Diversità è anche crescita economica

Su lavoro e pari diritti e opportunità

di Irene Tinagli , pubblicato il 26 gennaio 2012
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Quando nel dibattito pubblico si parla di “lavoro”, si tende a parlare solo dell’inizio o della fine di un rapporto di lavoro. Ma le questioni legate al tema del lavoro non si esauriscono certo lì. I luoghi di lavoro sono comunità che in qualche modo rispecchiano le società in cui si inseriscono. Ne assorbono la cultura, gli atteggiamenti, e spesso ne amplificano pregi e difetti.

Possono essere luoghi di grande stimolo, di solidarietà, di entusiasmo, ma possono anche essere luoghi di emarginazione, nepotismi e opacità. Possono essere fonti di grande soddisfazione o di grande frustrazione. E anche di discriminazione, a volte persino inconsapevole.

Ne sanno qualcosa milioni di donne (e di giovani), spesso tagliate fuori sia da importanti processi decisionali che da opportunità di formazione, crescita, supporto. E ne sanno qualcosa tutti i lavoratori stranieri, magari con culture e religioni diverse, così come gay e lesbiche, spesso costretti a nascondersi, a mettere in ombra per la maggior parte del giorno la loro identità e i loro affetti più profondi. Lavorare in contesti di questo genere mina non soltanto il benessere psicofisico del lavoratore, ma anche la sua produttività, come dimostrano ormai da anni molti studi.

Eppure in Italia sono rarissime le politiche e le iniziative, sia dei governi che dei sindacati, dedicate all’abbattimento di discriminazioni e alla valorizzazione delle diversità nei luoghi di lavoro. Da sempre questi temi sono stati considerati secondari, quasi accessori rispetto ai grandi temi sociali come la contrattazione collettiva o la cassa integrazione, forse perché più attinenti alla sfera dei diritti civili e quindi degli individui che alla lotta di classe. Ma il mondo è cambiato enormemente dal dopoguerra ad oggi.

Sono cambiati i modi di lavorare, i settori in cui operiamo, così come sono cambiati i profili e le aspirazioni di milioni di persone che legittimamente cercano nel lavoro non solo una fonte di sostentamento, ma anche un’opportunità per crescere, realizzarsi ed essere se stessi. Non riconoscere questa evoluzione significa restare fuori dal mondo.

Nonostante i gravi ritardi del nostro paese, qualcosa sta cambiando. E il cambiamento sta partendo non tanto da istituzioni o sindacati, quanto dalle associazioni e dalle imprese stesse, che si rendono conto di quanto sia importante creare un ambiente di lavoro aperto, inclusivo, rispettoso e stimolante.

Un esempio interessante è Parks, un’associazione di imprese con l’obiettivo di supportare le aziende nell’individuazione di percorsi ed iniziative per l’inclusione e la valorizzazione delle diversità tra i lavoratori. Un’associazione nata e operante in Italia ma che, per i primi mesi di attività, aveva tra i propri associati e sponsor soltanto aziende straniere con stabilimenti nel nostro paese. Da Ikea a Johnson & Johnson, da City a Roche e Lilly, e altre ancora.

C’è voluto un po’ di tempo per attrarre aziende italiane ad unirsi ad un’associazione che affronta non solo il tema dell’integrazione delle donne sui luoghi di lavoro, ma anche di altri tipi di diversità, con attenzione particolare a quella omosessuale, tema ancora molto delicato in Italia. Ad oggi Parks conta tre aziende italiane: Telecom (la prima italiana da associarsi), Il Saggiatore ed il Gruppo Consoft.

Si tratta certamente di un buon segnale, ma è innegabile che per la maggior parte delle aziende italiane il percorso è ancora lungo. Sarebbe importante che nel nostro paese si cominciasse a parlare di più non solo di assunzioni e e licenziamenti, ma anche di qualità degli ambienti di lavoro, di inclusione, di rispetto e valorizzazione delle diversità. Perché il riscatto morale e civile del paese a cui, dopo anni di demagogie machiste e razziste, tanto aneliamo, passa anche di lì.

Docente all'Università Carlos III di Madrid, è esperta di innovazione, creatività e sviluppo economico. È consulente del Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU, della Commissione Europea e di numerosi governi regionali, enti e aziende in Italia e all’estero.


tag:  lavoro   discriminazione   pari opportunità  


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#3 da Piero Castelli, inviato il 30/1/2012
D'accordo con Asio otus. Fintanto i nostri sindacati sono sulla lunghezza d'onda di Camusso e Landini, il nostro sistema industriale rimarrà handicappato. Questi signori e altri dovrebbero imparare dai loro colleghi tedeschi e nordici in genere, come si debbono trattare le questioni che interessano la maggior parte dei dipendenti in rapporto al loro datore di lavoro.
Sono sicuro che ci arriveremo anzi ci arriveranno. Ma con quale perdita di tempo e soprattutto di ricchezza gettata al vento.

#2 da marco fumagalli, inviato il 28/1/2012
Ricordiamoci che la priorità è dare un lavoro a chi non lo ha o rischia di perderlo. L'intervento più urgente è ridurre il costo del lavoro rendendo più competitiva la produzione nel nostro paese. Rilanciare le nostre industrie, colpire la rendita e i patrimoni è la sfida che ci aspetta. Le differenze sociali aumentano e non sono tollerabili gli sprechi e le incompetenze.

#1 da Asio otus, inviato il 26/1/2012
Una buona ma soprattutto efficace riforma del mercato del lavoro dovrebbe occuparti anche dell'eliminazione, o almeno diminuzione sostanziale, delle ingiuste diversità fra i lavoratori. Sfortuantamente i sindacati sono troppo occupati a urlare "no" da circa 20 anni a qualunque riforma del mercato del lavoro, specialmente se qualcuno prova a ipotizzare qualche ritocchino al faamoso articolo 18. Ovviamente l'articolo è una "norma di civiltà", come qualcuno ha detto, ma non necessariamente è perfetto così comè: potrebbe servire qualche ritocco per adattarlo al mondo moderno senza però minarne lo spirito e la funzione. Ma non si può fare nulla se l'interlocutore non vuole ascoltare ciò che si ha da dire.



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