Mentre frane e alluvioni rischiano di divenire metafore reali dello stato del paese nel vortice di una crisi mondiale incomprensibile alla maggioranza degli italiani, mentre la politica gira su se stessa senza nulla proporre se non dilazioni di risposte a problemi oscuri, in un crescendo pauroso di incapacità, con un presidente del consiglio maschera di se stesso che balbetta dei mantra senza senso e un'opposizione chiusa in un agitarsi di masse nevrotiche, ancora qualcuno cerca di trovare delle risposte razionali al caos oscuro che tutto sembra avvolgere.
Geminello Alvi nel libro "Il capitalismo. Verso l'ideale cinese" (Marsilio, euro 21) offre una lettura articolata dei fenomeni economici di questi anni. Un tempo l'economia era una cosa seria, chi ne argomentava erano filosofi e moralisti; non si può dare nessuna spiegazione dei fatti economici se non all'interno di una teoria della vita associata, dalla politica alla famiglia. Ancora nel '700, Adam Smith accanto alla "Ricchezza delle nazioni" aveva la capacità di scrivere una "Teoria sui sentimenti morali"; anche l'autore del Capitale, fallita summa di ogni anticapitalismo, non si può dire che fosse digiuno né di filosofia né di storia. Adesso le cose stanno in modo diverso, e questa è il primo appunto critico che Alvi solleva.
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