Verso un nuovo progetto europeo

Riforme strutturali e politiche di bilancio comuni

di Massimo Brambilla , pubblicato il 25 gennaio 2012
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La crisi in atto nell’Eurozona è la dimostrazione di come le più elementari leggi della fisica talvolta possano essere applicate anche all’analisi economica.
Secondo il secondo principio della termodinamica in un sistema isolato l’entropia (definita come la misura del disordine presente in un sistema) è crescente nel tempo fino al raggiungimento di una situazione di equilibrio (denominato morte termica). Questo è esattamente quanto è accaduto negli ultimi dieci anni nell’Eurozona.

Nel 1999 in Europa è comparso l’Euro, dapprima come valuta virtuale ed, a partire dal 2002, sotto forma di denaro contante che ha sostituito la valute nazionali in dodici degli allora quindici membri dell’Unione Europea.

Il concetto alla base della creazione della valuta unica era semplice e ben specificato all’art. 3 A del Trattato di Maastricht del 7 Febbraio 1992, con la seguente formulazione:

“Parallelamente alle condizioni e secondo il ritmo e le procedure previsti dal presente trattato, questa azione comprende la fissazione irrevocabile dei tassi di cambio che comporterà l’introduzione di una moneta unica, l’ECU, nonché la definizione e la conduzione di una politica monetaria e di una politica di cambio uniche, che abbiano l’obiettivo principale di mantenere la stabilità dei prezzi e, fatto salvo questo obiettivo, di sostenere le politiche economiche generali nella Comunità conformemente al principio di un’economia di mercato aperta ed in libera concorrenza”.

L’ECU (poi diventato Euro) avrebbe pertanto portato, secondo l’intento dei firmatari del Trattato, ordine e stabilità nel sistema.

Ed, in effetti, per quasi dieci anni, le cose sono sembrate andare per il verso giusto, alimentando le illusioni e l’irresponsabilità dei politici continentali. I tassi di inflazione dei membri dell’Eurozona si assomigliavano molto (anche se con lievi differenze tra Paese e Paese che, accumulate nel corso di un decennio, sono state tra le determinanti della successiva crisi), il costo del debito pubblico era simile tra i diversi Stati e l’Euro si apprezzava nei confronti delle altre valute. Ma in realtà l’instabilità implicita nel sistema stava aumentando, fino al punto di rottura scatenato da un fattore esogeno quale la crisi finanziaria globale.

Questo è avvenuto in quanto gli estensori del Trattato di Maastricht avevano dimenticato che prima di creare una valuta unica va creato un organismo comune che determini le politiche di bilancio e fiscali degli Stati che la adottano, un qualcosa assolutamente assente nel Trattato di Maastricht ed in tutti i trattati successivi e fondamentale per evitare la creazione di pericolosi squilibri nel sistema.

Per cui, come brillantemente analizzato in un recente articolo sul Wall Street Journal a firma di Alan S. Blinder, professore a Princeton ed ex Vice Chairman della Federal Reserve, la creazione dell’Euro in assenza di una politica fiscale paneuropea ha determinato una finzione valutaria tramite una moneta unica che in teoria avrebbe dovuto accomunare Paesi virtuosi e meno virtuosi ignorando in modo assoluto che un tasso di cambio tra due Paesi è funzione non delle decisioni di un gruppo di politici ma del livello di produttività delle rispettive economie (una maggiore produttività determina un apprezzamento della valuta) e della dinamica dei salari e dei prezzi al consumo (una maggiore inflazione determina una svalutazione della valuta).

In un sistema di cambi flessibili un Paese che perde competitività può deprezzare la propria valuta, stampare moneta o adottare politiche fiscali espansive (tagliando le imposte o aumentando i trasferimenti finanziandosi per mezzo dell’incremento del deficit di bilancio – il cosiddetto deficit spending).

L’adesione all’Euro sbarrava le prime due strade, lasciando sostanziale mano libera (con qualche limitazione più formale che sostanziale) invece per quanto riguardava le politiche di bilancio. Per cui i paesi con i minori livelli di produttività, anche facendo tesoro del cattivo esempio di Francia e Germania, primi paesi ad avere violato i “vincoli” in termini di rapporto tra debito pubblico, deficit e Prodotto Interno Lordo, hanno lasciato crescere il debito pubblico al fine di compensare le inefficienze dei rispettivi sistemi (sussidiandone la minore produttività con trasferimenti).

