Ercolano, società civile 1 - camorra 0
La lotta alla criminalità raccontata dall'ex sindaco
di
Nino Daniele ,
pubblicato il 18 dicembre 2011
Quando a metà del 2005 mi insediai nella carica di Sindaco, dopo qualche mese riprese la terrificante faida tra i due clan, che da anni insanguinava le strade cittadine con decine di morti ammazzati. Difficile descrivere le conseguenze sulla percezione che la città aveva di se stessa per quella lava di sangue.
Un'atmosfera cupa, l’orgoglio ferito dal marchio di città di camorra, che prevaleva nella comunicazione e nel circuito dei media locali e nazionali su quello di città ricca di storia e di beni culturali e paesaggistici; patrimonio dell’umanità, centro urbano dalla ricca tradizione civile e democratica.
Per tutti gli anni '80 e per i primi anni '90 Ercolano era stata uno dei centri principali di spaccio dell'eroina. Un’intera generazione è stata segnata nel fisico e nel morale dalla tossicodipendenza. Dai treni della Circumvesuviana più che turisti per andare a visitare gli scavi archeologici scendevano tossicodipendenti in cerca della dose. C’era ricchezza facile ed un’economia “drogata”.
L’accumulazione di capitali e di liquidità, da investire nelle partite degli stupefacenti, attraverso le attività estorsive da parte dei vecchi e nuovi clan ercolanesi, si era fatta negli anni più recenti asfissiante. Su qualsiasi tipo di funzione economica.
Proviamo a rendere l'idea attraverso uno tra i tanti racconti dei testi costituitisi parte civile nel maxiprocesso contro la camorra ercolanese. Uno dei più importanti nella lotta alle mafie nel Sud perché nato dal coraggio della denuncia di decine di negozianti ed operatori economici costituitisi nell'associazione Antiracket aderente alla FAI "Ercolano per la legalità".
Il benzinaio di via IV novembre viene anche lui avvicinato. Spiega, rispiega ed insiste che si tratta di un impianto che rende poco. Che lui i soldi per il pizzo proprio non saprebbe da dove prenderli. Se ne vanno ma ritornano dopo qualche giorno mentre diluvia. Per levarseli di torno apre la cassa e gli da i 40 euro dell'incasso. Il "rackettista" glieli getta in una pozzanghera. Lui li recupera, per quel giorno l'incasso è salvo.
Ritornano ancora. Questa volta per convocarlo. Lo aspettano davanti al vicolo e lo portano davanti ad una casa con un solo finestrino, alto più del normale, reso sicuro con un'anta di ferro. Quando si apre gli parla il reggente del clan, forse in piedi su una sedia, dall'alto in basso come un potere mistico. Gli fissa la quota, nonostante le sue proteste: 500 euro.
Non li ha. Quando arrivano per riscuotere teme ormai il peggio. Così si ricorda che aveva messo da parte in un salvadanaio, uno o due euro alla volta, da quasi un anno, i soldi per esaudire il grande desiderio di sua figlia, diversamente abile: un giubbotto di pelle. Consegna quei risparmi fatti di caffè non consumati e di sigarette non fumate. Quattrocento euro.
La sera alla ragazza, che gli chiede a che ora il giorno dopo sarebbero andati finalmente a comprare il suo giubbotto, disse che il governo aveva aumentato le tasse e che avrebbe dovuto aspettare ancora. Quell'umiliazione non l'ha mai mandata giù perché gli occhi delusi della ragazza non li può dimenticare. Piangeva quando, durante la deposizione in tribunale, ha potuto raccontare tutto. Piangeva per orgoglio. Perché era lui che ora umiliava, con il suo coraggio, quei codardi dietro un'altra porta di ferro.
Una città dalle basi economiche fragili non può alimentare più organizzazioni criminali. La spirale di morti e vendette trasversali coinvolgeva nuclei familiari a ramificazioni di massa. Nel tempo la distinzione tra lotta per il controllo del territorio e faida era svanita. Una sola logica, lo sterminio degli avversari, "regolava" la guerra di camorra.
