PA, la bufala delle troppe regole

Più responsabilità e meno formalismo

di Mauro Bussani , pubblicato il 28 gennaio 2012
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Il rapporto fra Pubblica Amministrazione e cittadino è reso complesso da molti fattori. Il linguaggio delle cronache si sofferma spesso, ad esempio, sui 'misfatti' di Equitalia, la sempiterna corruzione, le inefficienze della PA. Ma lo stesso linguaggio ama poi ricondurre, o affiancare, gran parte di questi problemi all’eccesso di normazione da cui l’Italia sarebbe afflitta. Si tratta di un argomento divenuto addirittura luogo comune. I luoghi comuni possono essere salutari, perché agevolano la comprensione di realtà complesse, oppure perniciosi, perché intralciano la soluzione dei problemi, velandone le cause effettive. Che sia quest’ultima la funzione svolta dal luogo comune sull’eccesso di regole è dimostrato da un dato e, soprattutto, dalla riflessione sui problemi reali dei rapporti fra noi e la PA.

Viviamo circondati da un numero di norme che, contrariamente a quanto si dice, non è superiore a quello degli altri paesi occidentali - cifre illuminanti vengono dai rapporti "Regulatory Reform" dell'Ocse, dove si tiene ovviamente in considerazione non il mero numero delle leggi, ma quello complessivo della normazione primaria e secondaria, nazionale e locale, dei vari sistemi. Eppure, quando si parla di semplificazione, di deregulation amministrativa, il ritornello è quello del numero di "lacci e lacciuoli". E’ un ritornello pericoloso per due motivi: perché spesso messaggero di una visione del mondo per cui ogni regola che limiti il proprio volere è un laccio o un lacciuolo; perché evita di cogliere i problemi che stanno al cuore dei malfunzionamenti dell’amministrazione.

Intendiamoci: il tema della semplificazione e del miglioramento della qualità della regolazione è avvertito ovunque. Da noi, tuttavia, ad essere inadeguata al secolo, al mondo e allo stesso paese in cui viviamo è non solo e non tanto la quantità delle regole da osservare, quanto e soprattutto la cultura dell’amministrazione. Il rapporto fra amministrazione e cittadini sembra modellato su un gigantesco "guardie e ladri", si veda a questo proposito anche l’editoriale di Alberto Stancanelli "Diminuire la diffidenza tra cittadini e pubblica amministrazione". E’ un gioco solo apparentemente egalitario, per l’indifferenza con cui tratta onesti e birboni, fannulloni e operosi, veri ricchi e veri poveri. E' in realtà un gioco molesto e costoso. E' poi un gioco che si consuma nell’atto stesso di stenderne le regole, è un ludus interruptus. È difatti un gioco essenzialmente antidemocratico nella cultura che ne sostiene lo svolgimento. In democrazia, non solo la responsabilità è individuale (e non presunta ex ante e di massa), ma dovrebbe essere saldo il principio per cui paga chi si accerta abbia sbagliato. Da noi chi sbaglia non sempre paga mentre, in termini di inefficienze subite e carichi burocratici esorbitanti, sempre paga chi semplicemente entra in contatto con l’amministrazione.

Questo mondo alla rovescia si deve certo alla diffidenza dello Stato nei confronti dei cittadini, il fattore "guardie e ladri", ma anche alla visione - diffusa e capillare - dell’applicazione delle sanzioni e delle regole come dipendente da un rosario di accordi particolari, più o meno trasparenti fra la PA e il cittadino, oppure come risultante di un più ampio patto sociale, che ammorba anche larghi settori del rapporto fra lo Stato e i suoi funzionari: ti pago poco/ti controllo poco; vi assumo in tanti anche quando non ce n’è bisogno o non siete produttivi, in compenso aspetto il voto. La cultura formalista prodotta nelle sale parto della cultura giuridica delle classi dirigenti, ossia le facoltà di giurisprudenza, assieme a lentezza e farraginosità del sistema giustizia, chiudono il cerchio.

Le vie d’uscita?

Di sicuro occorre sostenere la strada fin qui timidamente intrapresa dal governo Monti e tendente a disboscare gli adempimenti inutili e, in particolare, quelli che scaricano sul cittadino controlli di documentazione/prova burocratica che spetterebbero all’amministrazione.

Cruciale è poi metabolizzare la necessità di spostare competenze e risorse dalla fase della gestione ex ante a quella del controllo ex post del rispetto delle regole. Conseguentemente, essenziale è ribilanciare l’accertamento delle violazioni sulle difformità di natura sostanziale e non meramente formale. Quest’ultima è una delle operazioni più difficili da compiere. La cultura dell’amministrazione è pervasa dall’idea che è il controllo formale quello cui essa è tenuta, perché: a) conforme a legge, b) si basa in larga parte su quanto esibito e/o dichiarato dal cittadino e quindi impegna assai poco l’amministrazione, c) deresponsabilizza il funzionario il cui unico compito è confrontare prassi (talora auto-prodotte), modelli e moduli.

