Desidero prima di tutto ringraziare Nicola Rossi, Salvatore Matarrese e tutti i sostenitori di
Italia Futura Puglia che hanno reso possibile questa iniziativa e che stanno lavorando a un profondo radicamento sul territorio pugliese della nostra associazione. Un
progetto che stiamo portando avanti in tutto il paese. Un
impegno che ha come obiettivo fondamentale quello di dare una casa alle tante
eccellenze civiche, di cui l’Italia è ricca.
Avrei voluto iniziare questo discorso parlando del
futuro, della fase di
ricostruzione che attende questo paese e che presto dovrà comunque finalmente cominciare. Avrei voluto dirvi che
lo spettacolo rissoso di questo finale di partita non ci riguarda, non riguarda il futuro, non riguarda i giovani, le donne, le famiglie, non riguarda i tanti italiani che con il loro impegno straordinario, in tutti i settori della vita sociale, hanno tenuto e tengono in piedi l’Italia.
Purtroppo il precipitare degli eventi degli ultimi giorni, dentro e fuori la politica, ci obbliga ancora una volta a partire dal presente, da una
situazione che si fa
sempre più fragile e difficile.
L’Italia è sul ciglio del burrone, il meccanismo del “tutti contro tutti” ha superato l’argine della politica e sta investendo la stessa società civile. Non possiamo permettercelo. Dobbiamo tornare tutti, immediatamente, ad abbassare i toni. Questa volta rischia di saltare il banco. E il banco in questo caso è il paese, i risparmi, il lavoro e la vita di tantissime persone.
Il rischio Grecia esiste, ripeto esiste, solo perché il paese non riesce, neanche davanti ad un pericolo mortale, a reagire in maniera coesa.
Ognuno di noi deve contribuire, avendo chiare le proprie responsabilità, e mantenendo comportamenti e toni appropriati al ruolo di classe dirigente.
Vale per il Governo, vale per l’opposizione, vale per la società civile.Nessuna categoria sociale può chiamarsi fuori dalla situazione del paese. I mali italiani non sono tutti nella politica. A pochi chilometri da qui si svolgono i funerali delle donne di
Barletta. Lavoravano in nero per pochi euro, nello scantinato di un palazzo pericolante. Spesso solo dopo una tragedia di queste proporzioni, riconosciamo il
volto feroce dello sfruttamento, che ci ricorda come
l’illegalità in Italia sia un fenomeno da cui l’impresa è tutt’altro che indenne, e che colpisce soprattutto le
donne e i
giovani.
Mentre Moody’s declassa l’Italia di tre livelli, il governo è paralizzato dai contrasti tra il Ministro dell’Economia e il Presidente del Consiglio.
Assistiamo oramai da mesi a un balletto sulla nomina del Governatore della Banca d’Italia che giudicheremmo inappropriato, anche se riguardasse il direttore di una Asl di provincia.Tutto questo sta danneggiando gravemente l’Italia e i cittadini. La gente che lavora, risparmia e produce, ed è giustamente spaventata dagli effetti della crisi economica, non ne può più di questo spettacolo irresponsabile. È una situazione che va chiusa ad horas.
C’è una sola priorità, salvare l’Italia dal rischio default. Pretese di autosufficienza, narcisismi personali e partite di potere non ci interessano, non ci riguardano,
ci hanno anzi profondamente stancato. E qualunque ambizione o rivendicazione individuale, di parte, di partito, di categoria deve cedere il passo di fronte a questa minaccia mortale.
Calmiamoci tutti. Abbiamo il dovere di dare all’estero l’immagine di un paese che riesce ancora a fare quadrato.In questi anni
Italia Futura ha sviluppato progetti, portato avanti idee e persino
fatto proposte di legge, come nel caso degli
emendamenti alla manovra finanziaria presentati da Nicola Rossi in Parlamento. Ci siamo occupati di
giovani, di
mobilità sociale, di
scuola, di
cultura, di
precariato e di mille altri argomenti che rispecchiano la vita quotidiana di milioni di cittadini.
