Lasciate stare i precari

Tasse, stipendi e l'accanimento della politica

di Marco Simoni , pubblicato il 28 ottobre 2011
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Leggo che anche un uomo prudente e solitamente immune da populismi da quattro soldi come Zingaretti ha incluso nel suo contributo al dibattito interno al PD l’idea di allineare “le aliquote fiscali e il prelievo contributivo dei contratti atipici ai livelli dei contratti a tempo indeterminato”. Tradotto: aumentare il costo del lavoro precario. Tradotto ancora: aumentare le tasse sul lavoro precario. Risultato (forse non cercato): diminuire gli stipendi dei precari.

Questa proposta era già emersa da qualche parte e finora l’avevo catalogata come una cosa che dice qualcuno che non sa di cosa parla, oppure di qualcuno alla ricerca di scorciatoie propagandistiche. L’ultima era stata Rosi Bindi qualche giorno fa che evidentemente sperando di lucrare qualche facile consenso da persone afflitte da una condizione economica gravissima, aveva tuonato “Il lavoro precario deve costare di più del lavoro regolare!” Ben detto! Salvo che gli ultimi ad aver provato a stabilire salari per legge sono stati i sovietici e la cosa non è che proprio abbia funzionato bene.

Allora, vorrei cercare di spiegare un paio di cose senza ironie e con un accorato auspicio: che chiunque vinca le prossime elezioni la smetta di infierire sui lavoratori precari. Che davvero, dopo tutti questi anni sarebbe proprio una cattiveria.

Iniziamo con due concetti semplici semplici. Il primo: i salari non possono essere imposti per legge, vengono decisi da occupati e datori di lavoro. Ci sono due modi: o con la contrattazione nazionale (o aziendale), come avviene per le grandi aziende e per il settore pubblico. O con una “contrattazione” individuale, come avviene per i lavoratori precari.

Ho messo le virgolette nel secondo caso perché i precari normalmente non contrattano proprio nulla, il salario viene imposto unilateralmente dai datori di lavoro: o prendi questa minestra – 800? 1000? Euro al mese per un contratto di sei mesi a co.co.pro senza maternità, senza ferie, senza nulla – o salti da quella finestra, anzi ringraziami pure per questa favolosa opportunità.

Non è che i precari sono scemi o masochisti, i precari non hanno alternative. In Italia i lavoratori precari sono sotto ricatto, permanente. Le ragioni di questa condizione sono leggermente complesse e hanno bisogno di uno spazio più lungo di questo post, e non c’entra niente la “cattiveria” dei datori di lavoro – pubblici e privati, ricordiamo, pubblici e privati, giornali ministeri partiti associazioni – che tra l’altro a causa dell’uso smodato di questi contratti hanno visto la produttività delle proprie istituzioni collassare negli ultimi vent’anni.

La condizione di ricatto da parte dei lavoratori precari fa sì che essi non possano scegliere, sono incastrati da un contesto economico che non gli lascia alternative. Allora se si aumentano le tasse sul lavoro precario, l’unico effetto sarà quello di far diminuire lo stipendio netto di questi lavoratori.

Il governo Prodi – Damiano ministro del lavoro che ieri ha persino rivendicato quella misura – nel 2008 decise di cambiare una riforma precedente e consentire ad alcune coorti di persone attorno ai 60 anni di anticipare l’andata in pensione. Siccome era una cosa che costava molto si decise di trovare i soldi tassando di più il lavoro precario, sbandierandolo come misura appunto che avvicinava il costo del lavoro precario a quello del lavoro normale.

L’effetto fu un diretto trasferimento di reddito dai precari ai pensionati. Infatti, dal 2008 al 2010 il salario medio dei precari neo-laureati è passato da circa 1100 euro al mese a circa 850 euro al mese.

Il meccanismo è semplice. Poniamo che un ente pubblico possa assumere un bel precario per sei mesi. Questo precario guadagnerebbe 1000 euro al mese al netto delle tasse. Se le tasse aumentano lo stipendio cala perché, dato che il lavoratore è sotto ricatto, gli verranno semplicemente offerti 900 euro anziché 1000, perché bisogna pagare più tasse.

Io spero di essermi spiegato e mi auguro davvero che serva a qualcosa. Dite e fate quello che volete, prendetevela con i banchieri, gli speculatori, chi volete voi. Ma lasciate perdere i precari, che davvero ne hanno subite abbastanza negli ultimi vent’anni.

Editoriale pubblicato su Il Post.it

Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.


tag:  precariato   mercato del lavoro   tasse   stipendi  


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#8 da Franco Puglia, inviato il 17/4/2012
Condivido quello che dice il Prof. Simoni. Il lavoro precario è tale perchè è il risultato di uno squilibrio di forze tra domanda di lavoro ed offerta di lavoro, squilibrio a sfavore del lavoratore. Il riequilibrio si realizzerebbe se l'impresa, alla ricerca di un lavoratore a tempo, non lo trovasse facilmente, e dovesse venire quindi "a patti" col lavoratore, offrendogli un compenso sufficientemente allettante. Poiché invece la domanda di lavoro supera largamente l'offerta tutto questo non accade. Un modo per imporre dall'alto la retribuzione delprecario non ha alcun senso come giustamente il professore fa osservare. Il solo modo per dare ai precari una forza contrattuale sarebbe quella di consorziarsi in vere cooperative o sindacati di categoria con cui l'impresa dovrebbe negoziare il salario. Riducendo l'offerta ad un numero limitato di soggetti prestatori d'opera, il prezzo di questa manodopera salirebbe inevitabilmente. Ovviamente c'è un problema : se il consorzio ha 1000 iscritti e c'è offerta di lavoro per 500 cosa ne facciamo degli altri ? Perché al fondo di tutto c'è il problema della insufficiente offerta di lavoro rispetto alla domanda e qualsiasi tecnica si voglia adottare non supera questo problema. Tuttavia, se il salario medio dei lavoratori del consorzio fosse superiore alla media attuale, ci sarebbero delle risorse da condividere per aiutare anche gli altri che, invece di stare con le mani in mano, potrebbero fare formazione continua ed anche collaborare allo sviluppo del consorzio ed alla sua promozione commerciale. Insomma, una specie di azienda collettiva che offre mano d'opera. Mi direte : esistono già, si chiamano cooperative di servizio. Vero; peccato che si tratti in genere di cooperative truffa, o quasi, che sfruttano la manodopera a basso costo a vantaggio di imprese e dei suoi gestori. Il sistema in sè andrebbe bene: il modo di applicarlo è altra cosa.

