L'Italia può ancora salvare la sua sovranità economica e l'euro
L'editoriale del Financial Times
di
Martin Feldstein ,
pubblicato il 1 dicembre 2011
L’Euro potrebbe presto crollare sebbene non ci siano ragioni fondamentali perchè fallisca. Dipende tutto dall’Italia perché i mercati finanziari ora temono possa essere insolvente. Se l’Italia deve continuare a pagare il 7 per cento di tasso d’interesse, il debito complessivo del Paese crescerà più velocemente della sua capacità di saldare gli interessi.
Se gli investitori si aspettano che questa situazione persista, smetteranno di concedere prestiti all’Italia. A quel punto l’Italia sarà costretta ad abbandonare l’Euro.
La risultante “nuova lira” ridurrebbe il prezzo delle esportazioni italiane. La pressione competitiva potrebbe poi portare anche la Francia a lasciare l’Euro, conducendo l’Unione Monetaria alla sua fine.
Niente di questo è però inesorabile. L’Italia può salvare sia la sua sovranità economica che l’euro se agisce in maniera decisa per convincere i mercati finanziari che raggiungerà il pareggio di bilancio e stimolerà la crescita, riducendo il rapporto tra il suo debito e il Pil.
Se tornasse la fiducia dei mercati, il tasso d’interesse italiano potrebbe crollare al suo livello di pre-crisi del 4 per cento.
L’Italia è in buona posizione per farlo. Partendo dal suo avanzo primario (entrate da imposte superiori alla spesa al netto degli interessi da pagare) può eliminare il suo deficit complessivo se taglia la spesa di soli 3 punti del Pil in un bilancio pari alla metà del PIL.
Se le riforme portassero il tasso di crescita al 2 per cento, il debito italiano potrebbe scendere al 65 per cento del Pil entro i prossimi 15 anni - più o meno ciò che accadde negli Stati Uniti quando bilanci sani, una crescita del 2.3 per cento e un’inflazione del 3.3 per cento ha portato il rapporto tra debito e PIL dal 109 per cento del 1946 al 46 per cento del 1060.
L’Italia è completamente diversa dalla Grecia, che ha un deficit assestato al 9 cento, un PIL reale in recessione del 7 per cento, e un deficit corrente del 10%. La Grecia se la caverebbe meglio abbandonando l’euro, svalutando la sua moneta e dichiarando il default sul pagamento del suo debito.
Un simile provvedimento potrebbe causare una fuga dai titoli italiani e dall’euro. E’ il motivo per cui l’Italia deve sottolineare la sua differenza rispetto alla Grecia, e dimostrare che le sue politiche porteranno al pareggio di bilancio e alla riduzione del rapporto debito/PIL.
L’Italia può farlo da sola. Non le serve l’aiuto di Francoforte, Bruxelles o Washington. Le riforme suggerite dalla Banca Centrale Europea, la Commissione Europea e il Fondo Monetario Internazionale indebolirebbero l’Italia e comprometterebbero la sua indipendenza economica. Sono proposte dettate dalla politica e non dalle necessità economiche.
Sono molti e influenti coloro, tra cui la Francia, che chiedono alla BCE di acquistare titoli di Stato italiani e di altri paesi a rischio per frenare la crescita dei loro rendimenti. In cambio la BCE, o la Commissione Europea, avrebbe de facto un diritto di veto sulle politiche conomiche nazionali. L’Italia diventerebbe, come la Grecia, un vassallo economico della Germania. Questo violerebbe la regola di “non salvataggio” del trattato di Maastricht, metterebbe a rischio la Germania se i paesi andassero in default, causerebbe una spirale inflazionisitica, e rimuoverebbe qualsiasi segnale dai mercati che sancisca se i governi fanno abbastanza per controllare il deficit.
Dopo il fallimento del suo tentativo di espandere il fondo europeo di stabilità finanziaria dagli attuali 400 miliardi di euro alle migliaia di miliardi che servirebbero per mettere in sicurezza Spagna e Italia, la Commissione Europea ha proposto un’alternativa: permettere ad ogni paese della zona euro di emettere eurobonds garantiti dai 17 paesi membri. Questo funzionerebbe solo se i bilanci nazionali fossero soggetti al controllo della Commissione, capeggiata dalla Germania come primo garante.
L’FMI ha suggerito la creazione di un fondo per concedere prestiti ai paesi a rischio di eurolandia. Finanziare questo fondo con un prestito della BCE infrangerebbe due regole di Maastricht: quella che vietano il salvataggio degli Stati e l’acquisto di titoli di Stato sul mercato primario.
Anche in questa prospettiva qualcuno tra FMI e Comissione Europea controllerebbe i bilanci delle nazioni che hanno ricevuto prestiti.
Ognuna di queste ipotesi negherebbe ai governi la possibilità di attuare proprie politiche fiscali e di spesa. E le limitazioni all’irresponsabilità fiscale potrebbero tramutarsi in limitazioni alle altre politiche fiscali. L'aliquota ridotta irlandese sulle imprese diventerebbe ad esempio un bersaglio evidente dei suoi concorrenti. Le sommosse di piazza e politiche in Grecia suggeriscono cosa accadrebbe altrove se la burocrazia di Bruxelles e la cancelleria tedesca dovessero dominare le politiche economiche nazionali.
Fortunatamente, nulla di questo è necessario se l’Italia agisce con decisione per creare condizioni di bilancio e crescita che rendano il debito sostenibile. Ma l’impazienza e lo scetticismo dei mercati finanziari potrebbero causare una crisi finanziaria più profonda prima che l’Italia abbia il tempo di dimostrare di esserci.
Copyright Financial Times. Dicembre 2011.
Insegna ad Harvard ed è stato il consigliere economico del Presidente Reagan.