Non c'è crescita senza innovazione

Sosteniamo le nuove imprese

di Massimo Brambilla , pubblicato il 7 novembre 2011
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La copertura mediatica successiva alla recente scomparsa di Steve Jobs ha portato agli occhi dell’opinione pubblica l’importanza della capacità di un leader di sapere concepire una visione lucida e coerente relativamente alla strategia dell’istituzione che conduce. Come visione si intende la capacità di concepire una strategia di lungo periodo sulla base di una lucida percezione dell’evoluzione dell’ambiente di riferimento e dei relativi bisogni e di definire un progetto volto al soddisfacimento della conseguente domanda di prodotti o servizi. I grandi leader sono pertanto coloro che, sapendo intuire l’evoluzione del proprio mercato, riescono ad anticiparne i bisogni.

La classe politica italiana non manca di predisposizione nei confronti di atteggiamenti visionari. Peccato che l’essere visionario dei nostri politici, più che ricordare i grandi innovatori alla Steve Jobs, ricordi Maria Antonietta che alla vigilia della rivoluzione proponeva di fare fronte al bisogno di pane del popolo francese con una dieta a base di brioche.

I nostri politici vivono in una costante condizione di dissociazione dalla realtà. Al di là dell’analisi del profilo psichiatrico della suddetta condizione, che non ci compete, alla base del fenomeno vi è una profonda, incurabile incompetenza e/o disinteresse verso le modifiche in corso nell’economia mondiale.

Prendiamo il problema relativo alla lotta contro la disoccupazione. Uno studio della Kauffman Foundation del Luglio 2010 ha evidenziato come nel periodo compreso tra il 1977 ed il 2005 le start up hanno contribuito in modo preponderante alla creazione di occupazione negli Stati Uniti creando in media 3 milioni di nuovi posti di lavoro all’anno a fronte di una distruzione media di 1 milione di posto di lavoro all’anno da parte delle aziende esistenti. Pertanto la capacità di un sistema economico di sostenere la nascita e lo sviluppo di nuove imprese innovative è fondamentale in termini di creazione di posti di lavoro.

Un osservatore esterno, neanche dotato di particolari capacità intellettuali, giungerebbe semplicemente alla conclusione che, in uno scenario economico in contrazione quale l’attuale, uno dei principali obiettivi della politica economica dovrebbe essere fornire alle nuove imprese quello di cui hanno bisogno per nascere e prosperare vale a dire capitale, una normativa ed una tassazione favorevoli e un mercato da cui attingere competenze.

Purtroppo non sembra che la classe politica italiana sia in grado di giungere alla medesima conclusione.

Negli Stati Uniti non sono rari i casi di imprese che riescono a finanziare i propri progetti di sviluppo attingendo al mercato del Venture Capital, da cui raccolgono anche centinaia di milioni di Dollari sulla base di un’idea e di competenze professionali tali da riuscire a realizzarla.

L’autore di questo articolo si è recentemente incontrato, nel corso della sua attività professionale, con il fondatore di una società statunitense attiva nel settore della domotica che sta lavorando su un progetto correlato all’incremento della dimensione media delle città nelle economie emergenti, fenomeno che determina necessità di interconnessione informatica tra abitazioni ed uffici finalizzata al migliore controllo dei flussi di traffico.

L’azienda in oggetto, che, per la prima volta nella sua storia ha raggiunto il punto di pareggio nel secondo trimestre 2011, nel corso dei suoi otto anni di vita, unicamente sulla base della visione strategica del management, ha raccolto da investitori istituzionali circa 120 milioni di Dollari.

La suddetta azienda farebbe fatica ad esistere in Italia. Non perchè manchino individui con una capacità creativa, ma perchè semplicemente non esistono investitori (o sono estremamente rari) che abbiano voglia di finanziare quello che serve a trasformare un’idea in un’azienda.

Certo può darsi che la colpa sia di una minore propensione al rischio degli investitori nostrani. Un enorme accumulo di debito pubblico, quale quello che è avvenuto in Italia a partire dagli anni Settanta, con un incremento del rapporto debito pubblico/Prodotto Interno Lordo dal 40% (più o meno pari all’attuale debito pubblico Svizzero) fino al dato attuale pari al 120% e la conseguente creazione di uno dei principali mercati dei titoli di stato a livello mondiale non aiuta a porre i semi per la nascita e lo sviluppo di una cultura dell’investimento in capitale di rischio. Analogamente un sistema fiscale che consente la piena deduzione degli interessi passivi ed ignora il concetto del costo figurativo del capitale di rischio e della sua deducibilità non incentiva l’apertura del capitale e la ricapitalizzazione delle aziende.

