La favola degli innovatori e dei conservatori

Ispirato a una storia vera

di Fabrizio Battistelli , pubblicato il 23 ottobre 2011
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C’era una volta, in uno sperduto angolo del mondo, una repubblica che non riusciva a darsi un governo. Per la verità c’erano maggioranze che vincevano le elezioni, ma i governi che formavano o erano deboli o erano incapaci; e comunque si interessavano principalmente di se stessi e non del bene dei cittadini. I cittadini, dopo momenti nei quali si erano divisi tra coloro che si indignavano e coloro che si illudevano, ormai non si indignavano né si illudevano più. Erano così stanchi che, appena sentivano parlare di politica, cambiavano discorso se erano tra di loro e cambiavano canale se erano davanti alla tv.

La politica, in quella repubblica, era dominata da due partiti: il Partito dei Conservatori e il Partito degli Innovatori.

Il primo, il Partito dei Conservatori, faceva propri e diffondeva valori tradizionali. Il principale era che la politica esiste per realizzare il bene comune, un concetto non facile da mettere in pratica ma ormai entrato a far parte del bagaglio culturale di molti paesi del mondo. Proprio qui, in effetti, si annidava il principale problema di quel Partito. Anche se dichiarava di mantenersi fedele al valore del bene comune e alcuni suoi esponenti si impegnassero ad attuarlo, spesso i comportamenti dei suoi leader andavano in una direzione diversa.

Il principale problema nel ragionamento di questi ultimi, infatti, era che loro (i leader) erano nel giusto e che tutti gli altri (i cittadini) sbagliavano. Sbagliavano non perché fossero stupidi (i Conservatori non avrebbero mai ammesso un’idea del genere) ma semplicemente perché non erano competenti di politica, una finzione che solo i leader erano in grado di capire. Secondo loro era naturale che il fine fosse rappresentato dal bene comune; i problemi cominciavano quando si passava a individuare i mezzi che avrebbero permesso di raggiungerli. Qui i leader erano intransigenti. I cittadini non si dovevano immischiare nella questione dei mezzi, per la quale c’era chi pensava a ciò, e cioè loro stessi.

Un esempio di questo ragionamento era costituito dalla selezione dei rappresentanti politici in occasione delle candidature in Parlamento e nelle altre Assemblee elettive. Stanchi di tutte le discussioni che nascevano ogni volta all’interno del partito (e talvolta addirittura tra i cittadini) su chi dovesse essere candidato, il Partito Innovatore aveva imposto, e il Partito Conservatore aveva accettato, un sistema per il quale una o due o tre persone tra i leader di entrambi i Partiti decidevano chi doveva essere eletto.

Questo era uno di quei casi dove, accanto alla convergenza tra i due partiti opposti, emergevano anche le differenze. I criteri del segretario del Partito Conservatore erano talvolta soggettivi ma comunque attenti a certe prassi: di solito candidati e candidate erano gente perbene, anche se tra loro non mancavano persone che nella vita avevano fatto tutt’altro e che non capivano nulla di politica, persone che né capivano di politica né avevano fatto altro, così come infine vi erano persone che di politica capivano qualcosa ma per fare il contrario di quello che diceva il partito che li aveva nominati.

Il secondo Partito era quello degli Innovatori. Il Partito era nato quasi un ventennio prima ad opera di un leader carismatico, preoccupato per la piega che andava prendendo la Repubblica. Dopo una serie di gravi scandali e una profonda crisi politica, c’era il rischio di imboccare una strada conservatrice all’insegna del legalismo, come voleva certa magistratura, e di politiche dirigiste e illiberali, come volevano certi intellettuali. Con il rischio di compromettere quella propensione al libero perseguimento del proprio interesse e alla creativa interpretazione delle regole che erano considerati il migliore retaggio della storia e della cultura del paese.

Per conseguire questo obiettivo, il Partito Innovatore e il suo leader (che peraltro si stava dedicando a questa missione da tempo in altri ambiti della società e del mercato) dovettero impegnarsi in un’opera titanica: smantellare quei valori e quei comportamenti ispirati al collettivismo che, qua e là, erano penetrati nella società a partire dalla ricostruzione effettuata nel dopoguerra.

Non fu facile fare piazza pulita delle ipocrisie di cui il Partito Conservatore si era fatto portabandiera, a cominciare dalla parola d’ordine più insidiosa di tutte: quella, appunto, del bene comune.

