Diminuire la diffidenza tra cittadini e pubblica amministrazione

Meno regole, più premi per chi semplifica le procedure

di Alberto Stancanelli , pubblicato il 4 gennaio 2012
immagine documento
L’amministrazione italiana abbonda di regole amministrative la cui conseguenza è quella di un eccesso di interpretazioni applicative delle regole stesse.

La questione in realtà è più complicata in quanto nel nostro Paese esistono più soggetti preposti all’interpretazione applicativa delle regole amministrative, oltre allo stesso legislatore con la sua interpretazione autentica; troviamo infatti: le amministrazioni con specifici uffici preposti al rilascio di pareri; i giudici amministrativi del Consiglio di Stato nel ruolo consultivo e giurisdizionale; la Corte dei conti sia nella veste di controllo sulla gestione e nel più puntuale controllo sugli atti, sia nella fase giurisdizionale per responsabilità.

A ciò si aggiunga il giudice penale nel controllo repressivo per abuso d’ufficio (che valuta in sede penale la legittimità degli atti amministrativi e dei comportamenti) o per tutti gli altri reati che presuppongono il rispetto delle regole amministrative.

La questione della giungla delle regole amministrative e della conseguente paralisi nel decidere, derivante dal principio vigente per consuetudine nel nostro ordinamento del “tutto ciò che non è permesso è vietato”, è colta con esaustiva attenzione da Angelo Panebianco nel suo articolo del 3 gennaio 2012 sul Corriere della Sera.

Ma qual è la causa e qual è l’effetto che producono le innumerevoli regole che disciplinano il sistema amministrativo italiano?

La ragione principale va trovata nella diffidenza reciproca tra l’amministrazione e i cittadini. Le regole nascono per difendere la prima dai furbi (che non mancano mai), ma al tempo stesso esistono regole per difendere i cittadini dall’amministrazione (vedi l. 241/90). La diffidenza reciproca diventa rilevante nella fase applicativa delle norme che si possono interpretare in modo ancora più restrittivo di quanto le stesse regole vogliano dire o al fine di ampliarne la portata. Il tutto è guidato, come sostiene Panebianco, dall’interpretazione difensiva del “coprirsi le spalle”.

Un esempio è dato dal fatto che oggi ogni attività professionale e scientifica cerca di trovare strumenti per difendersi dall’applicazione delle innumerevoli regole: valga per tutti la medicina difensiva vera e propria branca della medicina-legale.

Ma l’applicazione delle regole e l’interpretazione delle stesse è anche strumento di potere e di corruzione; la difficoltà di conoscere le norme e la prassi amministrativa è un elemento di soggezione psicologica del cittadino verso il funzionario pubblico e, di fatto, molte volte l’applicazione delle regole non dà la garanzia dell’uguaglianza sostanziale tra i cittadini o della necessaria trasparenza, imparzialità, ma contribuisce inconsapevolmente (ma alcune volte consapevolmente), nella sua farraginosità, ad incentivare fenomeni di corruzione e di cattiva amministrazione.

Per meglio capire il fenomeno dell’”amministrazione difensiva” è opportuno richiamare due esempi normativi.

Alla fine degli Anni ’90 per ovviare alla paralisi dell’azione amministrativa il Parlamento introdusse il criterio della responsabilità per danno erariale solo in caso di dolo o colpa grave (escludendo la colpa lieve), incentivando, al tempo stesso, il sistema dei controlli interni. Ma quando viene meno la colpa grave? Semplicemente quando il funzionario acquisisce più pareri a sostegno della sua interpretazione che portino all’adozione o al rifiuto di un determinato provvedimento amministrativo.

Di recente si è previsto che nel caso di controllo positivo (registrazione) del provvedimento da parte della Corte dei conti la colpa grave è esclusa ex lege. Ci voleva una norma? Ebbene sì! perché la stessa Corte dei Conti in sede giurisdizionale per danno erariale non riconosceva come causa di esclusione di responsabilità la circostanza che un altro magistrato della stessa Corte avesse registrato il provvedimento ritenendolo legittimo.