Ma ancora di più di questo, non si è mai ragionato su politiche finalizzate ad attirare i capitali dei grandi Venture Capitalist internazionali nel nostro paese.

Un esempio di un paese che ha adottato una politica volta ad incentivare la creazione e lo sviluppo delle presenza di imprese innovative è Israele. Secondo l’Israel Venture Capital Research Center le imprese ad alta tecnologia hanno raccolto in Israele nel corso del 2010 investimenti da parte di fondi di Venture Capital pari a 1,2 miliardi di Dollari e nel corso del solo primo semestre 2011 1 miliardo di Dollari. Tornando al nostro paese, nel corso del 2010 gli investimenti early stage (cioè di Venture Capital) da parte di operatori istituzionali ammontano a 89 milioni di Euro. Il confronto è impietoso. In Israele (paese il cui Prodotto Interno Lordo è un decimo di quello Italiano) si investe nelle imprese innovative 10 volte di più che in Italia (ergo 100 volte di più in rapporto al PIL).

Forse vale la pena di capire le ragioni di questo abisso (dubitiamo che i viaggi premio in Terra Santa che i Parlamentari Italiani si organizzano periodicamente a spese del contribuente abbiano questo scopo).

Il governo Israeliano offre un ampia gamma di incentivi per attirare capitali ed imprese:

Incentivi fiscali

Le imprese con sede in Israele in grado di dimostrare un chiaro vantaggio competitivo a livello internazionale (parametro non necessario per le imprese nel settore delle biotecnologie e delle nanotecnolologie) beneficiano di un’aliquota fiscale del 15% (che scende al 10% nelle aree prioritarie come il Nord della Galilea, il Negev meridionale e Gerusalemme). L’aliquota fiscale scenderà al 12.5% nel 2013 e 2014 e al 12% nel 2015. A questo si aggiunge un contributo governativo pari al 20% degli investimenti nelle aree prioritarie ed ulteriori incentivi per aziende con un fatturato superiore ai 300 milioni di Euro

Incentivi sulla Ricerca e Sviluppo

Il Ministero dell’Industria Israeliano stanzia annualmente 300 milioni di Dollari per il sostegno di progetti di ricerca e sviluppo da parte di imprese innovative che arriva a coprire il 50% degli investimenti previsti per ciascun progetto (di solito mille all’anno). Se i progetti si dimostrano profittevoli dal punto di vista commerciale le aziende ripagano il governo israeliano riconoscendo delle royalties. In aggiunta lo Stato Israeliano è parte di numerosi fondi bilaterali con diversi paesi per incoraggiare la cooperazione tra aziende Israeliane e multinazionali straniere (stranamente il sito Invest in Israele non richiama i fondi bilaterali con l’Italia nonostante i viaggi organizzati dai nostri parlamentari, il che non è buon segno).

In aggiunta a tutto questo, la normativa fiscale Israeliana prevede che un’azienda straniera che stabilisca una filiale locale nel settore della ricerca e sviluppo (mantenendo la proprietá intellettuale dei brevetti registrati in capo all’entità Israeliana) può ricevere un contributo per gli investimenti in Ricerca e Sviluppo fino al 60% degli stessi. Ed infine, come se non bastasse, lo Stato garantisce un contributo fino al 45% del salario del primo anno successivo all’assunzione di nuovi dipendenti, percentuale che varia in ragione della dimensione dell’impresa beneficiaria.

Incubatori di start up:

In Israele sono attivi 24 incubatori di start up che hanno generato negli ultimi 7 anni mille nuove imprese investendo 773 milioni di Dollari. La missione degli incubatori risiede nell’aiutare gli imprenditori nella realizzazione e commercializzazione dei loro progetti con supporto sulla raccolta di capitali, la ricerca e sviluppo, l’attività amministrativa e la predisposizione di un marketing plan finanziando fino all’85% degli investimenti richiesti in fase di start up. I requisiti necessari per beneficiare del supporto degli incubatori includono un tempo massimo di due anni per portare l’idea sul mercato, l’età dell’imprenditore, un team che comprenda tra 3 e 6 persone ed una serie di milestones da rispettare nel corso dei due anni di supporto.