Nel frattempo la Germania adottava, a partire dal 2002 con le leggi Hartz, una serie di riforme volte all’aumento della produttività del sistema tramite la flessibilizzazione del mercato del lavoro e la riforma del sistema previdenziale per mezzo del taglio dei costi del sistema sociale e l’incremento dell’età pensionabile.

Queste riforme si aggiungevano alla riforma fiscale avviata a partire dal 2000 che, a fronte di un incremento delle imposte indirette (con l’aumento dell’IVA fino al 16%), comportava una significativa riduzione delle imposte dirette sia sulle imprese sia sulle persone fisiche finalizzata all’incentivazione degli investimenti nelle imprese tedesche ed alla crescita dei consumi domestici e alla creazione di strumenti a sostegno della capacità di innovazione dell’economia tedesca come ad esempio il rafforzamento della rete dei centri di ricerca Fraunhofer.

L’effetto della forte spinta riformatrice in Germania si è manifestato in un significativo incremento della produttività del sistema (misurato, ad esempio, dal costo del lavoro per unità di prodotto che si è stabilizzato tra il 2000 ed il 2008 a differenza della dinamica inflattiva che si è manifestata in Italia ed in altri paesi determinando una forbice crescente in termini di tasso di competitività) con un impatto positivo sia in termini di crescita del PIL che di andamento delle esportazioni.

Evidentemente tutto questo andava contro i presupposti della stabilità di un sistema economico caratterizzato da un’unica valuta, che avrebbe avuto bisogno di uniformità assoluta in termini di politiche fiscali, di inflazione e di livelli di produttività per unità di prodotto. Il sistema nasceva con una contraddizione al suo interno.

In un regime a tassi di cambio variabili, il Marco tedesco si sarebbe apprezzato mentre le valute dei paesi meno virtuosi si sarebbero deprezzate, andando a compensare il differente livello di produttività dei diversi sistemi economici. Invece quanto è avvenuto è stato un incremento dell’indebitamento pubblico degli Stati meno virtuosi (per via di politiche fiscali volte a mantenere in vita sistemi inefficienti tramite il trasferimento di risorse) in compensazione dell’impossibilità ad accedere alle vecchie svalutazioni competitive.

L’entropia implicita nel sistema è divenuta insostenibile fino a quando, come effetto collaterale della crisi finanziaria globale, è cresciuta la pressione del mercato sui Paesi più indebitati (partendo da chi versava nella condizione peggiore, vale a dire la Grecia) spinta dai crescenti dubbi sulla capacità di fare fronte alle scadenze di rimborso delle differenti tranche di debito a fronte della contrazione economica e del conseguente calo degli introiti derivanti dalle imposte.

Giunti a questo punto, esclusa la possibilità di consentire una serie di default dei debiti sovrani degli Stati membri (che corrisponderebbe, mantenendo la metafora del secondo principio della termodinamica, alla morte termica dell’economia Europea), vanno cercate soluzioni alternative.

Se da un lato è tempo di ripensare la struttura del Trattato di Maastricht immaginando oltre ad una politica monetaria e di cambio unitarie anche un’unica politica fiscale e di bilancio a livello Europeo (come sembra stiano cominciando ad ipotizzare i leader europei), dall’altro, visto che una svolta a livello comunitario in questa direzione comporterebbe la sostanziale diminuzione della sovranità dei singoli Paesi membri dell’Unione realizzando l’unione non solo economica ma anche politica dell’Europa, la quale non può essere immaginata nel brevissimo termine, è necessario pensare ad una serie di azioni volte a riportare il livello di entropia del sistema a livelli controllabili nel breve termine tramite la diminuzione degli squilibri che caratterizzano tra di loro le singole economie della zona Euro.

Dato che possiamo realisticamente presumere che la Germania non accetterà di mettere in atto politiche volte a ridurre volontariamente l’efficienza del proprio sistema economico (per esempio tramite una contro riforma che vada ad eliminare le riforme fiscali, giuslavoristiche e previdenzali di inizio secolo) anche in considerazione del fatto che la crisi economica sta contagiando anche l’economia tedesca, la prima azione di riequilibrio è quella che, purtroppo, sta mettendo già in atto il mercato, tramite l’ingresso di una fase di recessione protratta nel tempo di magnitudine tale da creare meccanismi di riduzione dei prezzi e dei salari riducendo nel lungo termine il costo del lavoro per unità di prodotto.