Dimostrando quanto spesso questa fosse una vuota retorica, gli Innovatori ebbero agio nel sostituirla con un valore assai più credibile e avanzato, quello del benessere individuale. Non fu difficile provare come, rispetto ai valori conservatori dell’austerità e dell’altruismo, fossero di gran lunga preferibili i valori innovativi del piacere individuale, articolato in un ampia gamma di vantaggi materiali e immateriali, quali comprare e consumare beni di lusso, fare viaggi in luoghi esotici, cantare ballare e parlare in televisione, accedere a multiformi prestazioni sessuali, ecc.

Rifuggendo dalle chiacchiere dei leader Conservatori e dei loro seguaci nel sociale (molto diffusi nelle scuole e nelle università, nelle associazioni non profit, nelle parrocchie, ecc.), gli Innovatori si sono impegnati nella più efficace delle opere di convincimento: l’esempio. Uomini (e donne) che basano la loro filosofia sul fare, i leader del Partito Innovatore puntano tutto sui casi concreti. Sul significativo tema della selezione politica, ad esempio, non hanno esitato a mandare in soffitta il ciarpame dei congressi di partito, dei dibattiti, delle mozioni, delle votazioni, sostituendole con un colloquio, di varia forma e intensità, con l’azionista di riferimento. Una radicale semplificazione rispetto al passato, funzionale nello specifico ed educativa in genere, specie per i giovani continuamente bersagliati dalla retorica conservatrice del curriculum e della competenza.

Il punto è che, nonostante questa decisiva azione riformatrice di cui tutti nel Partito Innovatore (anche la fronda attuale) danno atto al proprio leader, la repubblica non riesce a compiere il passo definitivo nella modernità e nella libertà come sarebbe necessario. Riforme cruciali in questo senso, come la garanzia della privacy mediante il divieto di pubblicazione delle intercettazioni o il processo breve, vengono intralciate da polemiche strumentali su aspetti marginali quali la crisi economica, il debito pubblico e il declassamento finanziario del paese.

Come se non bastasse, non soltanto buona parte dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione, in quella repubblica, prende le distanze dai due Partiti, sinora indiscussi protagonisti della politica, ma addirittura avanzano critiche anche personaggi, importanti e meno importanti, che non fanno parte della politica! Viene messo in discussione così il più solido e bipartisan dei princìpi, condiviso sia dai Conservatori sia dagli Innovatori, in favore di una tesi molto pericolosa: e cioè che i cittadini non sono contrari alla politica bensì a questa politica fatta da questi politici.

Devono cominciare a preoccuparsi?

Professore ordinario di sociologia nella Facoltà di Sociologia della Sapienza Università di Roma e direttore del Dipartimento di Scienze Sociali presso la stessa università


tag:  innovatori   conservatori   riforme   principi   governi  


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#3 da V. A., inviato il 23/10/2011
Certo che devono cominciare a preoccuparsi, ma molto dipende anche da noi. Dobbiamo avere le idee molto chiare; dobbiamo prima di ogni cosa avere la consapevolezza che certi personaggi ormai sono impresentabili e comportarci di conseguenza; non dobbiamo permettere che certi personaggi si diano una "ripulita" per ripresentarsi come il "nuovo". Tutti a casa: adesso tocca ad altri! A venerdi 28 a Milano V.A. vinantvc@gmail.com

#2 da romano perissinotto, inviato il 23/10/2011
Bellissima conclusione. Sentiamo spesso dai media l'affermazione che i cittadini sono stanchi della politica. E' inesatto. Le persone, le Imprese non sono stanche della politica: sono esasperati dagli attuali "politici"! Le iniziative che nascono dalla societa' civile in questi mesi sono l'espressione piu' limpida del desiderio di partecipazione e di cambiamento. L'incontro di venerdi' 28 ottobre a Milano e' un forte messaggio di partecipazione spontanea di persone che condividono l'obiettivo e la speranza di cambiamento. A venerdi! romperis@hotmail.it

#1 da giuseppe , inviato il 23/10/2011
non credo si preoccupino, nè ora nè mai. loro sanno bene che, finchè il sistema è questo, saranno sempre loro gli attori. una volta da protagonisti, quando vincono le elezioni, poi da antagonisti, quando sono all'opposizione e, pian pian che passano gli anni in parlamento, diventano semplici comparse: ma son sempre loro! siamo in queste condizioni, perchè chi è nelle stanze del potere è ormai alienato da quella che è la realtà. o ci rimbocchiamo le maniche ed alle elezioni diamo una sferzata al sistema, altrimenti avranno vinto loro, come sempre.



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