Incentivi al Venture Capital

Il Governo Israeliano ha lanciato nel 1993 il programma Yozma volto alla costituzione di 10 fondi di fondi di Venture Capital finanziati al 40% dal governo Israeliano (che in totale ha investito 100 milioni di Dollari) ed al 60% da capitali stranieri. Yozma attirò in cinque anni un significativo numero di investitori di Venture Capital in Israele creandone l’industria locale anche grazie all’opzione riconosciuta agli investitori stranieri di ricomprare le quote del governo israeliano ad un prezzo pre determinato nel corso dei primi cinque anni di vita del programma. Dei 10 fondi, 9 furono oggetto dell’opzione di riacquisto da parte degli investitori stranieri.

Successivamente Yozma fu sostituito da un programma di defiscalizzazione delle plusvalenze ottenute dai fondi di Venture Capital e da un programma di incentivi fiscali ai cosidetti Angel Investors (investitori individuali in aziende di nuova costituzione).

Le politiche a supporto delle nuove imprese innovative in Israele hanno fatto sì che il paese sia il primo al mondo in termini di investimenti in ricerca e sviluppo in rapporto al PIL (pari a circa il 5% contro l’1% dell’Italia) e che Israele sia lo stato straniero che ha più aziende quotate al Nasdaq. Il tasso di disoccupazione in Israele (che include i Territori Palestinesi) è pari al 5,5%.




Non ci sembra che nessuna delle strategie che il governo Israeliano ha posto in atto per incentivare la nascita e l’innovazione dell’imprenditoria nazionale sia al centro dell’agenda della nostra classe politica. Peraltro non ci si poteva attendere da Maria Antonietta la stessa capacità di analisi di Voltaire.

Nell’attesa che la Storia riservi alla classe politica italiana, in senso figurato (non auspicando la restaurazione della ghigliottina), lo stesso destino riservato alla consorte di Luigi XVI, è necessario ritornare ad includere tra gli obiettivi della politica il porre le basi per una lucida visione sul futuro della nostra economia e, conseguentemente, del nostro Paese. Questo sarà uno dei compiti prioritari di chi sostituirà coloro che da troppo tempo, occupano le nostre istituzioni.

E' Managing Director per l’Europa di Fredericks Michael & Co., una società di consulenza basata a New York, che si occupa di dare sostegno consulenziale ad imprese europee interessate ad crescere a livello internazionale tramite acquisizioni, fusioni e Joint Ventures. Laureato presso l’Universitá Bocconi, ha lavorato per numerose banche d’affari Italiane ed internazionali ed è stato consulente dei Comuni di Milano, Bologna, Firenze e Palermo per diverse privatizzazioni nell’ambito dei servizi pubblici locali.


tag:  brambilla   innovazione   start-up   politica economica   crescita   occupazione  


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#3 da CLAUDIO zoncheddu, inviato il 11/11/2011
Bellissimo articolo del dott. Brambilla e concordo in toto con il post di giovanni porcu!

#2 da Asio otus, inviato il 7/11/2011
Be' è semplice: il governo attuale considera la ricerca e l'innovazione inutili, quindi perchè destinare risorse a simili programmi? Purtroppo non sanno che il nostro mondo attualmente si basa proprio sulla Scienza e sulla Ricerca e che chi ne rimane fuori è destinato a soccombere. Per citare il titolo: serve innovazione per avere la crescita economica. Chi lo spiega al governo?

#1 da giovanni porcu, inviato il 7/11/2011
Non c'è che dire, l'analisi del dott. Brambilla è pienamente condivisibile perchè lucida e ben documentata. nella ricerca delle cause del perchè il nostro sistema non promuove ricerca e innovazione, io non trascurerei un fatto profondamente sociale e sociodemografico: come non tenere conto che, alla base della profonda, incurabile incompetenza e/o disinteresse verso le modifiche in corso nell’economia mondiale, c'è il fatto che nella nostra classe dirigente, di scarsa qualità, riflette la nostra società stessa? un pregevole studio nella sezione "Scuola e della formazione delle classi dirigenti",nell’opera Treccani Terzo millennio, a cura di Tullio Gregory, 2008 scritta da Daniele Cecchi con Silvio Redaelli, si evidenzia come, la suddetta classe sia il frutto non della selezione meritocratica, ma di meccanismi di cooptazione e/o relazionali che hanno prodotto ciò che si traduce nello spettacolo cui assistiamo quotidianamente con: dirigenti più anziani, meno colti, più uomini che donne, senza un percorso formativo specifico. i dirigenti sono portatori d'interesse. quale interesse può portare tale dirigenza se non il perpetuarsi dei meccanismi che li hanno pèortati lassù? certo nessuna innovazione!



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