Nessuno è in debito con noi
Equilibrio, serenità di giudizio, senso della misura, qualità che oramai sembrano aver abbandonato governanti e governati.
di
Gaio ,
pubblicato il 22 novembre 2011
L’inadeguatezza del ceto politico italiano è sotto gli occhi di tutti ma ciò che preoccupa maggiormente sono le abitudini e le lamentele degli italiani, perché mentre i nostri rappresentanti li possiamo cambiare con le prossime elezioni, le caratteristiche di un popolo si modificano con estrema lentezza e fatica.
Facciamo qualche esempio di come agiamo.
I beneficiari delle pensioni sociali e delle pensioni integrate al minimo (considerate sempre troppo modeste rispetto al costo della vita) protestano contro “lo Stato”, dimenticando che l’Erario annualmente trasferisce all’INPS (tramite la Gestione per gli Interventi Assistenziali), oltre 33 miliardi di euro per far fronte alle loro esigenze.
I dipendenti ed i pensionati protestano contro l’evasione fiscale perpetrata impunemente dai lavoratori autonomi e dalle imprese, ma quando devono pagare l’intervento di imbianchini, muratori, elettricisti, avvocati, medici ed architetti ovvero quando vanno al bar ed al ristorante, si dimenticano di pretendere l’emissione di ricevute e scontrini, concorrendo, di fatto, nell’evasione o, quantomeno, rendendola possibile.
I ceti benestanti contestano i contributi di solidarietà e gli aggravi di imposta richiesti nell’emergenza per salvare il precario equilibrio finanziario pubblico dal collasso, dimenticando che il loro benessere dipende dalla tenuta del sistema paese.
Nel contempo sembra non capirsi che i 796 contribuenti che pur dichiarando un reddito superiore al milione di euro hanno mantenuto la residenza in Italia, sono dei benefattori, ognuno di loro ha difatti contribuito al benessere pubblico versando all’Erario ben oltre 400 mila euro a testa per anno (per ricevere cosa in cambio?), al contrario di 14,5 milioni di italiani che nel 2009 non hanno presentato la dichiarazione dei redditi e che, conseguentemente, non solo non hanno contribuito alle casse pubbliche ma, essendo privi di reddito, hanno goduto di esenzioni dai ticket sanitari, sono stati ai primi posti nell’assegnazione degli immobili di edilizia residenziale pubblica, non hanno pagato la mensa dei figli a scuola ed hanno usufruito di tanti altri benefici.
Tutti sono d’accordo nel tagliare gli eccessivi costi della pubblica amministrazione, ma poi nessuno ha il coraggio di assumersene la responsabilità politica perché gli italiani, alle elezioni, se ne ricorderebbero. Tutti vogliono mantenere i propri piccoli/gradi privilegi senza essere disposti a rinunciare a nulla. Tutti proteggono i propri intoccabili diritti quesiti ciò, soprattutto, a danno delle nuove generazione che, essendo arrivate cronologicamente dopo, non hanno avuto il tempo di acquisire alcunchè.
Tutti sono impegnati nel trovare le colpe e le responsabilità degli altri sottovalutando le proprie. Tutti gridano per affermare il doveroso rispetto della legge ma poi, appena possono, si ingegnano per aggirarle.
Tutti noi, Italiani, se vogliamo avere un futuro sereno dobbiamo iniziare a ragionare in modo più onesto, partendo dal presupposto che nessuno è in debito con noi, neppure lo Stato. Smettiamo di pensare che se le cose non funzionano sia colpa degli altri e, soprattutto, che sia colpa di pochi.
Dobbiamo essere consapevoli che tutti noi, nella quotidianità, abbiamo contribuito direttamente ovvero con comportamenti omissivi, agli sprechi ed al proliferare dei furbetti acclamandoli ed imitandoli o, nella migliore delle ipotesi, tollerandoli. Rimbocchiamoci le maniche e, ognuno nel proprio ambito, operiamo al nostro meglio, senza se e senza ma.
Lavoriamo con correttezza ed assiduità, limitiamo le critiche e concentriamoci sulle cose da fare, lasciamo alla magistratura il compito di punire chi viola la legge, quando saremo chiamati a votare cerchiamo di evitare di premiare i politici peggiori e ricordiamoci di dedicare un po’ del nostro tempo agli altri.
Solo così, agendo coralmente ed assumendoci personalmente la responsabilità del nostro avvenire (senza delega e senza attendere che altri agiscano al nostro posto), possiamo sperare di costruire un paese in cui vivere serenamente, la nostra Italia Futura.