Abbiamo richiamato costantemente il Governo al rispetto degli impegni presi, nella consapevolezza che
occuparsi della cosa pubblica non è un diritto, ma un dovere per una classe dirigente degna di questo nome. Nel 2009, in occasione della presentazione dell’associazione dissi: “In Italia se una classe dirigente si chiude nel recinto delle proprie attività viene descritta come egoista e priva di senso del bene comune. Se invece si interessa alla cosa pubblica, come avviene in tutti gli altri paesi del mondo, viene immediatamente
accusata di assurdi disegni politico-partitici”.
Abbiamo detto chiaramente, in tempi non sospetti, quando l’esecutivo era forte, saldo e persino vendicativo, quello che pensavamo del suo operato. Vedevamo chiaramente che le non decisioni di allora ci avrebbero condotto alla drammatica situazione di oggi. Eppure abbiamo ricevuto, insieme agli attacchi d’ufficio della parte più debole della politica, una
buona dose di "fuoco amico".
Oggi però tutto questo è dietro le nostre spalle, e non ha più alcuna rilevanza.
È un segnale importante che le principali associazioni del mondo dell’economia abbiano presentato una piattaforma di proposte comuni, ampiamente condivisibile, al Governo. Quello che è stato fatto è un lavoro prezioso che non va interrotto. Abbiamo bisogno che si continui, con la stessa determinazione, a incalzare l’Esecutivo sui provvedimenti concreti che è necessario assumere per la crescita. Consentitemi due parole in più, che sento il dovere di pronunciare, su quello che sta accadendo all’interno del
sistema imprenditoriale italiano.
Per quasi dieci anni ho avuto il
privilegio di ricoprire
cariche all’interno del sistema associativo. Un’opportunità che mi ha permesso di venire
a contatto con tantissime piccole e medie aziende di straordinario valore, che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo. Andare all’estero, in tantissimi paesi, con migliaia di imprese impegnate in incontri di business, è stata un’esperienza entusiasmante.
Dicevo allora e ripeto adesso:
quando l’Italia si muove come un sistema compatto non ce n’è per nessuno.
Ho vissuto il periodo più critico della FIAT, come Presidente, proprio mentre ero anche Presidente di Confindustria. Lo ricordo come un momento difficilissimo ma molto appassionante.
La rottura tra FIAT e Confindustria non può dunque che addolorarmi moltissimo, professionalmente e personalmente. Non voglio entrare nel merito della vicenda tecnica sull’art. 8 e degli accordi intervenuti successivamente tra le parti sociali.
Ma è evidente che se la più grande azienda privata italiana ritiene che la sua presenza in Confindustria sia d’impedimento al perseguimento degli obiettivi aziendali, qualcosa che non ha funzionato deve pure esserci. Anche perché nella stessa situazione di FIAT si trovano molte altre imprese italiane.
Quello che è accaduto deve servire per avviare un momento di riflessione su ciò che è mancato, se vogliamo lavorare ad una soluzione che, nel tempo, possa riannodare le fila di un dialogo, che non voglio considerare definitivamente chiuso. Qualunque contributo, nel rispetto dei ruoli, io potrò dare per facilitare un riavvicinamento, non mancherà di certo.Confindustria è uno straordinario
patrimonio dell’Italia. Le aziende italiane, in particolare quelle piccole e medie, hanno bisogno di nuovi servizi, in primo luogo quelli relativi all’internazionalizzazione e all’innovazione. C’è uno spazio di offerta concreto e immenso. L’associazione
non deve aver paura di ripensare il suo ruolo, i suoi compiti e soprattutto la sua articolazione territoriale e settoriale.
Spesso si sottolinea, a ragione, che il paese ha bisogno di una fase costituente, sarebbe importante per l’associazione riflettere sull’utilità dell’avvio di un analogo processo. Il momento della denuncia fine a se stessa è passato. Di rese dei conti e di toni urlati l’Italia non ha bisogno proprio perché se il Governo è debole, la situazione del paese è drammatica.
Fra poco inizierà comunque una nuova fase. Lavoriamo affinché sia possibile contribuire a un rinnovamento vero e profondo in tanti settori della nostra vita civile e politica.