Alla fine possiamo dire che l’eccesso di regole e di interpretazioni non produce altro che caos amministrativo, dove tutti sono contro tutti e tutti alleati, con il fine comune di ingessare l’amministrazione a svantaggio del Paese e senza che tale paralisi amministrativa riesca ad arginare il fenomeno della corruzione.

Nella mia attività di funzionario pubblico mi è capitato di svolgere la funzione di direttore di un ufficio che forniva pareri alle altre amministrazioni pubbliche in materia di personale. Arrivò sul mio tavolo la richiesta di parere di un presidente di tribunale (al quale è attribuita l’attività di gestione dell’organizzazione amministrativa) che chiedeva di conoscere, non essendo chiare, a suo dire, la norma e la circolare esplicativa, quanti dovessero essere i minuti di attesa per la timbratura in entrata del personale da considerarsi riconducibili all’attività di servizio e quindi da non recuperare. A tale quesito mi rifiutai di rispondere, rischiando l’omissione di atti d’ufficio(!), per la dignità mia e del suo ufficio.

Sicuramente servono meno regole e quelle poche regole devono essere chiare senza bisogno di circolari esplicative o note di chiarimento; si penalizzino allora le amministrazioni che adottano circolari e si introducano strumenti di demerito per i dirigenti che ricerchino per le proprie decisioni la copertura di pareri, responsabilizzando gli stessi dirigenti nella scelta decisionale.

Al tempo stesso si introduca il criterio della liceità (amministrativa e penale) di tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge, vietando e penalizzando l’interpretazione estensiva dei divieti. Bisogna guardare ai risultati e non al valore formale degli atti amministrativi, al vantaggio per l’amministrazione e per la collettività derivante dai comportamenti posti in essere dagli amministratori.

Si garantisca realmente l’indipendenza della dirigenza pubblica dalla politica, si introducano codici etici di comportamento al quale seguano concrete sanzioni in caso di violazione, si costruisca una classe dirigenziale che diventi un vero “corpo tecnico “dell’amministrazione.

Se non fosse possibile, come chiede Panebianco, riformare i cervelli, (questo è il Paese delle riforme mancate) si stimoli e si scommetta sulla nascita di nuovi cervelli, su cui fondare il cambiamento e la vera rivoluzione liberale.

Si introducano regole chiare per l’avvio e l’adozione dei procedimenti amministrativi e per la documentazione da produrre, meglio se acquisita d’ufficio senza scaricare i ritardi sul cittadino o sulle imprese, si vieti la possibilità di richieste di integrazione successiva della stessa documentazione.

Si premino i dirigenti per la concreta capacità organizzativa per il funzionamento dell’ufficio e di semplificazione delle procedure, e si premi l’ufficio nel suo complesso rispetto agli uffici meno produttivi della stessa amministrazione; si introducano i cittadini, le imprese e i destinatari dell’attività amministrativa per ricercare singoli strumenti di semplificazione e nella erogazione dei premi di produttività e di meritocrazia. Non possiamo più permetterci un’amministrazione che valuti se stessa.

La rinascita morale e civile del nostro Paese deve passare attraverso un patto di ricostruzione tra tutti i poteri dello Stato, coinvolgendo i cittadini, le forze sociali e produttive.

E' membro del comitato direttivo di Italia Futura


tag:  pubblica amministrazione   burocrazia   regole   efficienza  


STAMPA:   per visualizzare la versione per la stampa clicca qui

LASCIA UN COMMENTO | Leggi il DISCLAIMER


#9 da Maurizio, inviato il 7/1/2012
L'ipocrisia non si può estirpare facilmente in un paese come l'Italia dove la meritocrazia non esiste e la cupidigia, la poca trasparenza, la fa da padrona, mentre il riconoscimento di chi effettivamente produce e manda avanti progetti e uffici con riscontri sia d’affidabilità sia di crescita, rimangono in quel limbo di cui tutti si riempiono i polmoni ma pochi sanno che cosa effettivamente significa certificazione ISO 9001. Si premi finalmente l’ufficio nel suo complesso rispetto agli uffici meno produttivi della stessa amministrazione e gli staff che lavorano con serietà e trasparenza portando alla propria azienda contributi e riconoscimenti non solo interni ma anche dei cittadini che riconoscono gli uffici laboriosi ed efficienti da uffici assenti e insolventi, che non fanno sicuramente onore al paese.
Capolupo Maurizio.

