Una proposta per superare il precariato

Giovani e lavoro: tempo indeterminato per tutti con tutele crescenti

di Italia Futura , pubblicato il 13 ottobre 2011
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Il precariato va riportato subito al centro dell’azione politica e combattuto con strumenti incisivi e non con sanatorie o provvedimenti una tantum. Lo scrivevamo l’8 aprile, alla vigilia della manifestazione “Il nostro tempo è adesso” indetta dai lavoratori precari. Oggi le giovani generazioni esprimono tutta la loro indignazione, e come non capirle? Un paese civile, una democrazia occidentale, non può permettersi di lasciare quasi un giovane su tre fuori dal mondo del lavoro e tollerare un regime iniquo tra quelli che faticosamente sono riusciti ad entrarci. A settembre, insieme ad altre associazioni, abbiamo denunciato questo sistema iniquo all’Unione europea.

L’apartheid è quello che divide in due il mondo dei giovani lavoratori: chi è riuscito ad entrare nella cittadella fortificata del lavoro regolare e chi ne è al di fuori, i precari. Che lavorano come gli altri ma non hanno né uno stipendio né le garanzie che gli permettano di vivere un presente dignitoso e immaginare un futuro sostenibile. Affinché il loro talento, impegno e entusiasmo non venga più mortificato rilanciamo la nostra proposta, firmata Montezemolo, Ichino e Rossi: un contratto di lavoro a tempo indeterminato e tutele crescenti, perché finalmente in Italia siano tutti uguali di fronte al lavoro.




Il loro tempo è adesso. Il nostro dovere è ora

Il precariato al centro dell'azione politica

di Pietro Ichino, Luca di Montezemolo e Nicola Rossi, pubblicato l'8 aprile 2011

Domani i lavoratori precari scenderanno in piazza uniti dallo slogan “Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”. Convocata via Internet, la manifestazione – che ha avuto migliaia di adesioni – interesserà molte città italiane. Se le cose andranno come sono andate fin qui, anche in questo caso alle manifestazioni non farà seguito alcun atto concreto. Il tema dovrebbe invece essere al centro del dibattito e dell’azione di politica economica.

Valgano, per tutte, le parole rivolte qualche mese orsono dal Governatore Draghi agli studenti di Ancona: “Senza la prospettiva di una pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si indebolisce l’accumulazione di capitale umano specifico, con effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”. Parole che corrono il rischio, nella migliore delle tradizioni, di diventare l’ennesima “predica inutile” di questo nostro Paese.

Parole il cui significato, sul piano del “che fare”, è invece chiarissimo. Primo, non si può semplicisticamente pensare di affrontare il tema prendendo la scorciatoia delle sanatorie o considerando il pubblico come luogo deputato all’occupazione assistenziale. Secondo, non si può altrettanto semplicisticamente pensare di contrastare la patologia della precarietà togliendo al sistema i margini di flessibilità di cui ha grande e, anzi, crescente bisogno. Terzo, come dimostra la recente sentenza del Tribunale di Genova in applicazione della direttiva europea sulle modalità di utilizzo dei contratti a termine, mantenere e anzi irrobustire i margini di flessibilità del sistema non si può fare nel modo in cui lo si è fatto fin qui, scaricandone tutto il peso sulle nuove generazioni: oltre che iniquo, può costare troppo caro.

La strada, dunque, è stretta e impervia; ma non per questo impossibile da percorrere. E, ancora una volta, la maniera migliore per percorrerla è quella di lasciare il sentiero in cui ci hanno costretto gli ultimi decenni per provare ad aprire un passaggio più in alto, lì dove tante e diverse rendite di posizione ci hanno finora impedito di passare. Fuor di metafora: riscrivendo il diritto del lavoro in modo che tutti i nuovi rapporti da qui in avanti possano essere costituiti a tempo indeterminato: anche quelli che fino a oggi sono stati l’espressione patologica della precarietà (contratti a progetto, partite iva fasulle, …), garantendo la piena copertura di eventuali oneri economici aggiuntivi per le imprese piccole e grandi, trattando nella stessa maniera l’operatore privato e l’operatore pubblico.

