Enti locali, innovare dal basso

Attenuare il vincolo tra identità di campanile e potere

di Roberto Balzani , pubblicato il 11 novembre 2011
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Che l'Italia sia ferma, è evidente: bloccato il governo, annichilite le amministrazioni locali, terrorizzata dalla paura buona parte della società civile. L'indecisione dominante, che tende a procrastinare i nodi anziché scioglierli, potrebbe preparare un sottofondo di rancore che interesserà molte fasce sociali, una volta che saranno toccati (come inevitabilmente accadrà) servizi pubblici e servizi diretti alla persona.

I Municipi, che rappresentano l'anello di congiunzione fra “società politica” e “società civile”, già percepiscono questa forte tensione, che il dibattito sull'impostazione del bilancio 2012 (coi previsti tagli al fondo di finanziamento ordinario, la riduzione o l'annullamento dei fondi per la non autosufficienza e per il trasporto pubblico locale, il blocco draconiano degli investimenti) renderà sempre più evidente.

In questo contesto, come reagire? Fra federalismo annunciato (la legge n. 42/2009 s'iscrive al più nel classico ambito del decentramento) e neo-centralismo praticato (a colpi di circolari prescrittive, vincoli della Corte dei Conti, ecc.), quali margini restano?

La riorganizzazione dell'amministrazione locale, pletorica e ottocentesca richiede un taglio drastico e una riorganizzazione radicale, tale da attenuare quel vincolo fra identità di campanile e potere che, da otto-nove secoli in qua, ha caratterizzato il panorama della provincia italiana.

Per non farsi travolgere dalla paralisi generale, e soprattutto per preparare una nuova classe dirigente, il cui profilo non potrà più essere quello ritagliato sul binomio spesa/consenso, asse portante dell'élite repubblicana dagli anni del boom in poi, è tuttavia possibile, dal basso – a Costituzione invariata – procedere ad una riaggregazione e a un accorpamento degli enti locali. Su base volontaria e con assunzione di responsabilità nei riguardi dei cittadini.

Come? La legge n. 142/1990 prevedeva per la prima volta la costituzione di Città metropolitane in aree vaste rappresentate da capoluoghi discretamente popolosi e da altri Comuni contermini di fatto conurbati. La creazione della Città metropolitana avrebbe eliminato la soprastante Provincia. La riforma del Titolo V della Carta costituzionale, nell’autunno 2001, ha poi costituzionalizzato le Città metropolitane, rinviando alla legge ordinaria i criteri applicativi.

La legge delega sul federalismo, la n. 42/2009, all’art. 23 comma 2, indica che le Città metropolitane “possono essere istituite” nelle aree in cui sono compresi i Comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. L’art. 23 specifica le modalità attraverso cui gestire la transizione verso la Città metropolitana, a livello di proposizione del progetto e di sanzione da parte dei cittadini e delle altre Istituzioni.

Per ciò che riguarda la riorganizzazione e la razionalizzazione dei Comuni, gli artt. 15 e 16 del Testo Unico degli Enti Locali stabiliscono, a norma degli artt. 117 e 133 della Costituzione, che le Regioni possono modificare le circoscrizioni territoriali, “sentite le popolazioni interessate”. La fusione, in particolare, di due o più comuni contigui è incentivata attraverso l’erogazione per i dieci anni successivi alla fusione dei contributi regionali e di quelli statali (“appositi contributi straordinari commisurati ad una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli comuni che si fondono”).

L’art. 16 specifica che nei Comuni fusi lo statuto comunale può prevedere l’istituzione di Municipi, con tanto di organi eletti a suffragio universale: “si applicano agli amministratori dei Municipi le norme previste per gli amministratori dei Comuni con pari popolazione”. Circa le Province, la Costituzione prevede (art. 133) che esse possono “mutare” – nell’ambito di una regione – “su iniziativa dei Comuni, sentita la stessa Regione”.

Non vado oltre. Mi limito a segnalare la possibilità materiale di operare, fin da ora, in direzione di uno svecchiamento e di una rifunzionalizzazione delle nostre istituzioni a livello periferico. I risparmi possono non essere rilevanti nell'immediato, ma di sicuro significativi nel medio periodo. Inoltre, estenuanti processi di negoziazione e di mediazione territoriale, assurdi e costosissimi, sarebbero sostituiti da più snelli processi decisionali, auspicabilmente supportati da una base tecnica adeguata.

Insomma, amministratori e cittadini possono, se lo vogliono, contribuire da subito alla modernizzazione della Repubblica. Certo, avranno contro privilegi grandi e piccoli, di ogni colore. Ma se non partiamo ora, quando?

E' professore ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell'Università di Bologna, Sede di Ravenna, della quale è stato preside fra il 2008 e il 2009. Dal giugno 2009, dopo aver vinto a sorpresa le primarie, è sindaco del Comune di Forlì.


tag:  comuni   federalismo   città metropolitane   riforme   cittadini  


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#2 da Valerio, inviato il 13/11/2011
L'intervento di Asio offre l'occasione per una riflessione, le cui implicazioni a mio avviso dovrebbero essere a fondamento di italiafutura. La liberaldemocrazia non è assenza di Stato, cosa che, almeno superficialmente, permette al sindaco di Filettino di imbastire iniziative ridicole come questa (e a Bossi di dichiarare di voler adibire il tricolore ad utilizzi come minimonon convenzionali). Liberaldemocrazia è uno Stato snello, ma presente. Leggero, ma vigile sui fondamenti della sua Costiruzione, materiale e formale. Volendo essere benevoli, direi che occorre più ordine e più lucidità da parte degli enti pubblici e di chi li governa.

#1 da Asio otus, inviato il 11/11/2011
La modernizzazione degli enti locali è imperativa, come è imperativa la nomina di amministratori locali degni di questo nome e una iniezione di senso di reasponsabilità. Vi faccio un esempio di follia pura: il comune di Flettino (Frosinone, Lazio) ha recentemente dichiarato di essere un principato autonomo con tanto di banca, moneta propria (già emessa), assemblea costituente e, naturalmente, bandiera. La cosa più grave è che la popolazione del comune è d'accordo. Il prossimo passo sarà la desiganzione di un principe (oltre al fatto che la Costutione mette al bando i titoli nobiliari, uno dei candidati è proprio il sindaco) e la creazione di una targa automobilistica. Il comune ha anche istituito un sito web nel quale si asserisce che il fine ultimo è la conquista dell'indipendenza di Filettino (parole che non lasciano spazio a molte altre interpretazioni). Nonostante tutto questo sia in palese violazione di numerose leggi, Costituzione compresa, nessuna istutuzione ha cercato di fermare questo folle progetto che di fatto è una secessione in piena luce del Sole. In rete molti incitano il sindaco filettiniano ad andare avanti per la sua strada, come se ritornare al feudalesimo e buttare alle ortiche vari secoli di Storia sia andare avanti, o rappresentasse una soluzione a tutti i problemi dell'Italia moderna e del mondo moderno. Concordo sulla necessità di rinnovare le amministrazioni locali partendo dal basso e dai cittadini delle stesse, però tutto sarebbe inutile se non si combattesse "l'infezione" che, purtroppo, permea molti cittadini e/o amministratori locali: l'egoismo.



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