Evidentemente la politica economica non può assistere inerme nei confronti di questa efficace ma estremamente dolorosa azione di riequilibrio imposta dalla mano invisibile del mercato. Di qui la necessità della seconda azione, vale a dire l’avvio di una coraggiosa e condivisa attività di riforma e liberalizzazione del sistema economico dei Paesi meno efficienti, come il nostro, volta all’incremento della produttività di tutti i fattori della produzione (non solo il lavoro ma anche il capitale e le tecnologie).

Ovviamente per i Paesi la cui situazione economica è irremediabilmente compromessa (leggasi la Grecia) l’unica ipotesi perseguibile è l’uscita dalla moneta unica (ovviamente preceduta da azioni di stabilizzazione del debito pubblico degli altri Paesi dell’Unione per evitare un attacco speculativo basato sul precedente Greco) al fine di consentire svalutazioni della moneta nazionale in quanto la depressione economica imposta dal mercato sarà troppo dolorosa minando ogni possibile base sociale su cui fondare un’azione riformatrice.

Per quanto riguarda il nostro Paese va invece immaginato un mix di politiche volte sia alla riduzione del debito pubblico sia la progressiva ma inarrestabile liberalizzazione di aree del nostro sistema economico al fine di incrementarne la produttività.

Se da un lato Il governo Monti sta perseguendo in modo egregio le politiche volte alla normalizzazione della situazione nel breve termine sia sul fronte del contenimento della dinamica espansiva del debito che, auspicabilmente con sempre crescente convinzione e sostegno da parte del Parlamento e delle parti sociali, della creazione delle prime necessarie azioni di liberalizzazione, dall’altro è necessario che le riforme di più largo respiro trovino reale attuazione da parte dei futuri esecutivi.

Riforme quali il ridisegno dell’imposizione fiscale sulle imprese, lo sblocco dei pagamenti alle imprese da parte della Pubblica Amministrazione, la riforma della giustizia civile, la flessibilizzazione del mercato del lavoro semplificando sia l’assunzione del personale che il licenziamento allorquando richiesto dalla situazione aziendale, la completa liberalizzazione dell’economia attraverso anche la riforma degli ordini professionali, la razionalizzazione dell’Amministrazione Pubblica tramite l’eliminazione progressiva delle aree di spreco, la diminuzione del carico burocratico che grava sulle imprese, gli stimoli agli investimenti sull’innovazione di prodotto e processo, sono da un lato fondamentali per l’incremento della competitività delle nostre imprese e dall’altro, seppur in alcuni casi siano già state oggetto di riflessione da parte del governo Monti, richiederanno, al fine di non rimanere unicamente sulla carta, il deciso sostegno che si traduca in azione sia legislativa che di sorveglianza sull’attuazione da parte del esecutivo eletto all’esito delle prossime elezioni politiche. Alcune di queste riforme comporteranno inoltre scelte fortemente impopolari (come ad esempio la riforma della Pubblica Amministrazione, vero cardine di ogni efficace azione di recupero della competitività della nostra economia) e potranno diventare efficaci solo con il sostegno convinto non solo del futuro governo e della relativa maggioranza ma anche delle opposizioni.

Evidentemente questo esecutivo e la maggioranza che lo sosterrà, la stessa futura opposizione, non possono provenire dalla classe politica che ha occupato le istituzioni nel precedente decennio e che ha assistito impassibile (o, semplicemente ed in modo ancora più colpevole, inconsapevole) alla creazione delle dinamiche che sono esplose nella crisi attuale, che anzi ha contribuito ad alimentare, ma non può che essere espressione di chi ha continuato a lavorare per fare crescere il Paese seppur in un contesto di crescenti difficoltà. È questa la via per riportare l’Italia sul sentiero della crescita e ridare concretezza al progetto europeo di cui l’Italia non può che essere attore protagonista e non spettatore inerte.


