Una sola Italia

Costruire insieme il nostro futuro

di Giorgio Caravale , pubblicato il 8 novembre 2011
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Storici, opinionisti, analisti del nostro più o meno recente passato si sono spesso soffermati sulle presunte due anime degli italiani. Di fronte alle ultime vicende politiche italiane si è fatto spesso ricorso a presunte differenze genetiche per spiegare le due Italie che si contrappongono nel paese. In particolare, di fronte a un potere berlusconiano che non accennava a incrinarsi, davanti allo spettacolo di un’Italia rapita, quasi ipnotizzata dal Cavaliere, soprattutto a sinistra ci si è spesso rifugiati nella retorica e nell’elogio della minoranza virtuosa contrapposta alla maggioranza viziosa.

Da una parte, si è sentito spesso ripetere, c’è un’Italia (minoritaria) delle regole, fatta di cittadini che hanno senso dello Stato e delle istituzioni, l’Italia della Resistenza, che in nome dei valori resistenziali ‘resiste’ alla barbarie incalzante aggrappata alla nostra Carta costituzionale; dall’altra esiste un’Italia (maggioritaria) fatta da cittadini-dipendenti che rispettano e assecondano solo il proprio ego, un manipolo di scellerati incoscienti desiderosi di gettare al mare ogni laccio costituzionale e formale, pronti ad assecondare chi promette loro di assicurare ‘libertà’ per tutti e da tutto.

Questa lettura del nostro presente rappresenta – in modo solo apparentemente paradossale – una delle eredità più drammatiche e pervasive del quindicennio berlusconiano. La filosofia dei salvati e dei sommersi, dei buoni e dei cattivi, la logica del ripiegamento verso il proprio rassicurante gruppetto di resistenti, implicite in questo tipo di visione, sono figli bastardi della logica del ‘si salvi chi può’ che è stato forse l’unico vero modello culturale proposto dalla leadership berlusconiana agli italiani in questi ultimi quindici anni. Se c’è un danno permanente o di lungo periodo provocato dal berlusconismo (e dalla feroce retorica anti-berlusconiana di questi ultimi anni) è stato quello di trasmettere a sinistra un diffuso senso di rassegnazione, la sensazione di un'inevitabile disfatta del paese e dei suoi valori fondanti dalla quale era possibile salvarsi solo allontanandosi idealmente (o fisicamente) dal paese.

La retorica della fuga all’estero non è stato solo il dramma dei ricercatori italiani in cerca di un riconoscimento troppo a lungo negato dal loro paese, è stato anche l’alibi di chi ha messo i remi in barca ancor prima che la barca affondasse, rinunciando con rassegnazione a offrire il proprio contributo al cambiamento dell’Italia. Chi non ha votato Berlusconi, sostenendo con le sue schede elettorali il suo sistema di potere politico e mediatico, ha ceduto comunque al suo fascino. Ha smesso di credere che l’impegno personale avesse un senso di fronte a un uomo solo al comando. Ha perso la speranza nella propria capacità di incidere nella società, come soggiogato, ammaliato dalle sirene berlusconiane. Gran parte dell’intellighenzia, del mondo della cultura e delle professioni, il tanto famigerato ceto medio hanno rinunciato a svolgere un ruolo attivo nella vita civile e politica italiana, utilizzando tutte le proprie energie nella più infuocata personalistica polemica antiberlusconiana.

Non esiste un’Italia civile e un’altra incivile come molti ci hanno abituato a pensare negli ultimi venti anni. Esistono invece istinti egoistici cavalcati impunemente dalla cultura della destra berlusconiana e pulsioni solidaristiche e collettive troppo a lungo trascurate dalle classi dirigenti degli ultimi decenni.

