La politica agricola: collante per l'Europa, sicurezza per l'Italia
L'intervento del presidente di IF Toscana
di
Federico Vecchioni ,
pubblicato il 24 ottobre 2011
I grandi politici che coltivarono il sogno di una Europa unita e pacifica dopo il disastroso esito della seconda guerra mondiale intuirono che l’economia poteva e doveva essere la base su cui costruire una nuova stagione di coesione e di stabilità.
In particolare una guerra ancora combattuta sul campo aveva devastato enormi superfici produttive e annientato le grandi vie di comunicazione stradali e ferroviarie.
L’incubo del fabbisogno alimentare avvolgeva gran parte del vecchio continente considerando che milioni di agricoltori erano stati impegnati nella leva e l’impulso alla meccanizzazione agricola era di là da venire. Ricordiamo in quegli anni l’esodo della popolazione rurale verso le città e dal Sud verso il Nord; nonché l’enorme flusso di emigranti in cerca di fortuna negli Stati Uniti, nel Nord Europa, in Australia.
Rimettere in moto l’economia agricola fu uno dei primi imperativi dei Governi ed il Trattato di Roma prima e la Conferenza di Stresa poi avviarono la politica agricola comune dei sei Paesi fondatori. La PAC restituì in pochi anni le risorse che aveva assorbito in termini di produzione alimentare, ripristino dei terreni abbandonati, stabilizzazione della popolazione rurale, nuova occupazione e avvio di crescenti positivi interscambi a livello comunitario.
Negli anni questa politica si è trasformata, alla luce delle successive adesioni di altri Paesi, aggregando ancor più l’economia europea verso significativi traguardi. L’agricoltura europea è divenuta così, dopo quella Nord Americana, la più importante al mondo ed il prodotto agroalimentare europeo quello più dotato di requisiti qualitativi.
Da molti anni all’agricoltura si chiede di produrre nel rispetto tassativo dell’ambiente e di ricercare nuovi fattori di occupazione e redditività con attività complementari. È stato così articolato il concetto di multifunzionalità: una agricoltura che produce beni primari garantendo salubrità degli alimenti, salvaguarda il territorio dal dissesto e dallo spopolamento, concorre a ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera, si inserisce con forza nel campo energetico con le sue fonti rinnovabili (biomasse, ecc.), si fa carico della valorizzazione del paesaggio (agriturismo), assorbe e consolida manodopera dipendente.
La politica agricola comune nel corso degli anni ha via via ridotto il suo budget ed abbandonato il ruolo protezionistico, anche in vista delle forti pressioni liberiste a livello internazionale (WTO). Dal sostegno dei prezzi si è passati al sostegno dei redditi oggi ancora non comparabili con quelli degli addetti agli altri comparti produttivi.
Il mantenimento di un reddito sufficiente a non determinare l’abbandono delle campagne è già di per sé motivo sufficiente a valorizzare anche in prospettiva il ruolo della PAC. Di più, nel momento in cui l’Europa è diventata la prima area di importazione di materie prime (deficit superiore ai 30 mld di dollari), si è riproposta l’esigenza di un ritorno alla produttività delle campagne nella prospettiva non lontana di una popolazione mondiale che supererà i 9 miliardi di soggetti (nel 2050 – fonte FAO) e di un crescente benessere che incrementerà la domanda alimentare (proteine animali in testa) di centinaia di milioni di nuovi benestanti.
Non a caso il prossimo G20 di Cannes avrà il tema della sicurezza alimentare come priorità. La parola d’ordine suggerita dalla Presidenza di turno (Sarkozy – Le Maire) è: “Non più aiuti dal Nord al Sud del Mondo ma investimenti in ricerca e innovazione”.
Gli incentivi in agricoltura sono un dato tecnico e politico insieme. L’Europa deve rideterminare una sua strategia agroalimentare che la metta al riparo dalla volatilità dei prezzi delle materie prime garantendo il ripristino di condizioni di sicurezza nell’approvvigionamento alimentare.