Non c’è da meravigliarsi se nella convivenza urbana ci fosse come una generale rimozione. Ogni giorno le cose dovevano andare avanti. Una sorta di rassegnazione alla contabilità degli ammazzamenti. La vita quotidiana da una parte e la guerra con gli agguati dall’altra. Un muro di omertà spesso e mai scheggiato. La frase canonica: "tanto si ammazzano tra di loro". Un modo falso ed ipocrita per dichiararsi estraneo e distante. Un modo antico, che ha caratterizzato il convivere con le mafie fin dal loro sorgere.
Nella sostanza un vile cinismo. Come se la società nel suo insieme e ciascuno singolarmente potessero scrollarsi di dosso la responsabilità di un progetto di vita che si conclude nella violenza omicida. Non morivano solo loro. Moriva ogni volta la città, sempre di più. In quegli anni nessuno poteva immaginare che saremmo arrivati tanto lontano nella liberazione della città. Che un piccolo gruppo di persone impaurite ed esitanti avrebbe dato un contributo determinante a rompere il muro dell’omertà e del terrore.
Ulteriore particolarità all’interno di una storia di per sé già non comune. Ad animare e dare forza all’associazione, ad esporsi con la denuncia sono le donne, in prima linea le donne: Raffaella, Mariacristina, Sofia, Fernanda. Il loro coraggio è stato il messaggio più forte ed incisivo. Se uno, poi due e poi tre e così via, non si piegano altri seguiranno l’esempio: la migliore difesa è quella collettiva. Rompere il cerchio della solitudine nel quale si trova rinchiuso il singolo commerciante e costruire la rete della fiducia.
La presidentessa dell'associazione è una donna particolarmente combattiva, la signora Raffaella Ottaviano. Nel 2004 in assoluta solitudine denuncia un tentativo di estorsione. Con la stessa risolutezza ed un gran temperamento va a testimoniare e li fa condannare. La segue e la sostiene solo il tenente dei Carabinieri Ellero. E' un atto di coraggio che resta solitario ed episodico. La città è indifferente, quando non ostile. Non poteva che essere lei il riferimento intorno a cui aggregare altre vittime: dalla sua aveva la forza dell'esempio.
Come ho ricordato è cominciato a fine 2010 il più importante processo per estorsione degli ultimi anni nel Mezzogiorno. Siedono alla sbarra 41 esponenti dei clan che per anni hanno tormentato ed insanguinato la città. Si tratta di uno stralcio di grande rilievo, istruito dal dott. Filippelli, della più complessa indagine di lunga durata condotta dalla Procura Distrettuale Antimafia, frutto di abilità e professionalità investigativa delle forze dell’ordine. Indagine che ha portato nel giro di qualche anno allo smantellamento delle infrastrutture militari camorristiche, che tiranneggiavano la città patrimonio mondiale dell’umanità, con oltre duecento arresti.
Le parti lese sono 42, uno in più degli imputati. Sono i testimoni - commercianti, artigiani, piccoli imprenditori - che hanno collaborato denunciando gli uomini del racket. Emissari tra i quali, non dimentichiamolo, alcuni adolescenti che i boss emergenti, privi di qualsiasi scrupolo, utilizzavano senza remore. Autentici uomini del disonore senza più neanche la copertura ideologica dei cosiddetti “codici d’onore” del familismo amorale. Subculture al cui riparo la camorra e le mafie si autolegittimano.
Il messaggio che ci viene da quel numero, frutto dell'esperienza dell’associazionismo antiracket, è una risposta collettiva e civica alla camorra-massa. Non un atto isolato di generosità ed eroismo ma un progetto condiviso di assunzione di responsabilità e di rischio.