Passiamo dalla cultura dell’ “anti” a quella del “post”.Perché in mezzo a tante notizie negative c’è un dato straordinariamente positivo. È in atto un
potente risveglio della società italiana. Le donne, i giovani, le associazioni cattoliche, il volontariato, le migliaia di liste civiche che sono già nate in tutta Italia.
C’è grande voglia di impegnarsi. Facciamo in modo che queste energie costruttive non si disperdano.
Nella seconda Repubblica i partiti, di destra, di sinistra e di centro hanno spesso
strumentalmente cercato di abbracciare pezzi della società per controllarne e diluirne le spinte al cambiamento. Mille volte abbiamo sentito, e ancora sentiamo, politici sulla scena da tanti anni ripetere che vogliono
“aprire i partiti alla società civile”.
Domandiamoci allora:
quante volte questa “apertura” ha determinato un rinnovamento vero e profondo dell’offerta politica? Voglio sperare che nessun esponente serio della classe dirigente economica del paese si presti a fare da paravento per operazioni di finto rinnovamento.
Questa volta deve accadere l’opposto. Se le tante eccellenze civiche riusciranno a mettersi assieme e a darsi fondamenta solide, allora poi potranno dialogare in maniera paritetica con la parte sana della politica. Una sfida molto più complessa, difficile e profonda di una discesa in campo individuale.In tutti gli schieramenti esistono
persone di qualità che hanno ben chiara la situazione, e sono
consapevoli dell’urgenza e della direzione dello sforzo ricostruttivo e costituente che va messo in campo. Persone che, soprattutto nei due principali partiti di maggioranza e di opposizione, stanno cercando di far emergere
messaggi di ragionevolezza e pragmatismo. Dobbiamo aiutare queste persone, dargli coraggio, convincerle che i cittadini non fanno di tutta l’erba un fascio, ma sono al contrario
capaci di distinguere il buono che c’è nella politica italiana.
A queste persone, così come a tutte le forze che condividono una visione del paese, Italia Futura guarda con grande attenzione e senza pregiudizi. Il lavoro da fare è immenso, e le condizioni dell’Italia non consentono a nessuno di anteporre ambizioni personali o velleità di autosufficienza al bene comune.
L’Italia non ha bisogno di "partiti dei padroni", né di altre alchimie tecnocratiche o elitarie ma di un grande movimento popolare, trasversale a tutte le componenti della società.Chi deve scendere in campo è l'Italia, con le sue mille eccellenze, e soprattutto i tanti giovani che possono determinare con il loro impegno diretto il proprio futuro.
Per quanto mi riguarda questo è l’unico Governo dei migliori di cui vale la pena parlare.
Penso ai Presidi e agli insegnanti di
scuola che continuano a far funzionare i propri istituti nonostante i tagli. Penso alle
ricercatrici che vincono i premi in tutto il mondo e che sono obbligate a vivere in un altro paese.
Penso a chi opera nelle
forze dell’ordine e non riesce a farsi pagare gli straordinari, o ai
sindaci delle città che mantengono, nonostante tutto, un livello decoroso di servizi per i cittadini. Penso agli
artigiani, ai
medici, ai
militari, a tutti coloro che si misurano con i problemi concreti e con la sfida quotidiana del cambiamento.
E penso anche ai
politici moderati e riformisti dei diversi schieramenti, che oggi sono spesso
isolati e delusi.
Questo è il movimento di cui l’Italia ha necessità, queste sono le persone che devono mettersi insieme. Mai come in questo momento, e in questo paese, la squadra è molto, ma molto più importante del singolo. Abbiamo perso tutte e tre le grandi sfide della seconda repubblica.
La
rivoluzione liberale, che doveva riequilibrare il rapporto tra Stato e cittadini, è naufragata in un
ribellismo di Governo che ha indebolito le istituzioni, aumentato la presenza del pubblico in tutti i settori, diminuito gli spazi di libertà e di concorrenza.
Il
cammino dell'opposizione verso un approdo riformista rischia di incagliarsi tra populismo e giustizialismo.
La
battaglia della Lega per avvicinare le istituzioni ai cittadini ha moltiplicato invece
sprechi e inefficienze.