È opportuno ricordare come, all’atto del disastroso terremoto di Haiti, per la prima volta nella sua storia recente l’Europa non fu in grado di fornire aiuti alimentari a causa della inconsistenza di risorse strategiche nei magazzini continentali.
La PAC dunque non è un onere per il contribuente comunitario a fronte dei diffusi benefici che determina, diretti e indiretti, e costituisce ancora oggi l’unica vera politica in cui si sono coagulate e fuse le politiche dei vari stati membri. È la sola politica comune dopo il fallimento delle politiche di difesa e di sicurezza e dopo i critici e avventurosi passaggi della Costituzione europea.
Ora siamo alla vigilia di una nuova profonda revisione della politica comune. In questi ultimi anni le forti turbolenze sui mercati internazionali hanno inciso profondamente sul reddito degli agricoltori italiani ( -17,5% in 5 anni) e sul valore aggiunto del settore (-11% in 5 anni) facendo emergere in tutta la sua gravità la fragilità del nostro sistema agricolo nonché la fragilità del sistema agroindustriale e del sistema distributivo (la prima azienda italiana nella GDO è al 46° posto nella classifica mondiale).
Tutto ciò genera margini di filiera molto bassi con danni ingenti per l’anello più debole (l’agricoltura) e a danno della competitività nel suo insieme.
Siamo ormai al paradosso di un Paese che è in grado di produrre le migliori derrate alimentari del mondo ma non è in condizioni di venderle con profitto e non riesce a premiare redditivamente i suoi agricoltori.
Per recuperare competitività quali sono le terapie?
Attivare una politica comune indirizzata alle imprese per incentivarne la crescita integrandola con una forte e complementare politica nazionale; contrastare l’attuale prima proposta che riduce il budget agricolo redistribuendo risorse in base alle superfici possedute, eliminare i vincoli tutti italiani sulle attività imprenditoriali (oneri burocratici, difformità legislative regionali, polverizzazione autorizzativa); favorire le forme societarie e le aggregazioni di imprese; razionalizzare la promozione all’estero; favorire l’internazionalizzazione; potenziare le infrastrutture e ridurre gli oneri di trasporto; alleggerire le filiere eliminando sprechi e parassitismi; rilanciare la ricerca e l’innovazione; superare le barriere ideologiche all’applicazione controllata delle biotecnologie; promuovere una salda alleanza tra produzione – trasformazione e distribuzione che assicuri a tutte le componenti giusti margini di profitto e nuovo valore sulla filiera.
Da ultimo ma non ultimo un richiamo alla politica affinché assorba finalmente la convinzione che l’agricoltura vitale, produttiva, competitiva è una risorsa strategica per il Paese. Lo rende credibile e apprezzabile agli occhi del mondo e lo rende indipendente e non ricattabile economicamente nel contesto della turbolenza dei mercati.
Oggi l’offerta di derrate procede con un incremento del 2 per cento l’anno a fronte del 4 per cento di aumento della domanda. Destrutturare l’agricoltura in tale situazione sarebbe irresponsabile.
Dunque, occorre rafforzare la PAC per incentivare le imprese a produrre. La politica si renda disponibile ad un confronto serrato, continuo, autorevole con le autorità comunitarie e curi le relazioni con tutti quei paesi che possono essere preziosi alleati su un dossier di primaria rilevanza. Ma la politica non trascuri neppure di riprendere in mano le redini di nuove, equilibrate iniziative a livello nazionale e regionale con l’obiettivo di valorizzare, anche sul piano legislativo, le energie che l’agricoltura può liberare a beneficio di tutta la collettività.
Coordinatore nazionale di Italia Futura. E' stato il più giovane presidente nazionale di Confagricoltura dal 2004 al 2011 e della Camera di Commercio di Grosseto dal 2002 al 2009. Presiede inoltre la Fondazione Arare, è Presidente di Agriventure, società prodotto per l'agribusiness di Intesa Sanpaolo e della società Terrae Spa, operante nel settore delle energie da fonti rinnovabili. E' infine Vice Presidente e Accademico ordinario dell'Accademia dei Georgofili di Firenze, la più antica istituzione di studi di agronomia italiana.