E' Managing Director per l’Europa di Fredericks Michael & Co., una società di consulenza basata a New York, che si occupa di dare sostegno consulenziale ad imprese europee interessate ad crescere a livello internazionale tramite acquisizioni, fusioni e Joint Ventures. Laureato presso l’Universitá Bocconi, ha lavorato per numerose banche d’affari Italiane ed internazionali ed è stato consulente dei Comuni di Milano, Bologna, Firenze e Palermo per diverse privatizzazioni nell’ambito dei servizi pubblici locali.


tag:  eurozona   debito   deficit   crisi   euro   produttività   flessibilità   riforme   crescita   germania   francia   italia   europa  


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#3 da Asio otus, inviato il 26/1/2012
In effetti è folle che esista una moneta unica senza un governo unico, o almeno un governo economico unico. La catastrofe attuale era una bomba carica pronta a esplodere alla prima vibrazione. Il problema che i cittadini europeri (italiani in primis) hanno dimenticato il significato di parole come "collaborazione" e "partecipazione", guardando solo ed esclusivamente ciò che capita nel proprio giardino di casa, cosa colpevolmente accentuata e incoraggiata da certi movimenti (uno in Italia lo conosciamo bene ma purtroppo sono parecchi) che fanno leva sulle peggiori paure e pulsioni della gente pur di acquisire potere. Si sono dimeticati che quando l'Europa era divisa scoppiava una guerra ogni mese (cosa che accadeva anche nell'Italia preunitaria fra gli stati regionali preunitari). O si fa l'Europa o si torna al medioevo.

#2 da libero pensiero, inviato il 25/1/2012
Egregio dott. Brambilla,
aggiungo che fra le sfide esistenziali con cui deve confrontarsi l’UE non va dimenticata la crisi di consenso rispetto all’unificazione europea che si manifesta nel continuo rafforzamento delle tendenze populistiche eurofobe. C’è un chiaro nesso fra questa crisi e la mancanza di potere delle istituzioni europee per affrontare – con un vero governo europeo e la promozione di una più efficace governance mondiale – le contraddizioni, che producono un diffuso senso di insicurezza, di una globalizzazione priva di regole. E ciò apre grandi spazi alle tendenze populiste, cioè (in varie misture) nazionaliste, micronazionaliste, xenofobe e razziste, le quali, oltre un certo grado, comprometterebbero l’avanzamento dell’unificazione europea.
In presenza di queste sfide, che pongono l’UE di fronte all’alternativa “essere o non essere”, ci deve essere una risposta risolutiva che colleghi organicamente scelte immediate con scelte di medio e lungo termine che le consolidino in un sistema costituzionale più avanzato, nella prospettiva dell’Europa federale: l’Europa federale è il traguardo che l’Unione non deve perdere di vista. Occorre attuare una politica energetica comune, assumere l’iniziativa per una nuova Bretton Woods; e realizzare la cooperazione strutturata per costituire il servizio diplomatico europeo e la forza europea di reazione rapida.

A breve termine l’UE si deve dotare dei mezzi per affrontare la crisi economico-finanziaria e svolgere un ruolo più attivo e costruttivo per invertire il crescente disordine mondiale. Gli stati disponibili devono affidare alla Commissione europea i poteri necessari per realizzare sotto il controllo del Parlamento europeo e del Consiglio un piano e un fondo europeo anticrisi, rafforzare il bilancio, in particolare tramite gli Euro Unionbonds, affinché esso diventi rilevante ai fini di una politica anticiclica e per il perseguimento della coesione economica e sociale dei Paesi dell’area Euro. Bisogna agire tempestivamente per abbassare il costo sugli interessi sui debiti sovrani, che è diventato insostenibile, per i paesi più deboli come l’Italia.
Queste decisioni devono essere accompagnate dalla contestuale apertura di una procedura di revisione istituzionale in direzione di una costituzione di natura federale. Dovrà essere l’avvio – anche da parte di un’avanguardia di stati (a partire da Italia, Francia e Germania), se non ci fosse l’unanimità – della procedura di revisione dei trattati attraverso una convenzione costituzionale, formata secondo regole di rappresentanza democratica al fine di escludere qualsiasi forma di veto nazionale.
In un momento in cui l’UE deve compiere scelte estremamente impegnative, ma indispensabili se vuole avere un futuro e riguadagnare il rispetto e il sostegno dei cittadini e dell’opinione pubblica, il Parlamento europeo è chiamato a svolgere un ruolo centrale. Esso ha, a differenza delle altre istituzioni dell’UE, una diretta legittimità democratica. Questa fase critica di crisi economica e finanziaria rappresenta anche un’opportunità ed è l’occasione privilegiata in cui si può uscire dalla paralisi ed aprire una nuova stagione politica. La condizione perché ciò avvenga è che i governi europei (a partire dall’Italia, con il Governo Monti) ed i principali partiti, rinnovandosi attraverso una nuova classe dirigente credibile, decidano di mobilitare l’opinione pubblica sulle risposte che la situazione richiede al fine di raccogliere una partecipazione adeguata ai nuovi compiti e poteri che il Parlamento Europeo è chiamato ad assumere.

