di Luisa GrionLa cultura è ricchezza, anche economica. Peccato che il governo nella sua opera di risanamento non sembra abbia intenzione di tenerne conto. E non si tratta solo di mancati investimenti - in calo da anni - o di storica carenza di strategia: serve un cambio di mentalità.
Ci sono poche cose da fare subito e c'è un luogo comune da sconfiggere: la cultura non è un costo, al contrario - in tempi di crisi - rappresenta una possibilità di crescita. Ecco perché Federculture (che rappresenta le aziende che operano nel settore) il Fondo ambientale italiano e l'Anci, l´associazione dei comuni, hanno lanciato un appello al governo Monti chiedendogli di fare alcune riforme (meno burocrazia, più agevolazioni fiscali e una spinta agli investimenti dal privato) e di cancellare alcune norme, inserite nel decreto sulle liberalizzazioni, che rischiano di dare al settore «un colpo mortale».
Volendo tradurre il discorso in cifre va detto che, nonostante la crisi, la cultura resiste. Produce il 2,6 per cento del Pil e occupa 1,4 milioni di lavoratori. Negli ultimi due anni ha subito un taglio degli investimenti pubblici per un miliardo di euro, ma nonostante la scarsità di reddito pesi sui consumi delle famiglie, la «domanda» del settore è aumentata nel 2011 di oltre il 4 per cento. Garantire l´offerta, sostengono gli operatori, è diventato arduo.
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