Un nuovo patto federativo per l'Europa, un nuovo ruolo per l'Italia
Nei giorni del vertice decisivo per il futuro dell’Unione
di
Antonio Armellini ,
pubblicato il 8 dicembre 2011
Fa una certa impressione l’aspirazione ad una maggiore integrazione da parte di un’Europa percorsa da folate crescenti di germanofobia: la stessa parola "sovranazionale" sembra uscita all’improvviso dagli archivi della nostalgia per ritrovare una dignità politica.
Si tratta solo fino a un certo punto di un paradosso: sessant’anni fa la Comunità Europea aveva visto la luce sulla base di un patto politico sottostante che, a fronte di una graduale cessione di sovranità da parte degli uni, puntava alla creazione di un meccanismo di controllo multilaterale che garantisse un’Europa finalmente pacificata e desiderosa di prosperità, dal pericolo di un ritorno del conflitto franco-tedesco.
Oggi, un’Unione Europea attraversata da una delle crisi più drammatiche della sua esistenza, cerca meccanismi di tutela non più dalla minaccia, bensì dalla tutela di una Germania dominante. Il che, per certi versi, è la stessa cosa: il cerchio della storia europea chiude mettendo in luce la linearità dei suoi processi.
Che fare, allora? Per sapere che Maastricht nasceva monca non c’era bisogno di aspettare questa crisi; Kohl lo aveva ben presente e riteneva che, quella di un governo veramente sovranazionale della moneta, avrebbe rappresentato forse l’ultima occasione per conservare slancio all’integrazione europea e – soprattutto – tenervi saldamente agganciata la Germania. La Francia di Mitterrand allora affossò l’ipotesi – mentre essa in Italia trovava un appoggio deciso, per le stesse ragioni “tedesche” – e dovrebbe oggi interrogarsi sull’occasione perduta in nome di una “grandeur” che non ha perso tempo nel metter in mostra le sue molte toppe.
Forse non è tardi per cercare di porvi rimedio, anche se tutte le proposte di cui si è parlato nelle ultime settimane sono figlie della paura di un crollo generalizzato e tendono a scontare la difficoltà di operare in profondità con la rapidità necessaria. A partire dallo stesso piano Merkozy: per la parte in cui affronta l’emergenza con misure puntuali, risponde ad una esigenza assoluta (così come ha fatto la manovra del governo Monti); per la parte in cui propugna una revisione dei Trattati in tempi brevi, rischia di mandare un segnale fortemente contraddittorio: di riforma dei Trattati c’è senza dubbio bisogno, ma illudersi che possa essere fatta nei tempi dettati dalla crisi è illusione illuministica.
Parlare di grande riforma è dunque necessario, ma non sufficiente; nell’immediato bisognerà soprattutto battere con tempestività e rigore la via delle reti di salvataggio dettate dal Consiglio Europeo e dalla BCE, accompagnate dal quel tanto di lacciuoli all’autonomia delle politiche economiche nazionali, che la pressione della crisi sarà riuscita ad imporre.
Di riforma dell’impianto complessivo dell’Unione bisognerà non solo continuare a parlare, ma anche agire senza preconcetti, e soprattutto senza portarsi dietro quello che gli inglesi chiamano “lost baggage”.
Proprio perché non imponeva un coordinamento a monte delle politiche economiche, la partecipazione all’euro è stata gestita per anni in chiave di opportunità politica anziché di razionalità economica: l’ingresso nella moneta comune era visto come una patente di nobiltà e un potente strumento di aggregazione, per cui qualche elasticità nei criteri poteva essere giustificata in nome di un superiore interesse politico (Grecia docet); sarebbe stato lo stesso allargamento progressivo dell’Eurozona a determinare la creazione di una vera e propria “governance” dell’economia, come il metodo funzionalista dell’integrazione Monnettiana dettava e aveva assicurato lungo le prime fasi dell’integrazione comunitaria. Se il tempo lo avesse consentito, forse il metodo avrebbe funzionato di nuovo. Ma il tempo, stavolta, è mancato e il re si è trovato inopinatamente nudo.
La crisi ha innescato un processo che rischia di rivoluzionare completamente i connotati politici ed istituzionali dell’Unione Europea. Le sue diverse anime – che gli adattamenti istituzionali sino a Lisbona avevano cercato di controllare senza spingere più che tanto la ricerca di un denominatore d’assieme – emergono di nuovo con prepotenza, lungo linee a volte imprevedibili.