Siamo in una nuova crisi economica e finanziaria, questa volta partita sul versante europeo, e non avremo grossi margini di manovra se non affronteremo definitivamente in Italia ed in Europa i problemi non ancora risolti sui debiti sovrani, sulla regolamentazione della finanza, sullo sviluppo di politiche economiche e fiscali comuni e se non implementeremo a strettissimo giro in Italia le riforme di cui tanto si parla, ma che mai si mette mano a realizzarle, per i soliti interessi corporativi e veti incrociati, a scapito del bene comune, del lavoro e dell’impresa. Il Governo Monti si sta dimostrando credibile e dovrà procedere spedito, perché il tempo a disposizione è ridottissimo.
Siamo in una nuova era barbarica e l’invasione è in atto. Dobbiamo agire subito per difenderci e contrattaccare, altrimenti saremo destinati a diventare molto poveri e ad essere colonizzati, cosa che sta già avvenendo!
Ma sono fiducioso che ce la potremo fare ad uscire da questa crisi se ognuno di noi farà la propria parte per il bene comune e meno per se stesso!

#1 da Angelo C., inviato il 25/1/2012
IL PENSIERO NEO-LIBERISTA: il popolo è schiavo dei politici che sono a loro volta schiavi degli affaristi che speculano, vendono derivati e fanno previsioni sbagliate mandando in bancarotta società e paesi. Questi affaristi sono a loro volta schiavi dei grandi magnati dell'informazione (come Murdoch) e dei colossi che movimentano i mercati (come le agenzie di rating o le grandi banche). Il neo-liberismo ha portato ad una concentrazione di poteri e denari nelle mani di pochissimi (l'1% della popolazione controlla il 50% dei beni e dei denari mondiali) aumentando il divario tra ricchi e poveri. Questo, ovviamente, ha generato spiacevoli conseguenze. Dalle rivolte in Argentina, in Messico e in Ecuador, passando per il Brasile, il Giappone e altre economie asiatiche crescenti, fino ad arrivare e sfociare nella primavera araba concludendo nel centro dell'impero neo-liberista e cioè Stati Uniti ed Europa. Il modello neo-liberista è quel modello secondo il quale il consumatore è un mezzo, non una persona; un mezzo per fare soldi da sfruttare fino alla morte. Il pensiero neo-liberista è quel pensiero secondo il quale non devono esserci regole ai mercati (speculazione scellerata pur di far soldi), dove lo status quo deve essere retto persino da regimi che aggirano i diritti umani come quello egiziano di Mubarak o quello libico di Gheddafi o quello tunisino di Ben ali, e dove il potere va mantenuto nelle mani di pochi oligarchi che si ritengono al di sopra delle parti, dove lo Stato non conta niente. Le rivolte nascono per opporsi a questo modello troppo spinto di capitalismo e cioè il modello neo-liberista che apparentemente rende tutti più ricchi (perchè si hanno beni maggiori) ma in realtà rende i ricchi più ricchi e i poveri più poveri perchè il potere si concentra nelle mani di pochi i quali, in momenti difficili, tagliano su tutti tranne che su di loro e sulle loro ricchezze. La soluzione non è far crollare il modello occidentale, anzi, non c'è niente di meglio di un paese democratico all'occidentale, ma bisogna imporre delle regole. Tutto quì. Bisogna porre ed imporre delle regole per ridurre la corse egoistica all'accaparramento di beni e denari dei singoli cittadini schiavi dell'avidità e dell'egoismo, bisogna imporre regole severe alla finanza (riducendo la speculazione, tassando le transazioni finanziarie e facendo pagare i grandi scienziati dei mercati che troppo spesso operano scelte sbagliate senza preoccuparsi delle conseguenze dato che scommettono i nostri soldi e non i loro) e riportare ad un livello più alto lo "stato sociale" perchè è giusto ed è un diritto essere ricchi, ma è altrettanto un diritto non essere poveri. Buon lavoro a tutti.



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