Quando nel dibattito pubblico si parla di “lavoro”,
si tende a parlare solo dell’inizio o della fine di un rapporto di lavoro. Ma le questioni legate al tema del lavoro non si esauriscono certo lì. I
luoghi di lavoro sono comunità che in qualche modo rispecchiano le società in cui si inseriscono. Ne assorbono la
cultura, gli
atteggiamenti, e spesso ne amplificano pregi e difetti.
Possono essere luoghi di grande stimolo, di solidarietà, di entusiasmo, ma possono anche essere luoghi di emarginazione, nepotismi e opacità. Possono essere fonti di
grande soddisfazione o di
grande frustrazione. E anche di
discriminazione, a volte persino inconsapevole.
Ne sanno qualcosa
milioni di donne (e di giovani), spesso tagliate fuori sia da importanti processi decisionali che da opportunità di formazione, crescita, supporto. E ne sanno qualcosa
tutti i lavoratori stranieri, magari con culture e religioni diverse, così come gay e lesbiche, spesso costretti a nascondersi, a mettere in ombra per la maggior parte del giorno la loro identità e i loro affetti più profondi.
Lavorare in contesti di questo genere mina non soltanto il benessere psicofisico del lavoratore, ma anche la sua
produttività, come dimostrano ormai da anni molti studi.
Eppure
in Italia sono rarissime le politiche e le iniziative, sia dei governi che dei sindacati,
dedicate all’abbattimento di discriminazioni e alla valorizzazione delle diversità nei luoghi di lavoro. Da sempre questi temi sono stati considerati secondari, quasi accessori rispetto ai grandi temi sociali come la contrattazione collettiva o la cassa integrazione, forse perché più attinenti alla sfera dei diritti civili e quindi degli individui che alla lotta di classe. Ma il mondo è cambiato enormemente dal dopoguerra ad oggi.
Sono
cambiati i modi di lavorare, i settori in cui operiamo, così come sono cambiati
i profili e le aspirazioni di milioni di persone che legittimamente cercano nel lavoro non solo una fonte di sostentamento, ma anche un’opportunità per crescere, realizzarsi ed essere se stessi.
Non riconoscere questa evoluzione significa restare fuori dal mondo.
Nonostante i gravi ritardi del nostro paese, qualcosa sta cambiando. E
il cambiamento sta partendo non tanto da istituzioni o sindacati, quanto
dalle associazioni e dalle imprese stesse, che si rendono conto di quanto sia importante creare un ambiente di lavoro aperto, inclusivo, rispettoso e stimolante.
Un esempio interessante è
Parks, un’associazione di imprese con l’obiettivo di
supportare le aziende nell’individuazione di percorsi ed iniziative per l’inclusione e la valorizzazione delle diversità tra i lavoratori. Un’associazione nata e operante in Italia ma che, per i primi mesi di attività, aveva tra i propri associati e sponsor soltanto aziende straniere con stabilimenti nel nostro paese. Da
Ikea a
Johnson & Johnson, da
City a
Roche e
Lilly, e altre ancora.
C’è voluto un po’ di tempo per attrarre aziende italiane ad unirsi ad un’associazione che affronta non solo il tema dell’integrazione delle donne sui luoghi di lavoro, ma anche di altri tipi di diversità, con attenzione particolare a quella omosessuale, tema ancora molto delicato in Italia. Ad oggi
Parks conta tre aziende italiane:
Telecom (la prima italiana da associarsi),
Il Saggiatore ed il
Gruppo Consoft.
Si tratta certamente di
un buon segnale, ma è innegabile che per la maggior parte delle aziende italiane
il percorso è ancora lungo. Sarebbe importante che nel nostro paese si cominciasse a parlare di più non solo di assunzioni e e licenziamenti, ma anche di
qualità degli ambienti di lavoro, di inclusione, di rispetto e valorizzazione delle diversità. Perché
il riscatto morale e civile del paese a cui, dopo anni di demagogie machiste e razziste, tanto aneliamo,
passa anche di lì.