La crisi in atto nell’Eurozona è la dimostrazione di come le più elementari leggi della fisica talvolta possano essere applicate anche all’analisi economica.
Secondo il secondo principio della termodinamica in un sistema isolato l’entropia (definita come la misura del disordine presente in un sistema) è crescente nel tempo fino al raggiungimento di una situazione di equilibrio (denominato morte termica). Questo è
esattamente quanto è accaduto negli ultimi dieci anni nell’Eurozona.
Nel 1999 in Europa è comparso l’Euro, dapprima come valuta virtuale ed, a partire dal 2002, sotto forma di denaro contante che ha sostituito la valute nazionali in dodici degli allora quindici membri dell’Unione Europea.
Il concetto alla base della creazione della valuta unica era semplice e ben specificato all’art. 3 A del
Trattato di Maastricht del 7 Febbraio 1992, con la seguente formulazione:
“Parallelamente alle condizioni e secondo il ritmo e le procedure previsti dal presente trattato, questa azione comprende la fissazione irrevocabile dei tassi di cambio che comporterà l’introduzione di una moneta unica, l’ECU, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica di cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nella Comunità conformemente al principio di un’economia di mercato aperta ed in libera concorrenza”.L’ECU (poi diventato Euro) avrebbe pertanto portato, secondo l’intento dei firmatari del Trattato,
ordine e stabilità nel sistema.
Ed, in effetti, per quasi dieci anni,
le cose sono sembrate andare per il verso giusto, alimentando le illusioni e l’irresponsabilità dei politici continentali. I tassi di inflazione dei membri dell’Eurozona si assomigliavano molto (anche se con lievi differenze tra Paese e Paese che, accumulate nel corso di un decennio, sono state tra le determinanti della successiva crisi), il costo del debito pubblico era simile tra i diversi Stati e l’Euro si apprezzava nei confronti delle altre valute. Ma in realtà l’instabilità implicita nel sistema stava aumentando, fino al punto di rottura scatenato da un fattore esogeno quale la crisi finanziaria globale.
Questo è avvenuto in quanto gli estensori del Trattato di Maastricht avevano dimenticato che
prima di creare una valuta unica va creato un organismo comune che determini le politiche di bilancio e fiscali degli Stati che la adottano, un qualcosa assolutamente assente nel Trattato di Maastricht ed in tutti i trattati successivi e fondamentale per evitare la creazione di pericolosi squilibri nel sistema.
Per cui, come brillantemente analizzato in un recente
articolo sul Wall Street Journal a firma di
Alan S. Blinder, professore a Princeton ed ex Vice Chairman della Federal Reserve,
la creazione dell’Euro in assenza di una politica fiscale paneuropea ha determinato una finzione valutaria tramite una moneta unica che in teoria avrebbe dovuto accomunare Paesi virtuosi e meno virtuosi ignorando in modo assoluto che un tasso di cambio tra due Paesi è funzione non delle decisioni di un gruppo di politici ma del livello di produttività delle rispettive economie (una maggiore produttività determina un apprezzamento della valuta) e della dinamica dei salari e dei prezzi al consumo (una maggiore inflazione determina una svalutazione della valuta).
In un sistema di cambi flessibili un Paese che perde competitività può
deprezzare la propria valuta, stampare moneta o adottare politiche fiscali espansive (tagliando le imposte o aumentando i trasferimenti finanziandosi per mezzo dell’incremento del deficit di bilancio – il cosiddetto deficit spending).
L’adesione all’Euro sbarrava le prime due strade, lasciando sostanziale mano libera (con qualche limitazione più formale che sostanziale) invece per quanto riguardava le politiche di bilancio. Per cui i paesi con i minori livelli di produttività, anche facendo tesoro del cattivo esempio di Francia e Germania, primi paesi ad avere violato i “vincoli” in termini di rapporto tra debito pubblico, deficit e Prodotto Interno Lordo,
hanno lasciato crescere il debito pubblico al fine di compensare le inefficienze dei rispettivi sistemi (sussidiandone la minore produttività con trasferimenti).
