di Carlo ClericettiAltro che articolo 18, altro che condizioni contrattuali. L'industria italiana se la passa male e la produttività declina perché
gli imprenditori non investono, e mentre i concorrenti innovano loro lasciano invecchiare impianti e tecnologie e usano quasi tutti gli utili - e una parte dei soldi per gli ammortamenti - per distribuire dividendi sopra la media internazionale.
Potrebbe essere un'invettiva del "sindacato antagonista", invece sono i risultati di una serissima
ricerca di Riccardo Gallo, un economista che nell'industria ha svolto molti incarichi operativi. Gallo l'ha presentata in una sede autorevole, la lezione inaugurale del master in management, innovazione e ingegneria dei servizi (Mains) della
Scuola Superiore S. Anna di Pisa.
La ricerca di Gallo contraddice anche due convinzioni generalmente accettate. La prima è che
la produttività sia ferma da anni. Invece il valore aggiunto per occupato nell'industria (comprese le costruzioni) è cresciuto fra il 1993 e il 2007 a una media del 2% annuo, e solo da allora ha cominciato a crollare.
Il fatto comunque non è positivo come potrebbe sembrare: negli ultimi vent'anni il valore aggiunto dell'industria è diminuito dell'1,5% a prezzi costanti; ma ancor di più sono calati gli occupati (-22,4%) e dunque la produttività, che si misura in valore aggiunto per dipendente, è aumentata.
In secondo luogo,
non è vero che la crescita sia frenata da una insufficiente disponibilità di credito. Nel periodo osservato i debiti finanziari delle imprese industriali medie e grandi non aumentano, anzi in molti casi diminuiscono se riferiti al totale del passivo. In altre parole, quello che non va ai dividendi viene usato per ridurre i debiti e a spendere per innovare non si pensa proprio.
I grandi assenti sono proprio gli investimenti.Per continuare a leggere l'articolo, scarica la versione pdf