Il passo ulteriore dovrebbe sfruttare il riposizionamento delle risorse sul controllo ex post, per renderlo il più esteso possibile e munirlo di sanzioni effettive, capaci di esprimere non solo la riprovazione ma anche la capacità di deterrenza nei riguardi del privato, autore della violazione, così come degli uffici/funzionari improduttivi, perché non vigilanti o mal vigilanti nei confronti degli atti e delle condotte sottoposte alla loro attenzione.

Superamento del formalismo come fine in sé, cultura e pratica della responsabilità: sono questi i punti di partenza di quel circolo virtuoso capace di ribaltare la percezione, ma anche la sostanza del rapporto Stato-cittadini, e di sprigionare risorse verso un modello di convivenza e di crescita, sociale ed economica, non frenata, non abbruttita dalla piaga di un’amministrazione troppo spesso al servizio di se stessa.


Docente di diritto comparato all’Università di Trieste, ha insegnato negli USA, in Francia, Cina, Brasile, Perù, Portogallo, Serbia. È direttore scientifico dell’International Association of Legal Sciences dell’Unesco e membro del CdA dello “United World College of the Adriatic” e di “S.I.S.S.A. Medialab”.


tag:  pubblica amministrazione   semplificazione   ex ante   ex post   mauro bussani  


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#11 da antonio pileggi, inviato il 22/2/2012
Concordo, ma -come avviene già in molte analisi- non si tiene sufficientemente conto del fatto che, ormai in questo Paese, esistono due "burocrazie":a) una forte (quella dei Ministeri e delle Regioni, ma anche delle Corti dei Conti), che impone vincoli e condizionamenti operativi; b) una debole, quella degli enti locali, che vive sotto i condizionamenti operativi, i vincoli, gli obblighi che, di fatto, compromettono ogni vera autonomia gestionale ed operativa. Se non si "libera" questa burocrazia debole, che è il primo front-office verso i cittadini, non si semplifica niente. Questo è il modesto punto di vista di un modesto funzionario comunale.

#10 da piero, inviato il 6/2/2012
Lucida analisi del Prof. Bussani. Chiaramente la questione PA in Italia ha radici profonde e riempie la bocca di quasi ogni persona si incontri per strada o al bar. Quel che è certo è che uno dei connotati del nostro sistema è proprio la lentezza e farraginosità di questo insieme di "ingranaggi". Lo spostamento di risorse auspicato dal Professore ha sicuramente colto il segno e può essere un valido punto di partenza. Vorrei porre l'attenzione su alcuni aspetti: il primo è l'enorme numero di leggi che, come osservato nell'articolo non è un'anomalia italiana ma caratteristica di molti sistemi giuridici, rendono comunque e di fatto inconoscibile l'esatta legge che regola quel determinato rapporto, sia esso una DIA (ormai SCIA) sia esso un bando di concorso qualsiasi. Inoltre bisogna constatare che le leggi cosiddette “principali” cioè la 241/90 e 165/01 sono zeppe di sani principi che rimangono quasi lettera morta: celebre il caso dei numerosissimi ricorsi al TAR per mancata motivazione dei risultati (negativi) dell'esame per avvocato. Non sono avezzo agli slogan ma finchè durerà la moda italiana del "chi avuto ha avuto chi ha dato ha dato" non credo ci saranno rosee aspettative. Il mio appello personale quindi è rivolto ad una diversa concezione della “cultura del cittadino”; potremmo chiamarla educazione civica o altre etichette simili, poco importa. Ciò che realmente conta è che questo nuovo atteggiamento dovrebbe partire proprio da chi è chiamato a redigere leggi e da chi poi è chiamato a farle rispettare.