#8 da giovanni marino, inviato il 5/1/2012
questa è la vera palla al piede del nostro paese.
Se la si potesse monetizzare sicuramente l'inefficienza varrebbe molto di più di un paio di finanziarie.
Non ci sono regole che tengono quando un dipendente pubblico non vuole fare il proprio dovere. Trova sempre molti appligli cui aggraparsi. Ma non è solo un problema etico. E' anche un problema contrattuale. Avete mai visto un dipendente pubblico venire licenziato oppure premiato ?
Eppure l'esperienza ci insegna che dove i servizi funzionano è proprio perchè ci sono persone preparate e coscienziose che li fanno funzionare a volte "contro" regole rigide.
Presso una azienda pubblica del mio territorio nei mesi scorsi si è rotta la panda che veniva usata ( esclusivamente e da un dipendente dedicato solo per questo lavoro! ) al servizio di posta interna tra la Dir centrale ed un ufficio di periferia. Ebbene, per un mese la posta è rimasta ferma negli uffici e tutto si è paralizzato. Ogni funzionario si dichiarava "innocente " ed impotente e così era giustificato che nessuno poteva svolgere il proprio lavoro. Roba da matti.
C'entra nulla , carissimo Dr Stancanelli la modifica dell'art 18 ed i privileggi di casta dei dipendenti pubblici che hanno diritto a percepire lo stipendio indipendentemente dalla loro produttività?
E' una situazione che possiamo ancora permetterci?
Non basta purtoppo un augurio di buon anno.

#7 da Piero Castelli, inviato il 5/1/2012
Anch'io sono d'accordo su quanto scritto da Alberto Stancanelli. Mi permetto pero' di aggiungere qualche considerazione:
- anche se tutti parlano di riforme, io credo che si tratta semplicemente di riorganizzare, annullando cio' che non serve e modificando cio' che si deve migliorare.
- è pur vero che tutti noi notiamo che gl'impiegati statali o parastatali danno l'impressione di essere nullafacenti, ma è altrettanto vero che se il loro comportamento é tale, la colpa risale ai loro capi e direttori che non sono capaci di valorizzare il lavoro dei loro dipendenti. Altrochè premiare i direttori!!!

#6 da Daniele, inviato il 5/1/2012
Condivido a pieno la necessità di ridurre la sfiducia, il timore e talvolta anche il sospetto che spesso nasce tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione.
Sicuramente la via maestra può essere quella di una riduzione delle regole, mentre non concordo sulla scelta dei premi, sarei invece favorevole a maggiori sanzioni per chi non le rispetta!
Si dovrebbe puntare di più sulla formazione e qualificazione del personale e su una maggiore informazione per il cittadino.
E' vero che la rinascita del nostro Paese possa muoversi attraverso "un patto di ricostruzione tra tutti i poteri dello Stato" interessando tutti a vari livelli (cittadini, forze sociali e produttive) ma sono ancor più convinto che una solida ricomposizione possa concretizzarsi se il dipendente pubblico di ogni livello e grado (dall'ultimo degli uscieri al Presidente della Repubblica), facendo fede al giuramento prestato, svolgesse la propria attività con lealtà, professionalità e sopratutto con l'onore di servire il Paese.

