Ripartire da zero

Un'occasione per ridisegnare la nostra società e la nostra politica

di Francesco Bonami , pubblicato il 11 ottobre 2011
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Nessuno ha il coraggio di dirlo, nemmeno noi, ma diciamolo. È arrivato il momento di ripartire da zero. L’Italia è come uno schermo di un computer congelato dove continua a girare la rotellina multicolore ma nulla si muove e qualsiasi tasto uno prema non succede nulla di nulla. La rotellina multicolore è la politica italiana, il governo ma anche l’opposizione. Stanno girando a vuoto nella speranza che qualcosa all’improvviso si sblocchi.

I tasti che sempre più forsennatamente premiamo sono quelli dei soliti luoghi comuni. Il tasto del ricambio generazionale. Il tasto di una nuova classe politica. Il tasto dello scandalo. Il tasto della magistratura. Il tasto del conflitto d’interessi. Il tasto dei sindacati. Il tasto della rottamatura etc. etc.

Martelliamo la povera tastiera del computer Italia, ma la rotellina non si ferma. Sullo schermo della società non succede nulla, tutto immobile, tutto paralizzato. Nessuno ha il coraggio di farlo ma l’unica cosa è spengere e riaccendere il computer italiano ripartendo da zero. Perderemo sicuramente qualcosa del nostro patrimonio politico, intellettuale, culturale, sociale, ma sarà un'occasione per ridisegnare la nostra società e la nostra politica. Una società e una politica che non vanno semplicemente semplificate, eliminando a capocchia alcuni ingranaggi del meccanismo burocratico.

Non dobbiamo semplificare, ma rendere la complessità del sistema sociale e civile semplice ed accessibile. La complessità di una società è positiva, sana e naturale perché crea dinamicità, diversità, dialogo, dibattito, fluidità di progetti ed idee. L’obbiettivo di un governo civile è quello non d’inebetire il contesto sociale ma di farlo funzionare con facilità, in modo efficace più che efficente.

Per efficacia si intende la capacità di raggiungere un determinato obiettivo, mentre per efficienza la capacità di raggiungerlo con la minima allocazione possibile di risorse. L’Italia in questo momento non è né efficace né efficiente. La drammaticità della situazione economica non consente comunque la scelta fra essere efficaci o efficienti. La mancanza di risorse ci obbliga, fortunatamente, ad essere efficienti.

Spengere il sistema Italia, anche per poco, e riaccenderlo non è più un’opzione ma un obbligo. Ripartire da zero è l’unica condizione per ridisegnare la nostra cultura politica a prescindere dall’età, dagli schieramenti, dal contesto geografico e dalle artificiali alleanze. Vecchi, grandi e piccini della politica nazionale “ufficiale”, al di là degli slogan, le dichiarazioni d’intenti e le trovate mediatiche hanno dimostrato e tuttora stanno dimostrando di essere interessati in modo perverso e patologico esclusivamente alla cultura del potere.

Nessuno dei soggetti in campo, da una parte o dall’altra, sembra interessato al potere della cultura che sta alla radice della nostra identità nazionale ed è il fondamento del bene comune. Continuiamo ad illuderci che l’epidemia d’influenza che sta devastando il sistema immunitario morale e civile del corpo nazionale possa essere curata con nuove dosi dello stesso vaccino che contiene lo stesso virus che ci sta affliggendo. Il corpo politico è moribondo.

Non è questione di trapiantare una faccia nuova. È essenziale costruire una nuova mentalità. Non basta un nuovo modo di parlare del futuro indossando gli abiti e le abitudini della vecchia politica. È necessario un nuovo modo di pensare ed immaginare il futuro disegnandolo su una lavagna pulita. La sfida è quella di reinventare la società italiana. Una sfida che richiede sforzi enormi, grossi rischi, una assoluta concentrazione civile e più che altro il coraggio di poter fallire.

Non si può ridisegnare l’hardware della nazione senza immaginare nuovi software, programmi, accessibili per le nuove generazioni destinate ad usare e far funzionare il paese. Non è questione di urlare “largo ai giovani!”. Dare spazio ai “giovani" senza che nello spazio dove si ritroveranno ci siano risorse ed opportunità da mettere a frutto e condividere con le nuove realtà sociali e domografiche è inutile, controproducente, foriero di malessere e violenza organizzata.

Dobbiamo invece creare uno spazio dove i giovani trovino gli strumenti morali, politici e professionali da utilizzare per il proprio futuro. Non è detto che spengendo il computer Italia e riaccendendolo il sistema torni a funzionare. Tuttavia questo è un rischio che dobbiamo individualmente, collettivamente e pubblicamente prendere. Azzerare tutto o continuare ad osservare la nostra galassia sociale polverizzarsi all’infinito, moralmente, economicamente, civilmente. La scelta non è più fra destra o sinistra ma fra un futuro possible e vivibile o una paralisi infinita e impossibile.

Spengiamo. Riaccendiamo. Ricominciamo.