Ciò che bisogna recuperare è il senso di collettività, il senso civico, la voglia e la capacità di costruire insieme il nostro futuro. La politica deve essere in grado di mobilitare quel senso civico che i cittadini italiani non hanno mai perduto ma che per troppo tempo è stato calpestato da modelli civici e politici indegni di questo nome, e ricostruire una società in cui tutti, nessuno escluso, sentano il dovere e il diritto di contribuire al futuro della collettività, ciascuno per la propria parte. Questo è il sentimento che si è perduto e questo è quello che l’Italia deve ritrovare. Le donne di piazza del Popolo a Roma e l’arancione di Piazza del Duomo a Milano gridano la loro voglia di esserci.

Se c’è un segnale forte che emerge dagli eventi politici degli ultimi mesi - le ultime elezioni amministrative nelle principali città italiane e la tornata referendaria di fine maggio – è che gli italiani si sono stancati di delegare, a destra come a sinistra. Non rilasciano più deleghe in bianco al potere politico, vogliono riappropriarsi del proprio destino, del proprio ruolo nella società e nella guida politica del paese.

Si sbaglierebbe a pensare a questo fenomeno come a un fenomeno tipico dell’elettorato tradizionalmente schierato a sinistra. Gli elettori di centrodestra, o una parte di loro almeno, non sono più disposti a vivere nell’eterna Illusione, in un artefatto culto del Capo, accettando e glorificando tutto ciò che viene dall’alto: chiedono un radicale cambio di marcia. Le migliaia di elettori di centrodestra che non sono andati a votare, per non parlare di coloro che hanno voltato la schiena al Cavaliere, urlano con la loro astensione e il loro voto la voglia di tornare a contare, il desiderio di sentirsi parte di una collettività, di far parte di un partito vero, di una vera formazione politica nella quale le istanze dei singoli e della collettività non siano sacrificate sull’altare del Dio-leader.

Quello di cui l’Italia ha bisogno è una classe politica responsabile e concreta, pronta a condividere con la società civile il peso e la gioia delle proprie responsabilità. Il rischio delle sirene dell’anti-politica è sempre in agguato. Non lasciamo che questa voglia di riscatto manifestata dagli italiani negli ultimi mesi, questo desiderio di riprendersi il posto che gli spetta nella guida della società e della politica venga soffocato dalla rabbia accumulata negli anni contro la classe politica. Occorre una classe dirigente che sappia guidare questi desideri e questa rabbia, traghettandoli verso un nuovo modo di intendere il rapporto tra società civile e politica.

Insegna Storia moderna all'Università di Roma Tre. E' stato recentemente Lauro De Bosis Lecturer in the History of the Italian Civilization all'Università di Harvard e Fellow presso l'Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University, New York. Si occupa di storia religiosa e culturale italiana tra Cinque e Seicento e ha pubblicato su questi temi diversi articoli e volumi, tra cui il recente "Il profeta disarmato. L'eresia di Francesco Pucci nell'Europa del Cinquecento" (Bologna, Il Mulino, 2011).


tag:  giorgio caravale   unità   divisioni   politica   berlusconi   antipolitica   società civile   futuro   politica  


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#6 da Dennis Ricci, inviato il 11/11/2011
Non è possibile dividere la società in buoni e cattivi, sono d'accordo con lei. Ritengo infatti che in ognuno di noi esistano pulsioni buone, solidaristiche, di convivenza sociale e bene supremo insieme a pulsioni negative, egoistiche, orientate solamente al proprio tornaconto personale. La riprova di ciò sta nei nostri comportamenti quotidiani pronti a gridare allo scandalo per i peccati degli altri ma misericordiosi sui nostri. Dobbiamo chiedere allora alla classe politica che si possa partire da una nostra educazione morale e civile che ci possa far crescere internamente ed esternamente per accettare regole di convivenza e condivisione sociale. Dobbiamo prima di tutto educare per far accettare le regole e le nuove leggi. Senza una rieducazione civica della società noi tutti saremo sempre portati a fare i furbetti rispetto ai nostri vicini e a preoccuparci in pubblico per le sorti del Paese, scandalizzandoci per le gesta dei poteri forti (che invece nei fatti avremo avallato con i nostri istinti e comportamenti egoistici). La prova del 9 in questi giorni: tutti pronti a criticare la classe dirigente per la crisi finanziaria, tutti pronti a criticare le banche e la loro avidità ma al tempo stesso in coda agli sportelli finanziari per accaparrarci un ghiotto BTP al 7%...