#5 da marco fumagalli, inviato il 4/1/2012
L’eccesso legislativo e regolamentare è solo un sintomo delle patologie del nostro sistema economico e sociale. D’altro canto una classe politica corrotta e incapace non può che produrre pessime leggi. E’ in questo contesto che prospera lo sperpero e la collusione. Prendiamo per esempio le leggi di riforma degli enti locali e sui contratti pubblici. Sono da oltre vent’anni un continuo cantiere che determina incertezza e copre comportamenti illeciti. I segretari comunali, le province, le ex municipalizzate non sono mai state eliminate perché funzionali ad un sistema di potere teso a depredare denaro pubblico. Le gare d’appalto sono molto spesso truccate. Non è un problema di leggi (sono eccessive come detto…), ma di un sistema malato che non ha saputo rinnovarsi in seguito Tangentopoli. Ora con Italia Futura e altre iniziative fuori dal contesto politico tradizionale, le cose potrebbero cambiare. Occorre essere coscienti che gli interventi devono essere duri e radicali. Per eliminare il sistema economia sommersa – corruzione, occorre ridurre al più presto la presenza pubblica nell’economia. Privatizzando e liberalizzando diminuirà la necessità di fondi neri per la corruzione. E’ un sistema che si autoalimenta. La polemica sugli stipendi dei parlamentari e altri organi costituzionali, è legittima ma rischia di far perdere di vista l’obiettivo di liberare l’economia dai tentacoli di un sistema pubblico malato. Purtroppo però vedo che anche gli interventi di Monti in questo campo sono limitati. Ovviamente questo Parlamento tenta di far sopravvivere l’attuale modo di fare politica e gestire la cosa pubblica. A livello locale si sprecano interpretazioni per ridurre la portata dei pur lievi interventi di riforma della amministrazione pubblica locale. Per avere un sistema legislativo virtuoso si deve “sgonfiare” lo Stato perché è un sistema che si autoalimenta, in una sorta di corto-circuito democratico. Il referendum sull’acqua che ha azzerato le poche certezze di un sistema legislativo precario è solo un esempio recente. Qualcuno si ricorda del referendum sulla privatizzazione della RAI? Quale seguito ha avuto? Non è solo un problema di regole ma di persone ed enti che dovranno attuare quelle regole. Più sono i soggetti coinvolti e meno le regole saranno correttamente attuate perchè piegate alle esigenze dell’uno o dell’altro. marco.fumagalli@libero.it

#4 da Fabrizio Benassi, inviato il 4/1/2012
Prima di tutto bisogna ridurre le differenze tra pubblica amministrazione e molti cittadini. Il cittadino se sbaglia paga, la PA no. Il cittadino, se è dipendente di una azienda in crisi viene licenziato. Se lo Stato è in crisi, come lo è ora, nessuno viene licenziato. Bisogna partire da qui, altrimenti ci si limita alle parole. La semplicità per il cittadino richiede grande e complesso lavoro da parte della PA e soprattutto dedizione per ciò che si fa, direi passione per ciò che si fa. Pensiamo a ciò che ha fatto S. Jobs con i prodotti apple, semplicissimi per gli utenti. Ma dietro ci deve essere talento, passione, tanto tantissimo lavoro e volontà di eccellere. Non vedo come si possa farlo con le regole e soprattutto la cultura di cui oggi è permeata la PA.

#3 da Giovanni Pizzolon, inviato il 4/1/2012
D'accordo su tutto ma non sul premiare i dirigenti se migliorano le procedure e l'organizzazione, è già un loro dovere non utilizzare in toto le procedure esistenti , ma cercare di migliorarle e/o proporre cambiamenti , come esiste nel privato. Piuttosto premiare gli addetti che avanzano proposte migliorative delle procedure, dei servizi alle direzioni. Tutto l'apparato burocratico a tutti i livelli deve sentirsi parte attiva ed efficente e sempre sotto esame dal cittadino.