Uno dei più importanti curatori e critici d’arte a livello internazionale, già direttore della Biennale di Venezia nel 2003. E' direttore artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, della Fondazione Pitti Immagine Discovery di Firenze e di Enel Contemporanea. E' il primo italiano ad aver ricevuto l'incarico di curatore della prestigiosa Biennale di arte americana al Museo Whitney di New York.


tag:  italia   cultura   politica   futuro  


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#11 da pierluigi innocenti, inviato il 16/10/2011
Analisi assolutamente condivisibile, ma proprio per la gravità della situazione e l'assoluta assenza delle forze politiche a farsi interpreti del momento, è urgente mettere in campo obiettivi ed i programmi per realizzarli, altrimenti saremo solo dei puntigliosi cronisti di un disastro in diretta.

#10 da Alessandro Fronte, inviato il 14/10/2011
Ok, spegniamo e riaccendiamo..... cioè?

#9 da Massimo Oporti, inviato il 13/10/2011
Il computer si potrà pure spegnere e riaccendere ma il paragone mi sembra troppo spinto. Gli elettori, che sono in definitiva coloro che decidono chi li debba governare, non si possono spegnere e riaccendere; se le idee sono buone si possono "conquistare". Prima dell'adesione alla UE ed ai famigerati "parametri", i governi "conquistavano" gli elettori spalmando sullo Stato il conto a colpi di "inflazione programmata" o, peggio ancora, con la svalutazione della moneta: vi ricordate? E sono passati pure per grandi statisti! Quando Francia Germania e Gran Bretagna già si davano regole ferree per difendere le loro Grandi monete, noi calpestavamo allegramente quanto di buono si era costruito nel decennio dopoguerra. Il berlusconismo non ha cambiato registro, lo ha solo stirato all'inverosimile raggiungendo vette di debito pubblico da paese sudamericano. Sono quindi diverse generazioni abituate a questo bengodi di facciata: ci arredavano il salotto mentre ci svaligiavano la cantina.
Occorre gradualmente, molto gradualmente accompagnare la gente in cantina e mostrare loro lo sfacelo e la desolazione. Farlo gradualmente ma in fretta con una road map dai tempi certi e serrati, senza indugi e senza pentimenti.
Tagliare privilegi, pensioni insostenibili e moralmente ingiuste; favorire accessi alle cariche direttive di enti pubblici e politici per titoli e a rotazione (all'amico si dovrà dire: ti è andata male, è il computer che sceglie); le imprese sono il motore, non si lasciano senza benzina e senza manutenzione perchè sennò si inchiodano; non tutti i professionisti sono "furbetti" da tartassare per definizione, vanno utilizzati per aumentare l'efficienza della macchina burocratica; le istituzioni pubbliche non hanno bisogno di sedi di prestigio ma difficili da raggiungere, occorrono nuovi edifici fruibili da tutti e con costi di mantenimento contenuti costruiti con la vendita di quelli attuali (con la plusvalenza che sicuramente ne scaturisce si migliorino strutture e servizi); inutile ribadire che gli Enti si possono ridurre accorpando funzioni e cariche.
In definitiva credo che non occorre la rivoluzione, la storia non le ha mai dato ragione, ma serietà e competenza: gli italiano non sono così stupidi come li si vuole dipingere.
Nonostante tutto io credo ancora in questo paese, bisogna avere pazienza e far capire che "la nottata" non è ancora passata.
Auguri a tutti ed un "in bocca al lupo" a Luca Cordero: sia coraggioso.

#8 da Anna Pellegrino, inviato il 13/10/2011
Questa mattina leggevo questo articolo:Cari ragazzi e ragazze, cari giovani: studiate. Soprattutto - anche se non solo - nella scuola pubblica. Ma anche quando non siete a scuola. Quando siete a casa vostra o in autobus. Seduti in piazza o ai giardini. Studiate. Leggete. Per curiosità, interesse. E per piacere. Per piacere. Anche se non vi aiuterà a trovare un lavoro. Tanto meno a ottenere un reddito alto. Anche se le conoscenze che apprenderete a scuola vi sembreranno, talora, in-attuali e im-praticabili. In-utili. Nel lavoro e anche fuori, spesso, contano di più altre "conoscenze" e parentele. E i media propagandano altri modelli. Veline, tronisti, "amici" e "figli-di"... Studiate. Gli esempi diversi e contrari sono molti. Non c'è bisogno di rammentare le parole di Steve Jobs, che esortava a inseguire i desideri. A essere folli. Guardatevi intorno. Tanti ce l'hanno fatta. Tanti giovani - intermittenti e flessibili - sono convinti di farcela. E ce la faranno. Nonostante i giovani - e le innovazioni - in Italia facciano paura. Studiate. Soprattutto nella scuola pubblica. Anche se i vostri insegnanti, maestri, professori non godono di grande prestigio sociale. E guadagnano meno, spesso molto meno, di un artigiano, commerciante, libero professionista... Anche se alcuni di loro non fanno molto per farsi amare e per farvi amare la loro disciplina. E, in generale, l'insegnamento. Anche se la scuola pubblica non ha più risorse per offrire strumenti didattici adeguati e aggiornati. Anzi, semplicemente: non ha più un euro. Ragazzi: studiate. Nella scuola pubblica - che è di tutti, aperta a tutti. Studiate. Anche se nella vita è meglio furbi che colti. Anzi: proprio per questo. Per non arrendersi a chi vi vorrebbe più furbi che colti. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Non rassegnatevi. A chi vi vorrebbe opportunisti e docili. E senza sogni. Studiate. Meglio precari oggi che servi per sempre.