#7 da Alessandro Fronte, inviato il 30/10/2011
Propongo una cosa improponibile: toccare i diritti acquisiti di chi è andato in pensione sotto i 60 anni e abbassare la tassazione sui giovani. Per essere chiaro e concreto: diminuire l'assegno a chi è andato in pensione presto generando condizioni chiaramente non sostenibili. Bloccare la rivalutazione pensionistica a tutti. Ok so di vivere su marte. Ma prima o poi dovremo pensarci o arriveremo davvero a una rivoluzione generata da una massa di giovani senza futuro che devono sostenere sulle loro spalle privilegi del passato (non riuscendoci).

#6 da Marco Spina, inviato il 30/10/2011
Bisognerebbe introdurre nuovi strumenti di "sicurezza sociale": gli strumenti già previsti da Marco Biagi che avrebbero dovuto accompagnare l'introduzione di nuove forme di lavoro "spot" e altamente flessibile. Penso che l'obbligo di "un'assicurazione" contro la disoccupazione involontaria (prevedendone una deducibilità nel 730 o unico) e l'introduzione di percorsi di formazione continua, (sul modello delle professioni "ordinistiche" anche qui con deducibilità in dichiarazione dei redditi), potrebbe portare ad aumentare la qualità del lavoro di ogni cittadino e per effetto dell'aumento della qualità del lavoro svolto, anche ad una maggiore "sicurezza", non imposta alle impresa ma tanto più voluta quanto necessaria per l'alto contenuto del potenziale esprimibile nella prestazione di lavoro dei propri dipendenti.

#5 da diego, inviato il 29/10/2011
Spero solo che se IF non porti al suo seguito il Prof. Ichino, vi assicuro che ha le idee peggio di Brunetta.

#4 da Angelo Sissa, inviato il 29/10/2011
Io propongo di eliminare tutte le forme di lavoro atipico.
I tipi di contratto possibili dovrebbero essere solo due: a tempo indeterminato e a tempo determinato.
I contratti a tempo determinato dovrebbero essere possibili solo per:
* sostituire personale assente a vario titolo (come maternità, lunga malattia, ecc.)
* lavori stagionali, ed in questo caso, per evitare un abuso da parte delle aziende, non dovrebbero durare più di 6 mesi all'anno presso la medesima azienda.
In tutti gli altri casi il contratto dovrebbe essere a tempo indeterminato con la possibilità di licenziare da parte dell'azienda a fronte del pagamento di una indennità e senza la possibilità del reintegro del lavoratore.
Tale indennità dovrebbe crescere con l'aumentare della anzianità totale di servizio prestata nella medesima azienda maturata anche in periodi diversi.
L'indennità potrebbe essere pari a due mensilità ogni anno di servizio.

#3 da Nicola Maurantonio, inviato il 28/10/2011
La soluzione sarebbe quello di ridurre il costo del lavoro dipendente (attraverso la riduzione delle imposte), rendere il contratto indeterminato più flessibile senza per meglio adattarsi alle nuove sfide del mercato, ma sopratutto, nelle piccole imprese, la creazione di un nuovo rapporto tra dipendente e datore di lavoro non basato su un vincolo giuridico ma sul cossidetto contratto psicologico

#2 da Marco Giganti, inviato il 28/10/2011
In un Paese sviluppato ed evoluto, si parlerebbe di lavoro temporaneo. La legislatura consentirebbe, alle aziende produttive, di assumere un giovane per un tempo limitato, nei casi di picchi di produzione, corrispondendo un salario superiore a chi lavora a tempo indeterminato , per risarcire il disagio della scadenza. E noi ci definiamo una potena economica? Noi che utiliziamo tutto il panorama contrattuale incontrollato solo per sfruttare per anni una generazione che sta invecchiando contratto dopo contratto. Nell'azienda pubblica dove lavoro, un giovane che sono "solo 2 anni" che lavora a contratto, potra essere assunto solo dopo il 2018. Ovunque si rivolge lo sguardo abbonda lo sfruttamento, la corruzione, il clientelarismo.... marcog_64@yahoo.it

#1 da Attilio Tirelli, inviato il 28/10/2011
Non c'è soluzione quindi? Sorprende come nessun economista proponga soluzioni. Il precariato non si è prodotto da solo, è il frutto della male interpretata flessibilità. Nei Paesi civili il "precario" è un lavoratore come gli altri e che, quando è senza lavoro, gode di supporto economico della stato e normalmente fruisce di servizi per se e la sua famiglia. In Italia il precario è il pretesto per difendersi dalle economie emergenti e fare utili. se non i politici, se non i sindacati,se non gli economisti c'è qualcuno che sia in grado di indicare la giusta direzione? A me sembra il classico "tressette con il morto".



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