#9 da Piero, inviato il 6/2/2012
Lucida analisi del Prof. Bussani. Chiaramente la questione PA in Italia ha radici profonde e riempie la bocca di quasi ogni persona si incontri per strada o al bar. Quel che è certo è che uno dei connotati del nostro sistema è proprio la lentezza e farraginosità di questo insieme di "ingranaggi". Lo spostamento di risorse auspicato dal Professore ha sicuramente colto il segno e può essere un valido punto di partenza. Vorrei porre l'attenzione su alcuni aspetti: il primo è l'enorme numero di leggi che, come osservato nell'articolo non è un'anomalia italiana ma caratteristica di molti sistemi giuridici, rendono comunque e di fatto inconoscibile l'esatta legge che regola quel determinato rapporto, sia esso una DIA (ormai SCIA) sia esso un bando di concorso qualsiasi. Inoltre bisogna constatare che le leggi cosiddette “principali” cioè la 241/90 e 165/01 sono zeppe di sani principi che rimangono quasi lettera morta: celebre il caso dei numerosissimi ricorsi al TAR per mancata motivazione dei risultati (negativi) dell'esame per avvocato. Non sono avezzo agli slogan ma finchè durerà la moda italiana del "chi avuto ha avuto chi ha dato ha dato" non credo ci saranno rosee aspettative. Il mio appello personale quindi è rivolto ad una diversa concezione della “cultura del cittadino”; potremmo chiamarla educazione civica o altre etichette simili, poco importa. Ciò che conta è che questa rinnovato atteggiamento dovrebbe partire proprio da chi è chiamato a redigere leggi e a chi poi è chiamato a farle rispettare.

#8 da Luca Amor, inviato il 2/2/2012
Bell'articolo. Da studente universitario mi capita spesso di litigare con la segreteria di facoltà, specchio dell'amministrazione pubblica in questo paese. La cosa che più mi sorprende è l'indifferenza alla risoluzione di problemi che potrebbero facilmente essere evitati con una maggiore disponibilità. Ed invece pare che sia la voglia di liberarsi il prima possibie della persona che sta di fronte a muovere tutta la macchina dell'amministrazione. L'assunzione di responsabilità viene sostituita dalla delega di responsabilità a soggetti che molto spesso rimangono irrintracciabili. Quoto in pieno il commento di Marco. La pubblica amministrazione è stata utilizzata dalla politica come un enorme ammortizzatore sociale, facendo si che le sue dimensioni crescessero a dismisura. Le modalità di accesso agli impieghi sono stati per la gran parte in deroga all'istituto del concorso pubblico. La percentuale di dipendenti si aggira intorno ai 4 milioni con comuni e province che hanno percentuali irreali di impiegati per abitante. Un caso davvero entusiasmante è quello del piccolo comune siciliano di poco più di 600 residenti con 54 dipendenti pubblici. Uno ogni 10. Questa mentalità deve essere cambiata. La pubblica amministrazione deve esistere nella misura in cui è strettamente necessaria alla macchina esecutiva dello Stato. Tutto il resto consiste in rami secchi improduttivi che devono essere tagliati.

#7 da marco cavaletto, inviato il 1/2/2012
La PA dipende dalla classe politica che viene eletta dai cittadini. Ergo, se la PA non funziona (cosa su cui discutere) la responsabilità deve essere in primo luogo ricercata in chi ha il potere di fare le opportune verifiche e prendere le necessarie decisioni. quindi gli eletti. Trascuriamo per un attimo la questione della qualità degli eletti (e anche qui ci sarebbe da discutere mesi...) occorre fare una rflessione. L'efficienza della PA è dimostrata dal groviglio di norme che i vari funzionari devono adottare, ma l'efficiacia dell'azione amministrativa non può essere imputata (quando questa è scarsa) solamente alla PA. Ad esempio: se un team di dirigenti e funzionari redigono un testo di legge regionale, dovrebbero poterlo sottoscrivere (in modo tale da far conoscere a chi ne ha responsabilità le qualità intrinseche del documento, che potrà avere una sua armonicità e congruenza) prima che questo divenga un ddl che procederà poi in commissione e poi in aula per l'approvazione finale; infatti, data la qualità media del legislatore regionale, questo testo verrà trasformato e adattato alle singole convenienze politiche o eletorali e il testo che poi verrà approvato molto spesso e fatalmente sarà ingestibile, o al più inefficace come si voleva. Ma poi saranno i dirigenti e i tecnici regionali che dovranno poi adottare e gestire il provvedimento che sarà però molto diverso in termini di forma e di contenuto dalla bozza di provvedimento da loro presentato. Risultato finale: i tecnici non sono capaci a svolgere bene il ruolo loro affidato di adempiere a provvedimenti che sono stati emendati per convenienze le più diverse... Fre in modo che politica e tecnocrazia vadano un po' più d'accordo potrebbe aiutare a scrivere meglio le norme...

#6 da Piero Castelli, inviato il 30/1/2012
Ha ragione Caterina: la cultura delle regole! Ma il problema è che in Italia le regole sono fatte per essere disattese o giustificate in caso di non osservanza, di punizione ormai non se parla nemmeno.
Innanzitutto le regole dovrebbero essere chiare e interpretabili in un solo senso. Poi, e qui mi ripeto all'infinito, il responsabile del non rispetto di qualunque regola, deve essere punito con ammenda certa e immediata senza eccezione.
Oppure questo è un sogno?????