E quindi, un contratto di lavoro a protezione crescente per tutti i futuri lavoratori dipendenti (ferme restando le ovvie eccezioni a contenuto formativo o dei contratti a termine per i casi di sostituzioni temporanee o di punte stagionali): occupazione a tempo indeterminato per tutti e piena protezione contro le discriminazioni e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati, ma nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi. In caso di licenziamento, trattamento complementare di disoccupazione “alla scandinava”, contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione, assistenza nel mercato del lavoro più efficace e controllo altrettanto efficace sulla effettiva disponibilità del lavoratore alla nuova occupazione. Nel contempo, attenta valutazione dei maggiori oneri monetari sopportati dalle imprese a seguito del cambio di regime (valutabili in media e in termini prudenziali in circa lo 0,3% della retribuzione lorda) e rimborso degli stessi oneri medi in via permanente attraverso una riduzione di pari importo di alcune voci di contribuzione e i rimborsi resi possibili dal Fondo Sociale Europeo. Infine, copertura della maggiore spesa attraverso un atto di solidarietà intergenerazionale: un anno (o anche meno) in più al lavoro per i padri in cambio di una concreta prospettiva di stabilità e di una pensione decente per i figli.

Sappiamo tutti, fin troppo bene, che il sistema produttivo italiano si regge oggi su un equilibrio instabile e iniquo: incertezza come condizione di vita per alcuni, stabilità come diritto acquisito per altri. Una vera e propria condizione di apartheid per le generazioni più giovani. Sappiamo anche, fin troppo bene, che la condizione di lavoro di alcuni (dei “paria”) è l’altra faccia della medaglia della condizione di lavoro di chi nella cittadella fortificata del lavoro regolare è riuscito a entrare; e che il superamento di questa frattura mette in discussione il nostro sistema di protezione del lavoro e la sua attuale struttura. E questa discussione, da quindici anni, ci spaventa e ci paralizza. Ma è un timore infondato: una soluzione è possibile senza toccare la posizione di chi ha già un rapporto di lavoro stabile, regolato dalla vecchia disciplina; offrendo a tutti i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro, e anche agli adulti che il lavoro lo hanno perso, qualche cosa di molto, molto meglio rispetto alle prospettive che oggi si offrono loro nel nostro mercato del lavoro. E facendo finalmente un passo avanti verso quella “meritocrazia”, tanto predicata quanto poco praticata in casa nostra.

La pazienza con cui la società civile ha sopportato fin qui i guasti dell’apartheid nel mercato del lavoro non deve ingannare. Il silenzio delle generazioni più giovani non è acquiescenza. Quello delle generazioni meno giovani non è indifferenza. Sta ora alla classe politica dimostrare che il suo silenzio non è – come spesso appare – impotenza.




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#5 da Rino Impronta, inviato il 16/10/2011
Pagamenti alle PMI utilizzando il Debito Pubblico.
Se alla Pubblica Amministrazione mancano risorse o disponibilità per pagare servizi e lavori ricevuti da privati, si potrebbe ipotizzare una soluzione: fare ricorso al debito pubblico. Come? Se qualcuno ha memoria, alla fine degli anni 70 e inizio anni 80, ci fu il congelamento della ben nota contingenza relativa all'adeguamento economico degli stipendi dei dipendenti della Pubblica Amministrazione. Tale iniziativa potrebbe essere presa dallo Stato, in questo particolare momento, per soddisfare i pagamenti ai fornitori di servizi. E' di recente emanazione l'autorizzazione della BCE all'utilizzo della procedura così definita "Emergency Liquidity Assistance", che consente ad una Banca Centrale Nazionale di intervenire da sola sul proprio mercato, acquistando o sostenendo i titoli nazionali. Tutto ciò premesso per arrivare alla mia ipotesi di lavoro: chiedere il pagamento dei crediti allo Stato sotto forma di titoli di Stato a medio e lungo termine, con tutti gli elementi (tassi e durata) riservati ad una emissione specifica per le predette operazioni. Creare quindi un mercato (collaterale o secondario) dove è possibile negoziarli. Per gli enti locali il procedimento sarebbe lo stesso, nel momento in cui avviene il trasferimento di fondi dal centro alla periferia. La parte riguardante il pagamento di servizi o opere avverrebbe in titoli di stato.
Sarebbe interessante conoscere il giudizio di un esperto in merito alla possibile realizzazione di tale soluzione e qualora fosse impossibile conoscerne le cause.