#7 da Asio otus, inviato il 12/10/2011
Riavviare il Sistema? Certo è ciò di cui abbiamo bisogno, ma non è facile: molti giovani della mia generazione hanno perso la via o sono cresciuti coi modelli sbagliati e ora sono disinteressanti verso la società o si battono per le cause sbagliate. Come nel periodo post-bellico abbiamo un mare di lavoro da fare e una sfida difficile da vincere, difficile ma non impossibile. Quando si comincia? Le parole, per quanto belle, non possono cambiare la realtà in cui ci troviamo oggi, dobbiamo passare ai fatti.

#6 da Antonio Delfino, inviato il 12/10/2011
Concetti chiarissimi, quanto semplici nella loro complessità. Condivido ogni passaggio dell'intervento. La summa è però questa : "dobbiamo creare uno spazio dove i giovani trovino gli strumenti morali, politici e professionali da utilizzare per il proprio futuro". Per tutti noi, ancora giovani, e per nostri figli impegnarsi - ora e non domani - è più che un dovere, un obbligo.

#5 da giampaolo tata, inviato il 12/10/2011
prontissimo a ripartire da ZERO ma passiamo ai fatti

#4 da giovanni marino, inviato il 12/10/2011
giorni fa ho scritto su queste pagine a proposito di rivedere gli standards di produzione. Per fare un esempio ho scritto che la mia generazione si è cresciuta ( in buona salute ) con emissioni o con standard di prodotti oggi fuori legge.
Io condivido il Suo pensiero e lo interpreto pensando agli anni post bellici di rinascita dove tutti avevano una occupazione , magari non tante protezioni sul lavoro e sulla qualità , ma quella fase ci ha consentito di essere competitivi e di fare crescere a due cifre.
Possiamo immaginarci qualsiasi cosa a proposito di riorganizzazione della PA e della politica che pure sono essenziali per recuperare efficienza. Ma per produrre a costi competitivi che significa crescita sicura dobbiamo produrre ad un minore costo unitario e dobbiamo rivedere perciò gli standards ed il costo del lavoro.
Una proposta ( che io accoglierei al volo ):
perchè le parti sociali non offrono lavoro gratuito per i giorni che oggi sono considerati festivi?
Qualche economista si è fatto i conti di quanto incidono per es 10 gg di lavoro a costo zero sul pil% ?
Perchè mai un lavoratore dipendente per 2 o 3 anni non dovrebbe offrire gratuitamente il suo lavoro se anche il datore di lavoro è disponinibile e versare una tantum un certo contributo? ( ma ci sarebbe molto da scrivere su questo)
Insomma se siamo in difficoltà così come sappiamo per quale ragione si chede sempre qualcosa a qualche altro e non si pensa come ognuno di noi potrebbe contribuire di suo?
Ma questi sono concetti sociali e ed etici che evidentemente non abbiamo ancora digerito a sufficienza.

#3 da non sono rasegnato, inviato il 11/10/2011
"I tasti che sempre più forsennatamente premiamo sono quelli dei soliti luoghi comuni. Il tasto del ricambio generazionale. Il tasto di una nuova classe politica. Il tasto dello scandalo. Il tasto della magistratura. Il tasto del conflitto d’interessi. Il tasto dei sindacati. Il tasto della rottamatura etc. etc. Martelliamo la povera tastiera del computer Italia, ma la rotellina non si ferma. Sullo schermo della società non succede nulla, tutto immobile, tutto paralizzato. Nessuno ha il coraggio di farlo ma l’unica cosa è spengere e riaccendere il computer italiano ripartendo da zero" Sublime. QUesto e' il nostro manifesto politico, non c'e' altro da aggiungere. Ci riusciremo?

#2 da Arcangelo , inviato il 11/10/2011
L'italia di oggi e di domani ha bisogno veramente di cambiamenti e di lealtà. Noi meno giovani ma certamente più esperti e saggi possiamo avviare il cambiamento, il resto spetta ai giovani. Diamogli una mano con questo slogan "Progetta il tuo futuro"

#1 da Franco Puglia, inviato il 11/10/2011
Condivido lo spirito e la lettera del commento. Ma passiamo ai fatti : programma preciso e dettagliato delle cose da fare, chi fa che cosa e in che modo e quando. Ormai lo sappiamo tutti che occorre cambiare profondamente, ma non basta più dirlo: occorre fare. Allora diamoci una organizzazione capillare e facciamo le cose; subito.



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