzati di altri e questo può a sua volta trasformarsi in un meccanismo di amplificazione del credit crunch stesso. Ad esempio, la contrazione dell’offerta di credito può avere effetti fortemente depressivi sulle erogazioni di mutui, riducendo così la domanda di case. Gli economisti sottolineano come a sua volta ciò possa indurre una contrazione dei prezzi delle case, esacerbando ulteriormente il credit crunch.
5 -Ripartire dalle parole di ViscoIn conclusione,
il credit crunch non è solo un problema per il volume complessivo del credito ma anche e soprattutto per la qualità e l’allocazione del credito scarso. E’ quindi particolarmente appropriato il monito del governatore Visco che in questa fase “le banche devono svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito […] con acuita capacità selettiva.” La caduta dei prestiti osservata è in un certo senso solo l’aspetto più appariscente.
A rimanere vittima del credit crunch possono essere proprio quei motori (imprese innovative, efficienti, dinamiche, esportatrici) a cui l’economia italiana
guarda con speranza per uscire dalla crisi e rilanciare la sua crescita.
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1 Thomas Saarenheimo, 1995,
Credit Crunch Caused Investment Slump? An Empirical Analysis Using Finnish Data,
2 Caballero, Ricardo J., Takeo Hoshi, and Anil K. Kashyap, 2008, Z
ombie Lending and Depressed Restructuring in Japan, «American Economic Review» 98(5), 1943–77.
3 Minetti, Raoul e Susan Chun Zhu, 2011,
Credit Constraints and Firm Export: Microeconomic Evidence from Italy, «Journal of International Economics» 83(2), 109-125.
4 Khan, Aubhik e Julia K. Thomas, 2011,
Credit Shocks and Aggregate Fluctuations in an Economy with Production Heterogeneity, manoscritto, Ohio State University.
Moll, Benjamin, 2011,
Productivity Losses from Financial Frictions: Can Self-financing Undo Capital Misallocation?, manoscritto, Princeton University.
5 Kiyotaki, Nobuhiro e John Moore, 1997,
Credit Cycles, «Journal of Political Economy» 105(2), 211-48.