Nel frattempo la Germania adottava, a partire dal 2002 con le leggi Hartz,
una serie di riforme volte all’aumento della produttività del sistema tramite la flessibilizzazione del mercato del lavoro e
la riforma del sistema previdenziale per mezzo del taglio dei costi del sistema sociale e l’incremento dell’età pensionabile.
Queste riforme si aggiungevano alla riforma fiscale avviata a partire dal 2000 che, a fronte di un incremento delle imposte indirette (con l’aumento dell’IVA fino al 16%), comportava
una significativa riduzione delle imposte dirette sia sulle imprese sia sulle persone fisiche finalizzata all’incentivazione degli investimenti nelle imprese tedesche ed alla crescita dei consumi domestici e alla creazione di strumenti a sostegno della capacità di innovazione dell’economia tedesca come ad esempio il rafforzamento della rete dei centri di ricerca
Fraunhofer.
L’effetto della forte spinta riformatrice in Germania si è manifestato in
un significativo incremento della produttività del sistema (misurato, ad esempio, dal costo del lavoro per unità di prodotto che si è stabilizzato tra il 2000 ed il 2008 a differenza della dinamica inflattiva che si è manifestata in Italia ed in altri paesi determinando una forbice crescente in termini di tasso di competitività) con un impatto positivo sia in termini di crescita del PIL che di andamento delle esportazioni.
Evidentemente tutto questo andava contro i presupposti della stabilità di un sistema economico caratterizzato da un’unica valuta, che avrebbe avuto bisogno di uniformità assoluta in termini di politiche fiscali, di inflazione e di livelli di produttività per unità di prodotto.
Il sistema nasceva con una contraddizione al suo interno.
In un regime a tassi di cambio variabili, il Marco tedesco si sarebbe apprezzato mentre le valute dei paesi meno virtuosi si sarebbero deprezzate, andando a compensare il differente livello di produttività dei diversi sistemi economici. Invece quanto è avvenuto è stato
un incremento dell’indebitamento pubblico degli Stati meno virtuosi (per via di politiche fiscali volte a mantenere in vita sistemi inefficienti tramite il trasferimento di risorse) in compensazione dell’impossibilità ad accedere alle vecchie svalutazioni competitive.
L’entropia implicita nel sistema è divenuta insostenibile fino a quando, come effetto collaterale della crisi finanziaria globale,
è cresciuta la pressione del mercato sui Paesi più indebitati (partendo da chi versava nella condizione peggiore, vale a dire la Grecia) spinta dai crescenti dubbi sulla capacità di fare fronte alle scadenze di rimborso delle differenti tranche di debito a fronte della contrazione economica e del conseguente calo degli introiti derivanti dalle imposte.
Giunti a questo punto, esclusa la possibilità di consentire una serie di default dei debiti sovrani degli Stati membri (che corrisponderebbe, mantenendo la metafora del secondo principio della termodinamica, alla morte termica dell’economia Europea), vanno cercate
soluzioni alternative.
Se da un lato è tempo di ripensare la struttura del Trattato di Maastricht immaginando oltre ad una politica monetaria e di cambio unitarie anche
un’unica politica fiscale e di bilancio a livello Europeo (come sembra stiano cominciando ad ipotizzare i leader europei), dall’altro, visto che una svolta a livello comunitario in questa direzione comporterebbe la sostanziale diminuzione della sovranità dei singoli Paesi membri dell’Unione realizzando l’unione non solo economica ma anche politica dell’Europa, la quale non può essere immaginata nel brevissimo termine, è necessario pensare ad
una serie di azioni volte a riportare il livello di entropia del sistema a livelli controllabili nel breve termine tramite la diminuzione degli squilibri che caratterizzano tra di loro le singole economie della zona Euro.
Dato che possiamo realisticamente presumere che
la Germania non accetterà di mettere in atto politiche volte a ridurre volontariamente l’efficienza del proprio sistema economico (per esempio tramite una contro riforma che vada ad eliminare le riforme fiscali, giuslavoristiche e previdenzali di inizio secolo) anche in considerazione del fatto che la crisi economica sta contagiando anche l’economia tedesca, la prima azione di riequilibrio è quella che, purtroppo, sta mettendo già in atto il mercato, tramite l’ingresso di una fase di recessione protratta nel tempo di magnitudine tale da creare meccanismi di riduzione dei prezzi e dei salari riducendo nel lungo termine il costo del lavoro per unità di prodotto.