#5 da Valerio, inviato il 8/11/2011
Approvo e sottoscrivo sig. Marino. Sa a me cosa preoccupa di più? Il deserto di classe dirigente che questi tristi anni ci stanno già lasciando in eredità. Ma d'altronde quale altra conseguenza poteva mai derivare da un sistema di selezione che così smaccatemente anti-meritocratico? L'iniziativa di italiafutura e del dott. Montezemolo è lodevole, perché in un certo senso mira a fare l'appello delle forze disponibili per combattere le battaglie che ci attendono. Ma i vuoti di competenze ahimè sono così profondi e numerosi, e così urgenti da colmare, che richiederà uno sforzo ben maggiore, da parte di chi ha sul serio a cuore la salvezza di questo Paese.

#4 da giovanni marino, inviato il 8/11/2011
il tempo di questo governo sta per finire. Lo vogliono tutti , opposizione e (parte) della maggioranza; i mercati e la gente comune ma sopratutto i nostri partners europeri che sulla credibilità ci hanno perfino sbeffeggiato.
Possiamo adirittura calcolare il costo finanziario dello stato a causa di mancanza di credibilità che sono buona parte del famigerato spread dra i btp ed i bund.
Incombe però un altro aggettivo che ha altrettanto valore finanziario in capo alla responsabilità del futuro governo:
la leadership.
Neanche questa capacità si trova sul mercato e perciò bisogna individuare quella persona che sarà capace di essere espresione di tutte le forze politiche che lo sostengono (ci vogliono i voti per governare,casomai qualcuno si fosse dimenticato) ma che non deve commettere l'errore di mediare a tutti i costi e che invece deve sapere imporre la sua strategia ed il suo progetto condiviso.
Se l'attuale presidente del consiglio ha vinto le elezioni una componente essenziale è perchè non ha trovato altrettanta leadership che invece lui si era saputo conquistare ( magari anche comprare ) e che metteva in campo.
Non facciamoci illusioni che le dimissioni di questo governo ci risolvano i problemi che invece rischiano di ipantanarsi dietro i veti incrociati dei vari capicorrente di turno.
Il leader deve essere già pronto e riconosciuto tale già da subito.
Non tocca a me delineare il curriculum ma insieme alle comprovate capacità di gestione e moralità indiscussa deve anche essere riconosciuto affidabile dai capi di stato e digoverno della comunità internazionale.
Fate voi qualche nome oltre quello di Montezemolo ....

#3 da Valerio, inviato il 8/11/2011
"soprattutto a sinistra ci si è spesso rifugiati nella retorica e nell’elogio della minoranza virtuosa contrapposta alla maggioranza viziosa". Sì, ce lo aveva già raccontato Vincenzo Cuoco a proposito della Rivoluzione Napoletana del 1799. Dunque la vicenda non è propriamente nuova, eppure, temo, l'epilogo sarà lo stesso. O peggio lo è già stato.

#2 da Angelo C., inviato il 8/11/2011
Condivido a pieno questo articolo..."Ciò che bisogna recuperare è il senso di collettività, il senso civico, la voglia e la capacità di costruire insieme il nostro futuro"...questa è la frase perfetta con cui spronare gli italiani al cambiamento

#1 da Alessandro Guerra, inviato il 8/11/2011
"Quello di cui l’Italia ha bisogno è una classe politica responsabile e concreta, pronta a condividere con la società civile il peso e la gioia delle proprie responsabilità". Complimenti! Parole forti, vibranti. Davvero il senso etico che serve per l'italia futura. Ben fatto!



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