#5 da Massimiliano De Rose, inviato il 30/1/2012
Caro Dott. Bussani, le sue sono belle parole, purtroppo però il vero problema della PA è questo:

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/279532/roma-i-furbetti-dellufficio-comunale.html

#4 da Alexia, inviato il 29/1/2012
Purtroppo troppo spesso nella pubblica amministazione chi dovrebbe aiutare il cittadino a districarsi tra la burocrazia tende a complicare maggiormente il compito di chi cerca di attenersi alle regole, spesso fornendo informazioni frammentarie, contraddittorie, e dimostrando scarsa elasticità mentale

#3 da Caterina, inviato il 29/1/2012
Le sue osservazioni mi trovano perfettamente d'accordo. Per i problemi della P.A., come per la maggior parte dei (nostri) problemi, il punto non è nelle regole, ma nella cultura delle regole. Caterina

#2 da BRUNELLO ZANITTI Giuliano, inviato il 29/1/2012
A proposito delle citate troppe regole.
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Banchinamenti e dragaggi per potenziare e rilanciare la Portualità della Regione F.V.G..

Per guardare serenamente al nostro futuro e recuperare un significativo ruolo sulle scene dei Traffici Internazionali, bisognerebbe essenzialmente metter mano ad alcune farraginose Normative.

Normative che nel nostro Paese regolano:

1. La discarica di materiali inerti per poter recuperare ampi spazi al mare.

2. Le bonifiche ed il possibile recupero dei Siti inquinati.

3. L'esecuzione dei dragaggi dei fondali di banchine e canali.

4. La gestione dei fanghi di dragaggio, e che sono attualmente fonte d’interminabili contenziosi e che di fatto stanno notevolmente condizionando in termini di tempi e costi la pianificazione e la cantierizzazione delle grandi opere di cui il nostro Paese avrebbe invece assoluto bisogno.

Forse sarebbe il caso che finalmente il nostro Paese adottasse anche “le Normative Comunitarie” che favoriscono lo sviluppo e la crescita delle economie e non soltanto quelle che lo penalizzano.

Normative Comunitarie che di fatto hanno consentito la realizzazione ed il continuo attuale sviluppo di realtà Portuali come "di Rotterdam - Amburgo - Brema - Wilhelmshaven - Portsmouth - Londra - Felixstowe - Le Havre - Algeciras - Fos" che non si possono certamente considerare sbocchi al mare naturali, poiché sono stai creati artificiosamente dall'uomo con notevoli opere "di recupero di siti - inquinati - sbancamenti - interramenti - e continui dragaggi dei fondali per renderli adeguati alle crescenti esigenze dei vettori marittimi.

Quindi per concludere penso che il futuro dei nostri Siti inquinati e della nostra Portualità sta in buona parte nelle mani del legislatore poiché i finanziatori in presenza di regole certe anche si trovano, prova ne sia l’apprezzabile proposta d’intenti elaborata dalla cordata Unicredit/Maersk per creare nei nostri litorali un Superporto, operazione che purtroppo per le citate farraginose nostra Normative sembra sia svanita nel nulla come una bolle di sapone.

BRUNELLO ZANITTI Giuliano

#1 da marco fumagalli, inviato il 29/1/2012
Oltre a condividere l’analisi aggiungo che accanto ai controlli ex post e al concetto di responsabilità si devono aggiungere I principi di rotazione degli incarichi (sia per i politici che per i funzionari) e soprattutto della progressiva riduzione della presenza della PA nell’economia. La nostra PA costa troppo ed è inefficiente. Occorre ridurre la quota di risorse destinate alla PA da rendere disponibile all’economia privata maggiormente efficiente. Diminuire la spesa corrente a favore di quella in conto capitale. Il vincolo di bilancio previsto in riforma della Costituzione non prevede nulla in tal senso ma potrebbe essere opportuno un confronto. “Timidamente” Monti ci prova, ma senza il sostegno attivo della società civile a favore delle privatizzazioni rischiamo di perdere il momento di sbando della partitocrazia. La RAI può essere quotata in Borsa secondo il concetto di responsabilità per cui se non danno un risultato economico soddisfacente i dipendenti pagheranno come avviene per coloro che lavorano nel manufatturiero. I manager andranno remunerati ex post a risultati di risanamento e di redditività accertati. Il nostro canone potrà così essere eliminato. Il patrimonio delle ASL deve essere conferito in società immobiliari e cartolarizzato per pagare i debiti della Sanità. Responsabilità significa che se non spendo di meno il patrimonio andrà all’asta come avviene per le società private. “Timidamente” Monti ha esteso il patto di stabilità alle società in house. E’ il concetto di in house che deve essere eliminato a favore dell’economia privata. Apriamo un serio dibattito sulle privatizzazioni del patrimonio pubblico e la riduzione di funzioni (e di organi) della PA.



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