#4 da libero pensiero, inviato il 14/10/2011
Ma l'Euro non doveva migliorare le nostre condizioni sociali e di vita?
Come si spiega che il precariato è aumentato vertiginosamente dopo l'introduzione dell'Euro?
E' evidente che di sola politica monetaria, gestita dalla BCE, si morirà. Un banca centrale d'altra parte ha una mission diversa da quella che dovrebbe avere un governo autorevole di una nazione, che invece dovrebbe pensare al bene comune e a come generare crescita e benessere, secondo principi di equità, solidarietà e sostenibilità. Solo attraverso la crescita economica potremmo garantire posti di lavoro stabili e maggiore opportunità di migliorare il proprio status sociale.
In Europa ed in particolare in Italia abbiamo una assenza totale di politici all'altezza della grave crisi in cui ci troviamo. Abbiamo bisogno di una Italia unita, in una Europa politica comune (sono un europeista convinto!), altrimenti gran parte dei nostri soldi finiranno per ricapitalizzare le perdite delle banche, che hanno in pancia molti titoli tossici e per pagare i debiti sovrani, finendo per indebitarci ancora di più, senza avere risorse per far ripartire la crescita e senza avere risorse per garantire una vita civile e dignitosa alle popolazioni che abitano questa Europa, diventata barbarica!
Di conseguenza, con il peggioramento della crisi in atto, le condizioni di precariato non potranno che peggiorare.
Diamoci una mossa, non rimaniamo al balcone a guardare ciò che sta succedendo. Il mio è un appello a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, e a quelle persone che hanno un peso nella società italiana, che hanno capito che l’interesse particolare non deve prevalere sull’interesse generale. Bisogna redimersi ed essere pronti a mettere tutto in discussione, altrimenti non ce ne sarà per nessuno. Saremo tutti responsabili del triste e difficile futuro che lasceremo ai nostri figli e alle future generazioni. Onore, orgoglio, altruismo, onestà, forza di ricominciare, gioco di squadra, fermezza, rigore, sono attributi che gli italiani sanno recuperare nei momenti di forte difficoltà. E questo è uno di questi. Assumiamoci le nostre responsabilità, dimostriamo che siamo all'altezza della situazione e facciamoci sentire agendo "AD HORAS"! Nessuno ci deve dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, lo sappiamo benissimo, e quindi da questa sera incominciamo a dimostrare di voler cambiare a partire dalle piccole azioni, dai micro comportamenti verso noi stessi e verso il prossimo. Rimaniamo coerenti e prepariamoci per azioni più grandi, a partire da domani mattina.
Un abbraccio ed in bocca al lupo.

#3 da Maurizio Capolupo, inviato il 14/10/2011
La precarietà di cui si parla tanto, parte da molto lontano,i vari governi che si sono interessati di questo delicato problema,non ha per motivi vari centrato gli obiettivi che si erano preposti,lasciando nel caos e nel disagio intere generazioni.
La figura del giovane precario,diventata ormai contestualmente al periodo anomalo che stiamo vivendo una vera e propria istituzione,che si configura nell'assoluta mancanza di un futuro certo.
Non voglio fare nessuna caccia alle streghe,e non voglio puntare il dito contro nessuno,.a una considerazione padri si mettevano in politica la voglio fare,i nostri uomini al potere ,hanno perso da molto tempo lo spirito per cui i nostri padri si mettevano a fare politica.
I valori come onestà,rispetto,onore,amore per il proprio paese non esiste più e questo la dice lunga su come si gestisce la politica in questo bel paese.