Evidentemente
la politica economica non può assistere inerme nei confronti di questa efficace ma estremamente dolorosa azione di riequilibrio imposta dalla mano invisibile del mercato. Di qui la necessità della seconda azione, vale a dire
l’avvio di una coraggiosa e condivisa attività di riforma e liberalizzazione del sistema economico dei Paesi meno efficienti, come il nostro, volta all’incremento della produttività di tutti i fattori della produzione (non solo il lavoro ma anche il capitale e le tecnologie).
Ovviamente per i Paesi la cui situazione economica è irremediabilmente compromessa (leggasi la Grecia) l’unica ipotesi perseguibile è
l’uscita dalla moneta unica (ovviamente preceduta da azioni di stabilizzazione del debito pubblico degli altri Paesi dell’Unione per evitare un attacco speculativo basato sul precedente Greco) al fine di consentire svalutazioni della moneta nazionale in quanto
la depressione economica imposta dal mercato sarà troppo dolorosa minando ogni possibile base sociale su cui fondare un’azione riformatrice.
Per quanto riguarda il nostro Paese va invece immaginato
un mix di politiche volte sia alla riduzione del debito pubblico sia la progressiva ma inarrestabile liberalizzazione di aree del nostro sistema economico al fine di incrementarne la produttività.
Se da un lato
Il governo Monti sta perseguendo in modo egregio le politiche volte alla normalizzazione della situazione nel breve termine sia sul fronte del contenimento della dinamica espansiva del debito che, auspicabilmente con sempre crescente convinzione e sostegno da parte del Parlamento e delle parti sociali, della creazione delle prime necessarie azioni di liberalizzazione, dall’altro
è necessario che le riforme di più largo respiro trovino reale attuazione da parte dei futuri esecutivi.
Riforme quali il ridisegno dell’imposizione fiscale sulle imprese, lo sblocco dei pagamenti alle imprese da parte della Pubblica Amministrazione, la riforma della giustizia civile, la flessibilizzazione del mercato del lavoro semplificando sia l’assunzione del personale che il licenziamento allorquando richiesto dalla situazione aziendale, la completa liberalizzazione dell’economia attraverso anche la riforma degli ordini professionali, la razionalizzazione dell’Amministrazione Pubblica tramite l’eliminazione progressiva delle aree di spreco, la diminuzione del carico burocratico che grava sulle imprese, gli stimoli agli investimenti sull’innovazione di prodotto e processo, sono da un lato fondamentali per l’incremento della competitività delle nostre imprese e dall’altro, seppur in alcuni casi siano già state oggetto di riflessione da parte del governo Monti, richiederanno, al fine di non rimanere unicamente sulla carta, il deciso sostegno che si traduca in azione sia legislativa che di sorveglianza sull’attuazione da parte del esecutivo eletto all’esito delle prossime elezioni politiche. Alcune di queste riforme comporteranno inoltre
scelte fortemente impopolari (come ad esempio la riforma della Pubblica Amministrazione, vero cardine di ogni efficace azione di recupero della competitività della nostra economia) e potranno diventare efficaci solo con il sostegno convinto non solo del futuro governo e della relativa maggioranza ma anche delle opposizioni.
Evidentemente questo esecutivo e la maggioranza che lo sosterrà, la stessa futura opposizione,
non possono provenire dalla classe politica che ha occupato le istituzioni nel precedente decennio e che ha assistito impassibile (o, semplicemente ed in modo ancora più colpevole, inconsapevole) alla creazione delle dinamiche che sono esplose nella crisi attuale, che anzi ha contribuito ad alimentare, ma non può che essere espressione di chi ha continuato a lavorare per fare crescere il Paese seppur in un contesto di crescenti difficoltà. È questa la via per riportare l’Italia sul sentiero della crescita e ridare concretezza al progetto europeo di cui
l’Italia non può che essere attore protagonista e non spettatore inerte.