E quando sento parlare di secessione o vedo una parte della leadership della Lega esprimersi con gesti da trivio, capisco quanto deve essere profonda la delusione di tante persone perbene che in buona fede hanno creduto in loro.
Dalla seconda Repubblica ereditiamo uno Stato debilitato ma pervasivo, mentre avremmo bisogno di uno Stato fortissimo, ripeto fortissimo, in un alveo più ristretto. Giustizia, welfare, scuola, difesa, sicurezza, queste sono le funzioni fondamentali dello Stato su cui vanno reindirizzate le risorse pubbliche.
Riequilibrare il rapporto tra Stato e cittadini, ristabilendo un legame di fiducia e un senso di comunità, rimane la sfida centrale dei prossimi anni.
Le tasse, il conflitto tra politica e società civile, lo scontro tra istituzioni e poteri dello Stato, la paralisi decisionale, le divisioni interne alla società, la corruzione e il malaffare: tutte le principali anomalie del nostro paese derivano da questo problema. È una questione che ci portiamo dietro da tanti anni. Questo è il nocciolo dell’infinita transizione italiana che è arrivato il tempo di chiudere.
Un rapporto sempre conflittuale che ha visto prevalere ora l’uno ora l’altro, senza che mai, ad eccezione del primo dopoguerra, si raggiungesse un equilibrio di reciproca soddisfazione. Per questo serve un progetto di ampio respiro, popolare e liberale, che recuperi lo spirito di quegli anni e che abbia come pilastri crescita e solidarietà. In questa direzione possono essere messi in campo
provvedimenti immediatamente operativi. Proprio per questo
Italia Futura ha fatto proposte concrete, offrendole al
Parlamento sotto forma di
emendamenti alla manovra, nella convinzione che
è tempo di far ritornare il dibattito alto sul paese, nei luoghi ai quali istituzionalmente dovrebbe appartenere.
Non è possibile che le sedute della Camera diventino d’interesse pubblico solo quando si discute di
mandati di arresto e autorizzazioni a procedere.
Abbiamo proposto
“uguaglianza per tutti i giovani davanti al lavoro”:
occupazione a tempo indeterminato per tutti i nuovi assunti. Dobbiamo dare piena protezione contro le discriminazioni e contro i licenziamenti disciplinari ingiustificati, ma nessuna inamovibilità per motivi economici e organizzativi. Si eliminerebbe così la necessità di rincorrere quei
rinnovi continui che rappresentano una
“spada di Damocle” umiliante per il lavoratore, senza rischiare impatti negativi sulla già drammatica situazione dell’occupazione giovanile, che un irrigidimento eccessivo del mercato del lavoro provocherebbe. Abbiamo proposto poi di varare
strumenti di welfare attivo a supporto dei nuovi contratti, finanziati dall’
aumento di un anno dell’età pensionabile per chi ha già un contratto a tempo indeterminato con una protezione più ampia.
Abbiamo proposto una “
patrimoniale per lo Stato”:
dismettere il patrimonio pubblico è un atto dovuto nei confronti dei tanti italiani che sperimentano oggi la serietà della crisi. Spetta allo Stato fare l’80%. Dopo, solo dopo, si potranno chiedere nuovi sacrifici ai cittadini, cominciando da quelli più fortunati.
Abbiamo proposto un
“contributo di solidarietà” che riguardasse in primo luogo la politica: intervenendo sui flussi di spesa più direttamente attinenti le istituzioni,
sopprimendo le province, non limitandosi ad accorparne alcune, intervenendo decisamente su organi costituzionali come il
Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e su enti locali sui generis come le
Camere di Commercio.
Abbiamo proposto una “
imposta sulle grandi fortune”, nella convinzione che
chi ha di più deve dare di più, per accelerare il percorso verso il
pareggio di bilancio, da destinarsi dal 2014 a
finanziare – su base strettamente competitiva – i settori dell’
istruzione, della
ricerca e della
tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.
Abbiamo chiesto che
si vincolino i futuri proventi della lotta all’evasione alla riduzione strutturale della pressione fiscale.
