di Alessandro PlaterotiDa un anno a questa parte, le pressioni negative dei mercati finanziari sui governi europei, sulle Borse e sui titoli di Stato (quelle sull'euro sono decisamente più recenti) avevano un denominatore comune: il timore che, più del debito greco, italiano o spagnolo, fosse in realtà la mancanza di leadership a Francoforte e a Bruxelles la vera origine della crisi dell'Eurozona e la principale minaccia alla sopravvivenza dell'euro.
L'estate e l'autunno 2011, con il drammatico allargamento degli spread tra i tassi di interesse dei Paesi periferici e quelli centrali dell'Eurozona, sembravano confermare l'inarrestabilità della deriva: Italia, Spagna, Portogallo e Grecia viaggiavano con tassi a livelli da default, la Bce di Jean-Claude Trichet era considerata dai mercati poco più di una succursale della Bundesbank e l'Unione europea trattata alla stregua di un'espressione geografica incapace di raggiungere quell'unitarietà politica necessaria per arrivare all'auspicata convergenza delle politiche di bilancio.
Insomma, alla vigilia del compleanno dell'Eurozona, i primi 10 anni di vita dell'Euro sembravano destinati ad essere anche gli ultimi: i capitali erano in fuga verso gli Stati Uniti, le Borse continuavano a cadere e ai mercati (soprattutto quelli anglosassoni) veniva apertamente attribuita la responsabilità del tracollo europeo, vittima di un complotto internazionale contro l'Euro e l'Italia.
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