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Più efficienza e più partecipazione
La direzione delle riforme istituzionali
di
Carlo Calenda ,
pubblicato il 29 dicembre 2011
"Necessarie e improcrastinabili modifiche alla Costituzione": così si conclude
l'articolo di ieri di
Galli della Loggia che torna sulla questione dello
scollamento tra il sistema dei partiti e le istituzioni - Parlamento in testa - e i tempi e le necessità della nostra società. Questo assunto, che è largamente condiviso dai cittadini, dai commentatori e persino dai politici, ha trovato una conferma empirica nelle modalità di gestione dell'ultima crisi di Governo e nella formazione dell'attuale esecutivo.
Ma in che senso, in che direzione occorre procedere per riformare la nostra architettura politico-istituzionale? Esiste un ampio consenso sul fatto che
la priorità fondamentale sia quella di garantire all'esecutivo la possibilità di agire tempestivamente anche attraverso uno snellimento delle procedure parlamentari che metta le camere, che oggi "non sono più al centro di nulla", in grado di svolgere efficacemente il proprio lavoro.
Maggiore efficienza dunque e, conseguentemente, in primo luogo, poteri più ampi per il governo.
Una riforma che avesse solo questo indirizzo mancherebbe tuttavia di rispondere ad un problema che pure esiste e che ha un ruolo non secondario nel determinare lo scollamento tra elettori e istituzioni pubbliche:
il desiderio dei cittadini di aumentare il grado di partecipazione e coinvolgimento nella vita politica in particolare quando i tempi (e i rischi) sono straordinari e le decisioni sembrano – e probabilmente sono - dettate da vincoli esterni.
Questo tema, che sta diventando centrale in tutte le democrazie occidentali, è ancor più
importante in Italia, dove, più che altrove, i cittadini si sentono estranei alla cosa pubblica, salvo poi addebitargli tutti i vizi, anche quelli privati, e le responsabilità, anche quelle che non gli competono.
La risposta a questo problema non può venire dal potenziamento di strumenti di democrazia diretta di natura straordinaria come i referendum abrogativi che hanno anzi talvolta la caratteristica di dare la stura a pulsioni, emozioni e ribellismi.
Occorre invece che i momenti di partecipazione dei cittadini siano strutturalmente codificati e circoscritti ad alcune fasi e a ben determinati casi del processo legislativo.
Alcuni esempi: si potrebbe stabilire che
su materie riguardanti la rappresentanza politica, in primis la legge elettorale, nessuna riforma possa entrare in vigore senza passare per un referendum confermativo senza quorum. Eviteremo in questo modo che il sistema dei partiti "blindi" se stesso come accaduto nel caso del "porcellum". Un altro meccanismo di partecipazione diretta dei cittadini, in vigore in alcuni stati americani, è
quello del "recall" che consente agli elettori di revocare il mandato ad uno suo rappresentante in caso di gravi inadempimenti nell'esercizio del mandato stesso (assenteismo, commissione di reati etc.).
E’ pacifico che la velocità del mondo di oggi non può essere affrontata con un'architettura istituzionale nata in un'altra epoca con l'obiettivo di garantire soprattutto l'efficienza dei contrappesi. Ma allo stesso modo un processo decisionale più veloce e con meno contrappesi, richiede
un ripensamento del ruolo dei cittadini, in particolare in funzione di controllo sulla classe politica, che non può più limitarsi al voto alle elezioni.
Le forme di questa partecipazione possono essere diverse. A parte gli esempi già fatti, si potrebbe
ripensare la funzione delle authority, rendendole elettive e rafforzandone i poteri di controllo sugli atti del governo e del Parlamento oppure spingersi ad
immaginare che il Senato diventi una "camera dei cittadini" estratti a sorte da liste composte secondo il profilo socio demografico del paese (in fondo la democrazia è nata in questo modo). Il menu delle possibilità è ampio e va attentamente meditato per evitare pericolose derive populistiche, ma non si può affrontare la questione della riforma istituzionale ignorando che, accanto ad un problema di efficienza, esista un problema di tenuta della democrazia che impone di ripensare le forme e i modi in cui i cittadini possono esercitarla.
Editoriale pubblicato oggi su Il Foglio
Direttore generale del gruppo Interporto Campano, una delle principali aziende meridionali di infrastrutture e logistica. È stato Direttore dell’area Affari internazionali di Confindustria e ha lavorato in Ferrari e Sky.