di Stefano FolliScrivevamo l'anno scorso, commentando il precedente rapporto del "Governance Poll", che gli enti locali erano la più sicura palestra dove allevare una nuova classe dirigente. Osservazione in sé abbastanza ovvia, che però va in parte ripensata e forse riformulata alla luce del rapporto di quest'anno.
Sarebbe meglio dire che negli enti locali cresce una nuova possibile dirigenza, in grado forse d'imporsi a livello nazionale, a patto che abbia la capacità di misurarsi con il principio di realtà. Detto in altri termini, è difficile governare una città, una provincia o una regione in tempi di recessione, nella crescente debolezza delle risorse economiche. Un buon sindaco oggi deve essere straordinario per riuscire a mantenere più o meno intatta la sua popolarità.
Non tutti ci riescono. Negli anni della spesa pubblica era assai più facile amministrare un capoluogo o una regione, il che equivale anche a dire che era molto più semplice creare consenso e mantenerlo. Oggi il consenso si forma sulle aspettative, sulla speranza di affidare le chiavi del potere a personaggi percepiti come estranei alla «casta», ossia al circuito di un vecchio "establishment".
Ma una simile figura, quando si riesce a individuarla, incontra rilevanti difficoltà, dopo l'elezione, a mantenere le promesse fatte. Oppure più semplicemente a mostrarsi all'altezza delle attese. Quindi s'innesca il meccanismo della delusione, che rischia di «bruciare» un potenziale leader nazionale.
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