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Monti (se può) faccia il Monti
Le idee del '93, le idee di oggi
di
Marco Simoni ,
pubblicato il 23 novembre 2011

La seconda Repubblica muoveva i suoi primi passi quando, nel 1993, Mario Monti metteva in guardia nei confronti di riforme contraddittorie che lasciassero l'Italia in mezzo al guado, priva sia della 'spietata efficienza del modello americano' che 'della compattezza della compartecipazione tedesca'. Appare invece proprio così, in mezzo al guado, l'Italia che si è messa in mano al professore della Bocconi, garantendogli tutta la speranza residua dopo anni di apparente inarrestabile declino. Rileggendo le discussioni di allora, un'epoca caratterizzata da profonde trasformazioni del nostro modello di capitalismo - mercato del lavoro, sistema bancario, diritto societario, privatizzazioni - colpisce che l'unico commento critico sul carattere incoerente di quelle riforme venisse proprio dalla persona che vent'anni dopo sarebbe stata chiamata a cercare un possibile 'riscatto', per usare la parola più politica tra quelle usate dal presidente del Consiglio nei suoi discorsi alle Camere.
Probabilmente, la chiave interpretativa della coerenza, della ricostruzione di una coerenza del sistema Italia è anche la più feconda per comprendere il programma economico che Monti ha tratteggiato, certo a grandi linee come è normale per un governo ai suoi esordi, ma che altrimenti rimane di difficile lettura attraverso le lenti ormai opache del dibattito che ha caratterizzato il ventennio appena trascorso.
Infatti, se si continua a ragionare riferendosi solo ai gruppi o alle corporazioni che possono giovarsi o essere colpiti negli interessi da questa o quella misura prospettata si finirebbe per dover considerare questo governo come un velleitario tentativo di governare il Paese sulla base del semplice equo distribuire premi e sanzioni, certo con una prevalenza delle seconde, e dunque destinato a fine prematura.
Al contrario, si può capire l'intenzione del programma di Monti e dei suoi ministri se si osserva la profondità del guado in cui si è venuta a trovare l'Italia all'indomani della stagione di riforme degli anni Novanta e primi anni Duemila.
I distretti industriali sono stati colpiti non solo dalla accresciuta concorrenza, ma da una modernizzazione rapida del sistema bancario che mentre rendeva i nostri istituti solidi e efficienti, asciugava i finanziamenti per l'innovazione, direttamente proporzionali alla vicinanza dell'istituto di credito alle realtà produttive locali. Il mercato del lavoro si è spaccato in due e, al netto delle drammatiche condizioni esistenziali dei quattro, cinque milioni di lavoratori precari, ha confuso le aspettative dei giovani (solo così si spiega il calo delle immatricolazioni alle università) e incentivato le aziende a politiche del personale contraddittorie, contribuendo al calo della produttività del lavoro.
Le privatizzazioni, che nelle intenzioni dei loro promotori dovevano avere l'importante effetto di far nascere 10-15 nuovi gruppi industriali, si sono invece risolte in un ulteriore irrigidimento del nostro capitalismo, con gruppi piramidali ancora più chiusi e un aumento delle partecipazioni incrociate.
Si possono dunque inquadrare in maniera diversa i provvedimenti annunciati finora: riequilibrio delle entrate e delle spese dello Stato, finora organizzate senza considerazione per il tessuto produttivo italiano; provvedimenti sullo stato sociale e sul mercato del lavoro, finora riformati senza riferimento agli effetti sugli incentivi agli individui e alle imprese.
Il riequilibrio del mercato del lavoro e della spesa pensionistica va effettuato in parallelo a una tassazione dei patrimoni, soprattutto quelli immobiliari, non in ragione di una astratta equanimità salomonica, ma perché è urgente ricalibrare le politiche economiche avendo come punto di riferimento la realtà produttiva e sociale del Paese. Bisogna incentivare il capitale paziente a rimanere nel settore manifatturiero, e i nostri giovani a coltivare e difendere le loro competenze anche attraverso una dimensione dell'impegno lavorativo dagli orizzonti lunghi e senza scadenze.
Un programma che è l'esatto contrario di quanto fatto da precedenti governi tecnici in giro per il mondo che applicavano ricette ritenute valide sempre e in ogni luogo, e dunque spesso fallaci: il programma del Governo è cucito sul nostro Paese, i suoi problemi ma anche le sue potenzialità.
Inoltre, date le recenti tendenze nella distribuzione del reddito, una politica per la crescita orientata dalla bussola della coerenza sistemica avrà sicuramente anche effetti distributivi nel senso di una maggiore equità. Una ragione in più per guardare con fiducia ai mesi a venire.
-Leggi l'editoriale sul sito del Sole 24 Ore
Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.