Il vero nodo è la giustizia tributaria

Troppi poteri ad Equitalia

di Enrico Zanetti , pubblicato il 25 ottobre 2011
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L'entrata in vigore dallo scorso 1 ottobre degli accertamenti esecutivi, ossia degli accertamenti che funzionano anche da cartella esattoriale con intimazione al pagamento entro 60 giorni, sta moltiplicando il disagio dei contribuenti e, in particolare, sta moltiplicando gli appelli e gli allarmi lanciati dalle associazioni di categoria della piccola e grande impresa.

I vari "superpoteri" attribuiti ad Equitalia imprimono, senza dubbio alcuno, una forte accelerazione ai tempi di riscossione coattiva dei tributi e rendono estremamente labile il confine tra efficienza e ferocia nell'azione amministrativa. Affermare però che, dopo 60 giorni dall'accertamento, parte l'esecuzione coattiva e il pignoramento di beni, conti correnti e crediti, come spesso capita di leggere, significa avere un'idea molto approssimativa di ciò di cui si sta parlando.

Queste norme sono state partorite nell'estate del 2010 e, nella loro originaria formulazione, prevedevano effettivamente che questo potesse accadere. Da subito e per parecchi mesi, nel perdurante silenzio delle associazioni di categoria delle imprese, piccole e grandi, i commercialisti italiani denunciarono in solitudine l'autentica follia di simili previsioni, attirandosi non certo le benemerenze dei vertici dell'Agenzia delle entrate e del Ministero dell'Economia.

In verità, le critiche dei commercialisti, conoscitori della materia e dei delicati equilibri che caratterizzano il rapporto tra fisco e imprese, erano finalizzate a tutelare non solo queste ultime, ma anche lo strumento dell'accertamento esecutivo che, di per se stesso, non è irricevibile, ma lo diventa se l'accelerazione impressa alla riscossione diviene del tutto incompatibile con i tempi della giustizia tributaria, ove il contribuente presenti ricorso. Questa azione di sensibilizzazione ha indotto il Parlamento ad introdurre la scorsa primavera alcune modifiche alla disciplina originaria, nelle more della sua entrata in vigore.

Oggi, se non si paga entro 60 giorni dal ricevimento di un accertamento esecutivo, i tempi che caratterizzano la riscossione coattiva sono i seguenti:
- prima di altri 30 giorni (quindi 90 dalla notifica dell'accertamento), Equitalia non può procedere nemmeno con le misure cautelari, ossia l'iscrizione di ipoteca sugli immobili e il fermo amministrativo dei veicoli;
- prima di altri 180 giorni (quindi 270 dalla notifica dell'accertamento), Equitalia non può avviare i pignoramenti e le altre attività che caratterizzano l'esecuzione forzata.

Considerato che, se il contribuente presenta istanza di adesione all'accertamento, i termini restano sospesi per ulteriori 90 giorni, ivi compreso il caso in cui l'accordo bonario tra fisco e contribuente non si perfezioni, l'esecuzione forzata su immobili, conti correnti e altri beni può arrivare a rimanere sospesa fino a 360 giorni dalla notifica dell'accertamento.

Tutto bene dunque?
Assolutamente no, ma i problemi sono da ricercare non in queste tempistiche, di per se stesse ragionevoli ora che risultano così configurate, quanto nel fatto che, anche così, la giustizia tributaria non è in grado di esaminare per tempo gli eventuali ricorsi dei contribuenti, né le richieste di sospensione della riscossione in pendenza di giudizio.

Lo scandalo non è che lo Stato disegni uno scenario efficiente nella riscossione dei tributi, ma che ne disegni uno feroce, potenziando all'infinito la riscossione e non potenziando mai la giustizia tributaria, così che saranno sempre più numerosi i casi in cui i contribuenti si vedranno dare ragione solo dopo essere stati escussi e, magari, anche per questo falliti.

Dopo aver taciuto praticamente sino all'entrata in vigore delle nuove disposizioni, forse per scarsa dimestichezza con la materia e poca disponibilità a fare sistema con chi invece di queste cose ne capisce, le associazioni di categoria della piccola e della grande impresa devono ora rendersi conto che la vera battaglia risiede nella richiesta di una giustizia tributaria che sia efficiente quanto la riscossione e, soprattutto, indipendente dal Ministero dell'Economia e dall'Agenzia delle Entrate.

Questo è ciò che chiedono coloro che, come i commercialisti italiani, non pensano certo che evadere sia un diritto, ma pensano anche che sia un diritto del cittadino, in caso di ricorso, non essere trattato da evasore fino a quando non si è espresso sul punto un giudice terzo e indipendente.