Il “mantra” che vuole che le modifiche di fondo debbano essere sempre approvate a Ventisette mostra la corda e apre la via a quell’integrazione differenziata – a cerchi concentrici, cooperazioni rafforzate o che dir si voglia – che sembrerebbe costituire l’unico mezzo per conservare all’Unione Europea una credibilità politica nel lungo periodo.
Alla Gran Bretagna andrà posta prima o poi la domanda se intenda il suo futuro come parte di un disegno continentale più vasto, o invece come quello di una “maxi Svizzera” dell’Eurozona integrata (di cui ci sarebbe peraltro necessità).
La stessa Eurozona dovrà subire uno “stress test” politico, che chiarisca in che misura vi sia al suo interno una omogeneità sufficiente a determinare il salto di qualità che non tanto la crisi, quanto la ratio di una Unione efficiente richiedono. Bisognerà valutare se i criteri che impediscono a un paese membro del patto di uscirne, non debbano essere rivisti; così come bisognerà stabilire che ogni ulteriore adesione all’Eurozona dovrà essere valutata sulla base di criteri di compatibilità economica prima che di opportunità politica, anziché il contrario.
Si tratterà di un esercizio sul filo del rasoio, soprattutto per l’Italia, ma si tratterà di un esercizio indispensabile per la credibilità dell’intero esercizio.
Vuol dire questo che l’Unione Europea rischia di vedere concluso il suo ciclo vitale? Se l’euro dovesse crollare, il risultato sarebbe scontato ma, assumendo che ciò non accada, l’Unione continuerà innanzitutto a svolgere la funzione fondamentale di presidio dei valori di libertà, diritti civili e sviluppo equilibrato che costituiscono l’essenza stessa dell’identità europea. A Ventisette e oltre, a partire dalla Turchia senza di cui parlare di stabilità nel Vecchio Continente potrebbe diventare vacuo esercizio prima che non si pensi.
Questa tela di fondo dovrà fare riferimento ad altri livelli, non antagonisti ma complementari al primo, capaci di imprimere sostanza ad una integrazione tendenzialmente sovranazionale: l’uno e gli altri saranno strettamente correlati, perché senza una visione condivisa dei valori non vi potrà essere Europa, e senza la spinta di un gruppo di punta dell’integrazione, la tela di fondo dei valori potrebbe sbiadirsi inesorabilmente.
I giochi si svolgeranno secondo logiche geopolitiche diverse da quelle sin qui prevalenti. L’asse franco-tedesco dovrà essere collocato in una nuova – e certo diversa da quella delle origini – rete multilaterale di impulso/controllo. L’Italia ha recuperato una sua credibilità, dopo gli anni di deformante illusionismo berlusconiano e un ruolo di guida, sino a poco fa impensabile, appare oggi una prospettiva realistica. Non da sola, però, e neanche con la consueta “coda” degli altri paesi fondatori, la cui immagine è vieppiù slabbrata.
E’ dalle “potenze emergenti” da troppo tempo alla periferia del processo di integrazione, che potrà venire la ricerca di nuovi percorsi: l’accenno del “Financial Times” ad una “Polonia federalista” in chiave di mediatore fra le varie anime comunitarie e gli USA, è più che una provocazione e la dice lunga sulla profondità dei rivolgimenti cui stiamo assistendo.
Un trio di punta italo-ispano-polacco potrebbe costituire in un futuro neanche lontano un volano autorevole ed inedito, in grado di arricchire ed equilibrare il “motore” franco-tedesco.
Non si tratterà di aggiustamenti, più o meno incisivi, bensì di una rifondazione del patto federativo europeo. Un ruolo del genere per l’Italia richiederebbe, oltre alla credibilità governativa, l’apporto di figure guida di alto valore simbolico e di forte impatto: un nuovo Spinelli insomma.
I nomi non mancano: primo fra tutti quello di un uomo di Stato che guida una battaglia difficile da un colle romano, e che potrebbe mettere al servizio dell’Europa la sua esperienza e il suo prestigio. Un paio d’anni: quando il dibattito sul futuro dell’Unione – o delle Unioni – sarà entrato nel vivo.
Ambasciatore, è stato fra l'altro Portavoce di Altiero Spinelli e collaboratore di Aldo Moro. Capo della missione italiana in Iraq nel 2003, roving Ambassador alla CSCE, Ambasciatore in Algeria, in India e all'OCSE a Parigi. È scrittore e analista di politica internazionale.