Quel giorno che Said non giurò alla Repubblica

La cittadinanza dei ragazzi stranieri

di Andrea Rosenthal , pubblicato il 24 novembre 2011
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Quel giorno Said (nome di fantasia storia vera) nato e cresciuto in Italia da genitori tunisini, studente d’inverno, imbianchino d’estate, era stato convocato per giurare fedeltà alla Repubblica italiana dopo aver compiuto 18 anni. Ma lui non lo sapeva, perché con i genitori si era trasferito a 500 metri e la raccomandata non gli era mai arrivata.

Lui non lo sapeva che non giurando non solo non sarebbe più diventato cittadino italiano ma aveva perso, ormai maggiorenne, il titolo di soggiorno e sarebbe stato espulso. Così mentre Said mi raccontava in ufficio come per la legge era diventato un clandestino, non sapendo come assisterlo, ho compreso per la prima volta cosa veramente voleva dire la cittadinanza per un ragazzo straniero.

Le parole del Presidente Napolitano e l’intervista del Ministro Riccardi ci ricordano il problema a tratti drammatico dei ragazzi stranieri nati e cresciuti in Italia ma senza gli elementari diritti dei coetanei.

La legge italiana del 1992 attribuisce la cittadinanza sulla base dello ius sanguinis, per cui i figli dei cittadini italiani anche se nascono e vivono all’estero restano cittadini italiani mentre i bambini nati in Italia da genitori stranieri possono diventare italiani solo al compimento dei 18 anni.

Se a 18 anni acquisiscono la cittadinanza qual è il problema?

Devono presentare domanda entro 19 anni, provare la residenza ininterrotta nel nostro paese dalla nascita e a differenza di Said giurare fedeltà entro 6 mesi. Spesso i genitori non riescono a risalire alla catena completa delle residenze, si tratta spesso di famiglie ad alta mobilità, senza considerare gli intoppi burocratici e che a volte il bambino non figura nello stato di famiglia con i genitori.

Al di là della palese discriminazione in questo modo volatilizziamo giovani talenti, chi per es. non può allontanarsi dall’Italia per scambi di studio o svolgere stage all’estero, oltre alle difficoltà per un giovane che vogliano cimentarsi nell’imprenditoria senza la cittadinanza.

Secondo stime delle Camera di Commercio, quasi un terzo delle nuove iscrizioni di partite Iva sono stranieri, presumibilmente giovani. Come ha ricordato Miguel Gotor il 13 dicembre 2010 su questo sito “oggi gli immigrati partecipano per l’11,8 % al prodotto interno lordo e versano nelle casse pubbliche più di quanto ricevano in termini di assistenza e servizi sociali”.

La proposta di legge presentata ieri dal Senatore Marino si muove lungo un sentiero già segnato dall’Europa, per cui oggi Said potrebbe rivolgere petizioni al Parlamento Europeo, o reclamare al Mediatore europeo la cattiva amministrazione del suo caso. I Trattati europei con una forza diciamo “costituzionale” e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea assegnano già all’immigrato alcuni diritti non in quanto cittadino ma in quanto residente. Alcuni documenti della Commissione europea ricostruiscono una civic citizenship basata sulla residenza protratta nel tempo e sulla partecipazione a diritti e doveri di una comunità territoriale, e quindi aperta ai cittadini stranieri.

Il Ministro (finalmente un ministro che parla di immigrazione senza additare gli untori,sembrano passati mille anni) o i Senatori firmatari del progetto di legge non si scoraggino per le negative reazioni di vari esponenti politici. Ci sono altre strade meno dirompenti.

C’è per esempio la Convenzione di Strasburgo sul diritto degli stranieri a partecipare alla vita pubblica locale che l’Italia, tra i pochi, non ha ratificato nel punto C, che obbliga gli Stati a concedere il diritto di voto locale agli stranieri. Il voto locale, meno impegnativo della cittadinanza, è proprio l’espressione della vicinanza, di un legame tra gli amministrati di una comunità territoriale e gli amministratori. Spetta al Governo proporre la ratifica della Convenzione al Presidente della Repubblica, senza passare in Parlamento (ferma restando la valutazione politica e giuridica a seconda delle varie interpretazioni dell'art. 80 di questa procedura).

Va bene anche rendere più elastici i criteri per valutare la continuità della residenza fino a 18 anni. Il Ministero aveva già emanato una Circolare in questo senso, si può proseguire su questa strada. O ancor meglio sempre per via ministeriale riformare i due decreti di attuazione ed esecuzione della legge sulla cittadinanza, che pongono un percorso ad ostacoli per l’acquisto della cittadinanza. O almeno come nella proposta di Boeri e Garibaldi (Le riforme a costo zero) concedere la cittadinanza ai più bravi a scuola, per invogliare i giovani stranieri a studiare.