La questione è molto più delicata di quanto non si creda, perché la scorsa estate, nell'ambito delle due manovre finanziarie, il governo ha invece tentato di depotenziare ulteriormente la giustizia tributaria, sia dal punto di vista della composizione dei suoi organici (espellendo tutti i soggetti iscritti ad Albi professionali, a favore di funzionari ausiliari dell'amministrazione finanziaria e di avvocati dello Stato, tra i cui compiti rientra anche la rappresentanza in giudizio dell'Agenzia delle entrate), sia dal punto di vista della sua già insufficiente autonomia dal Ministero dell'Economia.

Solo il "grido di dolore", con tanto di lettera al Capo dello Stato, dell'organo di autogoverno della giustizia tributaria, ha fatto rientrare il tentativo, evitando quello che i magistrati tributari stessi ebbero modo di definire un vero e proprio tentativo di addomesticamento.

La partita però è ancora aperta e lo dimostra l'introduzione di un istituto come la "mediazione tributaria", resa obbligatoria per le controversie fino a 20.000 euro, prima di poter presentare ricorso avanti il giudice tributario. L'idea della mediazione per deflazionare il contenzioso tributario di per se stessa è ottima.

Peccato però che, in ambito tributario, dietro la parola "mediazione" vi sia non uno snello procedimento extra-giudiziale davanti a un mediatore terzo, ma un procedimento amministrativo nell'ambito del quale il ruolo di "mediatore" è affidato a un altro ufficio della medesima Agenzia delle entrate che è anche una delle due parti in causa.

Per quanto possa apparire incredibile, mai come sotto questo governo, che per il resto fa del garantismo più totale la propria bandiera, anche di fronte alle più turpi ipotesi di reato, si sta cercando di attribuire ai PM "fiscali" dello Stato non solo il potere di accertare e riscuotere, ma pure quello di decidere sulla fondatezza delle loro stesse contestazioni.

L'Agenzia delle entrate e i suoi funzionari meritano tutto il nostro rispetto per l'attività che conducono, ma, in uno Stato di diritto, la terzietà del giudice, anche rispetto alla pubblica amministrazione che è parte in causa, rimane lo spartiacque tra essere cittadini ed essere sudditi del Paese in cui si vive.

Dottore commercialista, 38 anni. Svolge la professione con proprio studio in Venezia, è direttore responsabile di Eutekne.Info - Il quotidiano del commercialista e componente del comitato scientifico della rivista Il fisco. Dal 2006 al 2010, è stato professore incaricato presso l'Università Ca Foscari di Venezia per l'insegnamento di Bilancio dei gruppi e delle operazioni straordinarie.


tag:  equitalia   fisco   tasse  


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#5 da Piero Ciompi, inviato il 26/11/2011
io credo che andando avanti così, con questi superpoteri dati a Equitalia si arriverà alle barricate per non dire a qualche rivoluzione.....in piazza!!! ma non se ne sono accorti i nostri legislatori!!! come è possibile che un cittadino dopo anni e anni di sacrifici si trovi pignorata la casa; ma questa è una vera aggressione, e comunque colpisce sempre le persone più deboli. Dovè lo Stato del diritto in questi casi!!! Questo è terrorismo tributario....., e ora anche con il redditometro?.... ma proprio se le cercano!!! a questo punto credo che con questi meccanismi di controlli tributari e fiscali danno più man forte al sommerso, voglio dire, un esempio semplice, che chi vuol comprare un cane lo compra senza registrarlo...., xè così almeno non incappa nel redditometro!!!

#4 da libero pensiero, inviato il 27/10/2011
Egregio dott. Zanetti,
concordo che la giustizia tributaria debba essere resa più efficiente ed efficace, magari anche rinforzando il numero di addetti, a patto che garantisca tempi certi e qualità sull’erogazione dei servizi che le competono. Nei prossimi anni è prevedibile un’ulteriore riduzione del contenzioso a seguito dell’introduzione, come lei indicava nelle relazione, del procedimento di mediazione, in vigore dal 1° aprile prossimo, che consentirà per le liti potenziali di valore fino a 20.000 euro, che rappresentano circa il 60% di quelle instaurate nel 2010, di evitare il ricorso alle Commissioni tributarie.
Ciò consentirà altresì una riduzione del carico di lavoro delle Commissioni tributarie, che potranno gestire meglio i procedimenti di più significativo valore e rispettare i tempi previsti per le decisioni relative all’accertamento esecutivo.
Molti non sanno, certamente il dott. Zanetti lo sa, che la riscossione coattiva dei tributi e delle altre entrate dello Stato è stata oggetto di una profonda riforma già a partire dalla fine del 2005, riforma che ha determinato il ritorno in mano pubblica di tale delicata fase della filiera tributaria, con la costituzione di Equitalia, la società per azioni, a totale capitale pubblico (51% in mano all’Agenzia delle entrate e 49% all’Inps), incaricata dell’esercizio dell’attività di riscossione nazionale dei tributi e contributi. Prima di allora (dal Regno d’Italia) lo Stato affidava in concessione la riscossione ai privati, solitamente ad istituti di credito (banche), i quali operavano su specifiche aree territoriali, con procedure e comportamenti non omogenei e generando un forte conflitto di interesse, in quanto molto spesso i migliori clienti di queste banche erano anche coloro che vantavano grandi debiti nei riguardi dello stato. Di conseguenza la riscossione a quei tempi era concentrata più sui piccoli contribuenti, chiudendo spesso un occhio sui grandi contribuenti.
I risultati della riforma possono sinteticamente essere espressi dai seguenti valori:
- gli incassi delle somme iscritte a ruolo sono passati dai 3,9 miliardi di euro del 2005 (ultimo anno di completa gestione del sistema da parte dei privati) ai circa 9 miliardi di euro del 2010 (con Equitalia);
- il costo per lo stato per la fiscalità generale è passato dai circa 500 milioni di euro del 2005 (il costo della concessione che lo Stato pagava alle banche) a 0 euro a partire dal 2009 (con Equitalia).
In conseguenza del forte stato di crisi che sta interessando settori economici e/o particolari contesti territoriali, si è tentato di assegnare a Equitalia un improprio ruolo di ammortizzatore sociale, cercando di limitare l’azione di recupero coattivo, anziché intervenire a monte sulle cause strutturali della crisi, con un tentativo di forte delegittimazione del delicato ruolo che ricopre.