Ad Ercolano la camorra è sconfitta,la città liberata. Sono pienamente consapevole che una simile affermazione può apparire azzardata ed avere la durata di un ristrettissimo giro di tempo. Altre volte ed in altre circostanze si è affermato lo stesso per poi ritrovarsi di fronte alla ripresa del fenomeno e della sua virulenza. La vittoria solo investigativo-giudiziaria, senza rimuovere le ragioni sociali e politiche del fenomeno, è parziale ed a rischio. Oggi quell'affermazione è però realtà, è stato effettivamente conseguito un successo in un contesto nel quale sembrava impossibile.
Come è stato possibile? Quali sono le azioni e le strategie che hanno permesso nel volgere di qualche anno una larga vittoria dello Stato? Ci sono altri casi nel Mezzogiorno di città nelle quali l'oppressione della criminalità organizzata era così pervasiva e la liberazione da essa così effettiva, con capi e gregari dei due clan completamente sgominati?
Le azioni messe in campo sono state numerose e di diversa natura. Con l'obiettivo di ricostruire un clima di fiducia tra cittadini e Stato. Revoca dei contratti alle aziende sospettate di condizionamento mafioso. Lotta a fondo all'abusivismo edilizio, dietro il quale c'è sempre la presenza della camorra, dalle forniture dei materiali al lavoro nero. Sostegno, affiancamento e coordinamento con le forze dell'ordine nel contrasto a comportamenti illegali. Penso al sequestro dei motorini, o ancor di più a quello delle auto blindate dei boss. Il riutilizzo dei beni sottratti alla camorra con la confisca. Una incessante opera di diffusione della cultura della legalità.
Ma la svolta avviene con la nascita dell'associazione Antiracket, presieduta dalla signora Raffaella Ottaviano, per impulso di Tano Grasso. Si scrive così una delle pagine più importanti di lotta alla camorra in Campania. Abbiamo sostenuto l'associazione in tutti i modi possibili. Iscrivendo nell'albo delle impresa di fiducia del comune gli operatori economici che denunciavano le estorsioni ed esentando per tre anni da tutti i tributi comunali chi, denunciando, determinava l'arresto degli estorsori della camorra. Ma devo sottolineare ancora una volta che questo è un aspetto del tutto secondario.
Non denunci e soprattutto non vai a testimoniare senza una profonda convinzione e un clima di solidarietà e condivisione con altri e con una parte della città che ti sostiene. La pressione "ambientale" sui testi, su quelli che hanno deciso di denunciare, è una prova, un braccio di ferro quotidiano che richiede una grande forza interiore in ogni attimo della giornata ed un continuo superamento del rovello che ti assilla, che porta a chiederti se hai fatto bene, quali saranno le conseguenze, se poi non te ne pentirai.
Tra i tuoi clienti ci sono i familiari e gli amici di quelli che sono in galera. Che cercano di dissuaderti ogni giorno.Ti danno continuamente un consiglio che è anche una minaccia, nemmeno tanto larvata. E ci sono i fornitori a ricordarti che sì, forse ad Ercolano qualcosa è cambiato, che lo Stato ha fatto qualcosa. Ma intorno il mondo gira come prima. Alcuni non ce la fanno. Altri sì, perché quando hai riconquistato la tua libertà e le tue speranze è difficile perderle di nuovo. La lotta continua, nell'animo di ciascuno e nella vita di ogni giorno.
La speranza nasce dalla verità. Non quella con la iniziale maiuscola, irraggiungibile e temibile, possesso solo dei fondamentalisti e degli integralisti. Ma quella dello Stato di Diritto. Della ragione dialogante e del confronto che anima lo spazio pubblico. Quando parla dell’esperienza di Ercolano, Tano Grasso è solito dire che quello che accaduto è stato il frutto di alcune circostanze fortuite. La sua vita ed il suo impegno dimostrano che, volendo, esse sono del tutto ripetibili.
E' stato sindaco di Ercolano dal 2005 al 2010, è Presidente dell'Osservatorio sulla camorra e l'illegalità in Campania.