L’importante è che la prossima volta che Said o Mercedes non saranno avvertiti del giorno del giuramento potranno ripeterlo e resteranno italiani tra noi.

Avvocato, si occupa di diritto dell’immigrazione e dell’Unione europea. Nell’attività giudiziaria ha sostenuto processi in difesa di cittadini stranieri, come progettista ha seguito importanti progetti per enti pubblici. Come pubblicista collabora con l’Università di Teramo e ha al suo attivo alcune pubblicazioni scientifiche.


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#2 da Angelo C., inviato il 25/11/2011
secondo me la cittadinanza dovrebbe essere data come prova di integrazione, come prova che il nostro è un grande paese democratico che guarda a ciò che è giusto ed è solidale verso chi, e lo sottolineo, nasce o viene in Italia e rispetta le regole, si comporta bene, rispetta noi e le nostre istituzioni e le nostre usanze. Quando troviamo, e ce ne sono molti, cittadini stranieri che arrivano in Italia con tanta serietà e disperazione, che vengono per provare a dare un futuro migliore ai loro figli (come facevano i nostri nonni quando emigrarono nel nord Europa o in America)come possiamo respingerli?...non tutti gli italiani che emigrarono erano brave persone, non tutti rispettavano le regole, a volte proprio per poter sopravvivere, eppure ci siamo integrati e alla fine ci hanno accettato. Grandi italo-americani siedono, ad esempio, nelle più grandi istituzioni americane, nei grandi organi di governo e di polizia,molti sono giudici o sindaci e via dicendo...lo stesso dovremmo fare anche noi nei confronti di chi ci chiede aiuto, nei confronti di chi ha di meno e soffre come soffrivano i nostri nonni in tempi di miseria. Certo è che nel momento in cui cittadini stranieri vengono nel nostro paese deliberatamente a delinquere e non rispettano i cittadini italiani allora è giusta la punizione e l'eventuale espulsione, su questo non c'è dubbio. Ma partire già con un pregiudizio negativo è sbagliato. Inoltre i figli degli immigrati servono per svolgere lavori che molto spesso gli italiani non fanno più, riempiono paesi destinati a scomparire a causa dello spostamento forzato dei giovani nelle città per cause lavorative, servono a prendersi cura dei nostri anziani (ed un paese come l'Italia che sta invecchiando sempre più deve considerare attentamente questo tema, soprattutto perchè non c'è un vero sistema per l'assistenza geriatrica). I figli degli immigrati ringiovaniscono il nostro paese e ci permetteranno di sopravvivere all'invecchiamento, dato che in Italia i cittadini italiani non fanno più tanti figli, un pò per egoismo (dato che è cresciuta la cultura dell'"io", un pò per cause di forza maggiore dato che crescere un figlio è diventato molto oneroso a causa di stipendi bassi e con poche garanzie). Inoltre vorrei dire un'ultima cosa e riguarda proprio la nostra sicurezza. Per garantirci maggiore sicurezza dovremmo permettere, come avviene in America, a cittadini italiani provenienti da un paese straniero di poter lavorare con le nostre istituzioni, negli organi di polizia, nei carabinieri e via dicendo. Solo così daremo vera prova di integrazione ottenendo un grandissimo vantaggio, avremo la possibilità di dire ad un cittadino straniero che delinque "nessuno ce l'ha con te perchè sei straniero, dato che è un altro straniero che ti sta arrestando". Questo permetterebbe ai cittadini stranieri di essere maggiormente rappresentati e quindi aumenterebbe la loro disponibilità a rispettare le regole e a far girare la convinzione che se ti comporti bene emergi nella nuova società. Alla fine noi cittadini italiani ne guadagneremo tantissimo, avremo cittadini stranieri onesti che denunceranno quelli disonesti e si aprirebbe un circolo vizioso che porterebbe a noi italiani enormi benefici.Buon lavoro a tutti.

#1 da Asio otus, inviato il 24/11/2011
Mi chiedo cosa in realtà definisca un italiano: i suoi genitori? Il colore della sua pelle? Oppure il modo di parlare e la cultura acquisita durante la crescita? Qualunque sia la risposta, questa è una vera e propria segregazione razziale e DEVE essere risolta. Altrimenti che diritto avremmo di fregiarci del titolo di difensori dei diritti umani?



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