Ritengo che Equitalia sia uno dei pochi esempi di una macchina pubblica che funzioni in modo efficiente. Sicuramente deve migliorare sempre di più la sua efficacia nei rapporti con i contribuenti e nella sua forza di incidere come agente propositivo per migliorare in generale l’intero sistema della riscossione, anche fuori dal suo perimetro di diretta responsabilità.

Infine, ma non per ultimo per importanza, lo Stato italiano, così come è stato in grado di creare una macchina operativa efficiente della riscossione, di cui il Paese ha bisogno, soprattutto per equità verso quei cittadini che le tasse le paga, dovrebbe parimenti garantire che i pagamenti della PA verso le imprese fornitrici siano in altrettanto modo efficienti, così come avviene in Francia ed in Germania.
Bisognerebbe non tanto prendersela con chi le cose le sta facendo funzionare (e che dovrà fare sempre meglio), ma chi in questo Paese non fa funzionare gli altri pezzi della macchina pubblica, producendo così uno squilibrio del funzionamento, che qualcuno vorrebbe risolvere boicottando ciò che funziona, anziché risolvere le inefficienze ed in generale gli sprechi che altri pezzi fondamentale della macchina pubblica generano e che non aiutano il Paese a risollevarsi. Una macchina pubblica efficace ed efficiente sarebbe uno dei grandi volani per far riprendere lo sviluppo dell’Italia ed il costo per riuscirci sarebbe molto limitato, ma i benefici per il Paese sarebbero enormi.

#3 da massimo troia, inviato il 27/10/2011
Leggo con piacere l'articolo del Collega Zanetti, condivido pienamente le sue considerazioni sul funzionamento della riscossione. Aggiungo che, ancor prima del problema della riscossione, il contribuente deve affrontare un procedimento di accertamento sempre più sbilanciato a favore dell'Amministrazione Finanziaria. Invece di aspettare i condoni, l'Italia ha bisogno di un sistema di accertamento e riscossione delle imposte più equilibrato e funzionante.

#2 da Maurizio Manno, inviato il 26/10/2011
Il problema è, a mio avviso, la percezione che lo stato ha di un bene primario come l'impresa. Ad oggi i controlli fiscali sembrano più mirati a fare cassa, che ad accertare la verità. Grazie ad un susseguirsi di norme cervellotiche la sicurezza di essere formalmente in regola è un'utopia, di questo lo Stato ne approfitta. Ne sono dimostrazione i criteri di merito per le carriere dei dipendenti pubblici addetti al controllo, che si basano sul numero (e l'entità) dei verbali, e non sul numero di controlli effettuati. Il pensiero pericoloso che sottende questa logica è che siamo un popolo di evasori, quindi non si verificare l'onestà dei contribuenti, ma il livello di slealtà. Continuando così nessuno vorrà più essere onesto(e bastonato). Lo Stato è i propri cittadini, la lotta intestina è diventa incurabile, se non con un taglio netto attraverso una VERA RIFORMA FISCALE.

#1 da romano perissinotto, inviato il 26/10/2011
La questione di fondo, a mio avviso, e' la percezione Del Fisco che hanno i cittadini. Ovvero, l'idea di uno Stato che impone un regime fiscale ed organi di controllo vessatori che poi non si rispecchiano in una corretta applicazione nei servizi erogati ai cittadini stessi. Al contrario, si consolida l'idea di sprechi, costi inutili, privilegi di pochi. La conseguenza e'inevitabile....



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