#2 da Angelo C., inviato il 4/1/2012
Secondo me quanto sopra è stato detto ha effettivamente un riscontro reale. La pubblica amministrazione è inefficiente e la troppa burocrazia allontana i cittadini e gli investitori stranieri...il che è un male ovviamente. Penso anche che, nonostante la pubblica amministrazione e la giustizia siano in difficoltà e vivano uno stato di paralisi e inefficienza, le riforme presentate fino ad ora (soprattutto la riforma Brunetta per la pubblica amministrazione, tralasciando quella della giustizia per ora) non siano efficaci perchè guardano al breve termine e soprattutto perchè sono indirizzate a bloccare temporaneamente il problema e non a correggerlo. L'inefficienza non è dovuta solo a lavoratori svogliati o poco educati o poco professionali (fannulloni come direbbe qualcun altro) ma è data dal sistema organizzativo in generale. Anche chi decide come organizzare e gestire l'organico ha delle responsabilità nell'inefficienza del sistema. E, secondo me, proprio chi organizza ha le responsabilità maggiori perchè chi gestisce lo fa perchè "dovrebbe" essere più competente degli altri che eseguono manualmente il lavoro, ma non sempre è così. Voglio dire che le inefficienze vanno curate in ogni gradino del sistema. Nè solo sull'ultimo (com'è avvenuto fino ad ora) nè solo sul primo (come accade, ad esempio, in Cina quando per evitare rivolte popolari su grandi ingiustizie i big del partito danno in pasto all'opinione pubblica qualche funzionario corrotto o poco competente). Serve maggiore responsabilità della classe politica che deve porre le basi per un vero ed efficace rispetto delle regole, senza le quali non funzionerebbe nulla. Le regole vanno fatte rispettare incentivando il comportamento corretto e non chiudendo un occhio o addirittura coprendo i comportamenti poco corretti. Secondo me il problema vero che c'è in italia è dato da un bassissimo rispetto delle regole, sia da parte di chi gestisce e controlla sia da parte del semplice cittadino. Se le regole fossero applicate severamente, se le pene fossero applicate con vera certezza tutti quanti avremo la possibilità di rendere questo sistema migliore e meno inefficiente. Buon lavoro a tutti.

#1 da Marco Spina, inviato il 4/1/2012
L’eccesso di regole è un fenomeno negativo al quale nessuno pensa di porre realmente rimedio. Il vero problema, se mi consente, Dr. Stancanelli, sta nella totale incapacità della formulazione di testi normativi comprensibili e soprattutto non contraddittori a parità di grado tra loro. In un Paese di civil law come il nostro, dove tutto è codificato, normato, regolamentato, (e con il federalismo “all’italiana” le cose sono peggiorate, con leggi e regolamenti Regionali, Provinciali e Comunali), ogni giorno direi per qualsiasi settore lavorativo, (io mi occupo di consulenza), occorre passare molte ore per determinare la norma da applicare ma non per la diretta derivazione dell’interpretazione del principio di legge, bensì dall’analisi delle varie eccezioni formalizzate (a volte è l’eccezione che domina sulla regola). Poi, se mi si consente, questo sistema si auto-alimenta: una produzione normativa “di fatto” non derivante dalla legge, ma dalle sedi d’interpretazione della stessa, determina la necessità di frequentare ore di formazione sulle sentenze, un grande lavoro per la stampa specializzata e per noi operatori continui costi per l’acquisto di commentari sull’ultima “prodigiosa” sentenza o circolare ministeriale, e dal canto loro le pubbliche amministrazioni che a loro volta emanano circolari, risoluzioni nonché interpretazioni c.d. autentiche, (con le quali ritrattano quanto già affermato in precedenza). Insomma un vero caos che ha origine nel superamento del modello di civil law verso un modello diverso, non propriamente di common law, ma ibrido nel quale le sedi di formazione del “diritto applicabile” sono eccesive a volte nemmeno conosciute, insomma ci troviamo in uno stato di incertezza del diritto.



nome

email
cap
link

commento
Inserisci il codice di verifica:
Ascolta il codice segreto

 


Conosci ItaliaFutura
Il progetto, le persone, le attività
Rimettiamo in moto il Paese
La contro manovra di Italia Futura
Associazioni regionali
Italia Futura nel territorio
Partecipa!
Vuoi collaborare alle attività di Italia Futura?


nome

cognome

carica

amministrazione

Nazione
Provincia
Comune

Mi piace questa proposta e voglio aderire
email
cap



nome e cognome
email
cap
scuola

commento

nome e cognome

email
cap

Racconta