#2 da MC, inviato il 13/10/2011
la Flex-Security va bene....ma attenzione: a che mi serve la contribuzione figurativa per i periodi di disoccupazione, se con il sistema contributivo è il montante di ciò che verso che determina la pensione e non il n. di anni versati ? Sappiamo già che la flessibilità (vedi i co.co.pro) produce pensioni più "magre" di coloro che sono "iperprotetti"...e poi, ricordiamoci che già oggi con i Contratti di Solidarietà per esempio è possibile ridurre gli organici per motivi economici o come in Germania l'equivalente del ns. art. 18 si applichi alle imprese con oltre i 5 dipendenti e non 15 come da noi...se pensiamo che basta solo la "deregulation" del mondo del lavoro per essere competitivi e crescere...ci aspetta un futuro ancora più "incerto" di quello in cui viviamo oggi.
Fortza Paris

#1 da Angelo C., inviato il 13/10/2011
Ottima analisi, se si riesce a fare tutto questo siamo con più di un piede fuori dal fosso...il problema del lavoro, e soprattutto di quello precario, è troppo grande per poter essere ignorato come ha fatto fino ad oggi la nostra classe politica. Le aziende e i lavoratori vivono in simbiosi e devono poter essere tutelati entrambi. Le aziende hanno bisogno di flessibilità e questo è giusto e deve essere opportunamente consentito, però le stesse, troppo spesso, approfittano di questi tipi di contratto e in questo modo si avvia uno sfruttamento indiretto del lavoratore. Chi ci rimette sono le aziende stesse perchè il lavoratore precario non è motivato nel lavoro e non ha attaccamento all'azienda perchè non vedendoci un futuro ne è distaccato, al contrario di quanto si pensa dove il precariato aumenterebbe l'attaccamento e la serietà nel lavoro perchè il lavoratore aspetta quella promozione che è il contratto indeterminato. Non è così, con il precariato si crea solo sfiducia. Il precariato aumenterebbe la serietà e la dedizione al lavoro solo se, dopo un certo numero di anni pre-determinati, si avrebbe la certa possibilità di un contratto a tempo indeterminato (che scatterebbe in automatico dopo un tempo stabilito). Allora si che si potrebbe parlare di precariato a tempo determinato con la prospettiva sicura di un lavoro stabile, a tempo indeterminato, che aumenterebbe la serietà e l'attaccamento di qualsiasi lavoratore all'azienda. C'è da dire anche che la pressione fiscale che devono sopportare le nostre aziende è troppo elevata e bisognerebbe anche ridurre la burocrazia che devono seguire le stesse per ogni manovra che deve essere fatta. Bisognerebbe che lo Stato le tutelasse di più sul mercato. Se si vuole realizzare un sistema lavorativo come in America, ad esempio, bisogna certamente prevedere quegli ammortizzatori sociali per il periodo di disoccupazione (come detto sopra nell'articolo) e creare prospettive molto più favorevoli per essere riassunti, anche in età avanzata. Poi, ripeto, se la crescita non c'è non ci rimettono solo i lavoratori che non hanno soldi, ma tutto il sistema, aziende comprese. Se il lavoratore non ha soldi non compra, non spende e tutto il sistema non gira, come sta avvenendo ora. Il rischio della recessione non è lontano anni luce dalla nostra situazione attuale. Un paese dove le aziende chiudono perchè le banche non danno ulteriori crediti ed anzi pignorano tutto per riavere i soldi, dove i lavoratori intaccano i loro risparmi per arrivare alla fine del mese, dove per vendere bisogna svendere, non è un paese che tutela i sui cittadini, non è un paese che tutela le generazioni future. Così di aumenta solo l'odio fra ricchi e poveri, dove i ricchi se ne fregano di chi non riesce nemmeno a mangiare tutti i giorni e dove i poveri non riconoscono più la ricchezza come l'impegno di una vita per elevare la propria posizione sociale ma solo come un latrocinio a spese dei poveri stessi. Con questa proposta di ItaliaFutura penso si possano fare enormi passi avanti. Buon lavoro a tutti.



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