Italia Futura ha le idee molto chiare su quello che si deve fare immediatamente per rimettere in moto l’Italia.Abbassare la pressione fiscale complessiva sarà un processo lungo e difficile, ma ridistribuire il carico fiscale è un passo fondamentale e immediatamente attuabile. Non possiamo continuare ad avere un
fisco che pesa in maniera insopportabile sul lavoro e sulla produzione, privilegiando rendite e patrimoni. Se incentiviamo lo spostamento della ricchezza verso i beni che non creano lavoro e sviluppo, ad un certo punto l’economia si ferma e gli stessi patrimoni perdono valore. In parole semplici, se nessuno è più in grado di comprare case perché il paese non cresce, alla fine anche il valore degli immobili inevitabilmente diminuisce.
È un fatto assodato che non è tanto la pressione fiscale complessiva
a determinare la competitività di un paese quanto
il livello di tassazione sui produttori. I paesi scandinavi, che hanno scelto un modello di welfare esteso e che hanno una pressione fiscale complessiva vicina alla nostra, crescono di più anche perché mantengono, a un livello contenuto, le tasse su chi produce.
In Italia la questione del fisco è diventata invece il terreno di uno scontro ideologico. Da un lato il centrodestra usa la retorica della ricchezza privata degli italiani come scusa per non affrontare il problema della crescita. Dall’altro la sinistra pensa di tassare la ricchezza, non per rimettere in moto l’economia, ma per finanziare una presenza ancora troppo estesa e inefficiente del settore pubblico.
Ancora una volta si contrappongono due visioni ideologiche e sorpassate del rapporto tra Stato e cittadino: da un lato un iper-individualismo che finisce per danneggiare l’economia reale, dall’altro un neostatalismo che genera sprechi e inefficienze.Nessuna maledizione condanna l’Italia al declino. La stessa
globalizzazione sta rapidamente trasformando decine di milioni di persone all’anno in potenziali consumatori di prodotti e di cultura italiani. Stiamo oggi affrontando la fase più dura di questo processo epocale: la
concorrenza sul versante della produzione. Ma in pochi anni il rapporto tra produzione e consumo si invertirà nella maggior parte dei grandi mercati internazionali, schiudendo incredibili possibilità per il nostro paese.
Dobbiamo arrivare però a quell’appuntamento in buona salute, investendo sui nostri due elementi di forza: la cultura e l’industria. Ci saranno ancora sacrifici da fare, e sarà fondamentale distribuirli in maniera equa senza colpire le fasce più deboli, ma non c’è nessuna ragione per cedere allo scoraggiamento.
Dobbiamo mettere poi in atto un gigantesco piano di rilancio dell’immagine internazionale dell’Italia. Restituendo dignità alla nostra identità unica e straordinaria. Non è vero, come sento dire spesso da qualche politico che non ha mai messo piede fuori dall’Italia, che c’è una congiura internazionale per delegittimarci. Al contrario
c’è fame di Italia nel mondo. Di un’Italia molto diversa da quella che quotidianamente troviamo purtroppo sulle pagine dei giornali stranieri.
Le condizioni per un cambiamento vero ci sono, perché si è fatta strada nel paese la consapevolezza che, questa volta, si vince o si perde tutti insieme. Le vie di fuga individuali non sono più praticabili.
Se cade il paese cadrà il nord con il sud, gli imprenditori con i lavoratori, gli impiegati e i lavoratori autonomi, gli elettori di destra e di sinistra, gli uomini e le donne.
Abbiamo finalmente capito che le differenze che credevamo, fino a ieri, inconciliabili, sono oggi molto meno importanti. La crisi ci obbliga a tornare comunità. Per questo il cambiamento è davvero possibile.Il presidente
Napolitano ci ha ricordato che
la “politica siamo noi”, una cosa che avevamo dimenticato per troppi anni. Un alibi che ha consentito a molti di ritrarsi nel proprio “particulare”, illudendosi che tutti i mali del paese fossero rinchiusi altrove.
È tempo di abbandonare questa illusione, mettendo da parte ogni atteggiamento di arroganza e pretesa di superiorità morale o professionale. Ciascuno di noi deve rendersi disponibile, per quello che sentirà di poter o di dover fare, a partecipare al
lavoro di ricostruzione, lungo e difficile, che sta per iniziare.
Italia Futura certamente già lo è.