Attrarre talenti stranieri? Meglio tardi che mai

La nuova legge sulla carta blu e l’immigrazione specializzata

di Andrea Rosenthal , pubblicato il 10 gennaio 2012
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La fabbrica di Ai Cian è un gran capannone, con spazio per 15 operai, vicino al porto e all’aeroporto di Ancona, non lontano dalla società italiana di costruzioni e prefabbricati con cui doveva associarsi in joint venture. Peccato che da tre anni sia vuoto.

La società italiana di costruzioni mi aveva chiesto di assistere Ai Cian, una giovane costruttrice del boom immobiliare cinese, nel problema preliminare ad ogni altra questione: il suo permesso di soggiorno. Nel capannone avrebbero dovuto lavorare maestranze italiane e cinesi. Chiaramente Ai Cian sarebbe dovuta venire spesso in Italia, e non poteva ogni volta chiedere un nuovo visto all’ambasciata italiana in Cina, con attese di mesi. Serviva un permesso di soggiorno stabile per lavoro autonomo.

Il Viceprefetto fu cortesissimo, c’era una cinese che voleva investire e assumere in Italia e andava agevolata e interrogò persino il Ministero. Ma la mail di risposta arrivò perentoria: quell’anno non erano previsti i flussi (cioè dei posti contingentati) per lavoro autonomo, e anche al Ministero non sapevano se l’anno seguente ci sarebbero stati dei nuovi flussi.

Avete letto tutto bene, non c’era un modo legale per far stabilire in Italia un imprenditore o lavoratore autonomo straniero. Questa è la via italiana alla globalizzazione.

Come esaurientemente descritto da Massimo Brambilla su questo sito il 7 luglio scorso, l'Italia, a differenza degli altri paesi occidentali, ha perso attrattiva per investimenti e imprenditori o lavoratori specializzati stranieri.

Va da sé che l’imprenditore o il lavoratore straniero specializzato non sottrae posti di lavoro agli italiani: Ai Cian o l’ingegnere indiano portano redditi e consumi e soprattutto svecchiano e movimentano una economia ingessata, che rischia di trovarsi sempre più ai margini del mercato internazionale.

Nonostante l’Unione Europea abbia emanato nel 2009 una direttiva per agevolare l’ingresso e la permanenza dei lavoratori di eccellenza extracomunitari (cosiddetta direttiva “carta blu”), il nostro paese è stato così preso dalle sue beghe domestiche, come spesso accade, da non recepirla. Fino al 30 novembre scorso quando, nella quasi indifferenza generale, il Senato ha definitivamente approvato la legge comunitaria delegando tra l’altro il Governo ad attuare entro tre mesi la direttiva.

Cosa prevede la direttiva? Una procedura ad hoc semplificata e rapida per l’ingresso delle eccellenze extracomunitarie, attivabile dall’Italia o dall’estero in qualsiasi momento dell’anno. Una volta giunto in Italia l’imprenditore o lavoratore specializzato straniero godrà di una serie di diritti che mirano a parificarlo ai cittadini europei come ad esempio assistenza e previdenza sociale, circolazione negli altri paesi comunitari e ricongiungimento automatico dei familiari.

La direttiva non risolve naturalmente tutti i problemi di accoglienza1, ma almeno gli ostacoli giuridici sono stati rimossi.

La sostanza è che tra i tanti immigrati che arrivano o vorrebbero venire nel nostro paese alcuni sono imprenditori o specialisti che possono contribuire molto a vivacizzare l'economia italiana. Si tratta di valorizzarli e trattarli adeguatamente, soprattutto adesso che c’è la possibilità legislativa per farlo.






1. Si veda in proposito il mio contributo scientifico nel volume Le nuove frontiere della Cittadinanza europea curato da E.Triggiani.

Avvocato, si occupa di diritto dell’immigrazione e dell’Unione europea. Nell’attività giudiziaria ha sostenuto processi in difesa di cittadini stranieri, come progettista ha seguito importanti progetti per enti pubblici. Come pubblicista collabora con l’Università di Teramo e ha al suo attivo alcune pubblicazioni scientifiche.


tag:  immigrazione   talenti   economia   accoglienza  


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#1 da Fulvio Aversa, inviato il 11/1/2012
Mi sorprende che ancora nessuno abbia commentato quest'articolo: probabilmente perché l'immigrazione è una questione che ormai irrita piuttosto che far riflettere. Purtroppo l'argomento è stato affrontato (e osteggiato) con un radicalismo ideologico che ha impedito una seria riflessione: da una parte una xenofobia che ha portato spesso a situazioni kafkiane e dall'altra un ecumenismo che si è ostinato a non vedere gli aspetti negativi dell'immigrazione in nome della compassione per i più deboli e di riflessioni sulle ineluttabili dinamiche della Storia. Il fatto è che l'immigrazione in Italia è di bassa qualità: si tratta quasi sempre di persone che provengono dalle classi sociali più povere e meno istruite dei rispettivi paesi e infatti una volta qui da noi si trovano a svolgere i lavori più umili che nemmeno gli italiani vogliono più fare. Eppure di questi immigrati c'è bisogno perché la complessiva strategia delle aziende nostrane ha puntato non sull'investimento nelle competenze e sull'orientamento al "rischio di crescere" ma sulla sistematica riduzione del costo della forza lavoro: più braccia e meno cervelli, insomma, il che ha reso necessario alimentare la carenza di manodopera a basso prezzo con flussi di immigrati senza particolari competenze a cui destinare salari ben sotto la media (per noi) ma sufficienti a campare (per loro) nel contesto delle comunità straniere insediate sul territorio . Il risultato mi sembra sia sotto gli occhi di tutti. Ben venga dunque un innalzamento della qualità dei lavoratori extracomunitari che si trasferiscono in Italia; soprattutto se hanno idee e competenze adatte a risollevare la nostra moribonda economia.



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