Leggo che anche un uomo prudente e solitamente immune da populismi da quattro soldi come Zingaretti ha incluso nel suo contributo al dibattito interno al PD l’idea di
allineare “le aliquote fiscali e il prelievo contributivo dei contratti atipici ai livelli dei contratti a tempo indeterminato”. Tradotto: aumentare il costo del lavoro precario. Tradotto ancora:
aumentare le tasse sul lavoro precario. Risultato (forse non cercato):
diminuire gli stipendi dei precari.Questa proposta era già emersa da qualche parte e finora l’avevo catalogata come una cosa che dice qualcuno che non sa di cosa parla, oppure di qualcuno alla ricerca di
scorciatoie propagandistiche. L’ultima era stata Rosi Bindi qualche giorno fa che evidentemente sperando di lucrare qualche
facile consenso da persone afflitte da una condizione economica gravissima, aveva tuonato
“Il lavoro precario deve costare di più del lavoro regolare!” Ben detto! Salvo che gli ultimi ad aver provato a stabilire
salari per legge sono stati i
sovietici e la cosa non è che proprio abbia funzionato bene.
Allora, vorrei cercare di spiegare un paio di cose senza ironie e con un accorato auspicio: che
chiunque vinca le prossime elezioni la smetta di infierire sui lavoratori precari. Che davvero, dopo tutti questi anni sarebbe proprio una cattiveria.
Iniziamo con due concetti semplici semplici. Il primo: i
salari non possono essere imposti per legge, vengono
decisi da occupati e datori di lavoro. Ci sono due modi: o con la
contrattazione nazionale (o aziendale), come avviene per le grandi aziende e per il settore pubblico. O con una
“contrattazione” individuale, come avviene per i lavoratori precari.
Ho messo le virgolette nel secondo caso perché
i precari normalmente non contrattano proprio nulla, il salario viene imposto unilateralmente dai datori di lavoro: o prendi questa minestra – 800? 1000? Euro al mese per un contratto di sei mesi a co.co.pro senza maternità, senza ferie, senza nulla – o salti da quella finestra, anzi ringraziami pure per questa favolosa opportunità.
Non è che i precari sono scemi o masochisti,
i precari non hanno alternative. In Italia i lavoratori precari sono
sotto ricatto, permanente. Le ragioni di questa condizione sono leggermente complesse e hanno bisogno di uno spazio più lungo di questo post, e non c’entra niente la “cattiveria” dei datori di lavoro – pubblici e privati, ricordiamo, pubblici e privati, giornali ministeri partiti associazioni – che tra l’altro a causa dell’uso smodato di questi contratti hanno visto la produttività delle proprie istituzioni collassare negli ultimi vent’anni.
La condizione di ricatto da parte dei
lavoratori precari fa sì che essi non possano scegliere, sono
incastrati da un contesto economico che non gli lascia alternative. Allora se
si aumentano le tasse sul lavoro precario, l’unico effetto sarà quello di
far diminuire lo stipendio netto di questi lavoratori.
Il
governo Prodi – Damiano ministro del lavoro che ieri ha persino rivendicato quella misura – nel 2008 decise di cambiare una riforma precedente e consentire ad alcune coorti di persone attorno ai 60 anni di
anticipare l’andata in pensione. Siccome era una cosa che costava molto si decise di
trovare i soldi tassando di più il lavoro precario, sbandierandolo come misura appunto che avvicinava il costo del lavoro precario a quello del lavoro normale.
L’
effetto fu un diretto trasferimento di reddito dai precari ai pensionati. Infatti, dal 2008 al 2010 il
salario medio dei precari neo-laureati è passato
da circa 1100 euro al mese a circa 850 euro al mese.
Il meccanismo è semplice. Poniamo che un ente pubblico possa assumere un bel precario per sei mesi. Questo precario guadagnerebbe 1000 euro al mese al netto delle tasse.
Se le tasse aumentano lo stipendio cala perché, dato che
il lavoratore è sotto ricatto, gli verranno semplicemente offerti 900 euro anziché 1000, perché bisogna pagare più tasse.
Io spero di essermi spiegato e mi auguro davvero che serva a qualcosa. Dite e fate quello che volete, prendetevela con i banchieri, gli speculatori, chi volete voi. Ma
lasciate perdere i precari, che davvero ne hanno subite abbastanza negli ultimi vent’anni.
Editoriale pubblicato su Il Post.it