La nota stampa che ha accompagnato l’aggiornamento del Documento Economico Finanziario 2011 – 2014, presentato in occasione del Consiglio dei Ministri dello scorso giovedì 22 settembre, ha messo in evidenza i seguenti dati di pressione fiscale attesa: 42,7% per il corrente anno 2011; 43,8% per il 2012, 43,9% per il 2013 e 43,7% per il 2014.
Percentuali di tutto “rispetto”, se si considera che
il precedente record di pressione fiscale di questo Paese risale al 43,67% del 1997 (anno dell’Eurotassa) e che soltanto un’altra volta, per la precisione nel 2007, la soglia del 43% è stata di poco superata (43,05%).
Ciò non di meno, percentuali che, se non altro, scongiurerebbero
il temuto superamento di una soglia mai in precedenza neppure avvicinata, quella del 44%, alla faccia delle molte Cassandre,
noi compresi, che, dati alla mano, lo avevano già dato per certo nel mese di agosto.
In realtà, dopo questa lunga estate di manovre e aggravi di tassazione, arriva la conferma che
la pressione fiscale attesa supererà per la prima volta nella storia del Paese il 44% e lo farà già a partire dal 2012.
Per la precisione:
44,07% sul 2012, 44,84% sul 2013 e 44,83% sul 2014.
A confermarlo, sia ben chiaro, questa volta non è l’ennesima elaborazione di qualche centro studi privato o di categoria, ma proprio
il Documento Economico Finanziario presentato dal Governo.
Basta infatti approfondire la lettura delle 26 pagine del DEF, anziché fermarsi alla sintetica e, per questo, più attraente nota stampa che lo accompagna, per rendersi conto che
i dati di pressione fiscale attesa messi in evidenza per il 2012, 2013 e 2014 sono calcolati al netto delle maggiori entrate che dovranno essere assicurate dal taglio delle agevolazioni fiscali, oppure dal ridisegno complessivo del sistema fiscale, nel caso in cui si riesca a pervenire a una sua riforma organica entro la fine del 2012.
Cosa significa “calcolati al netto”?
Significa che
i 4 miliardi già messi in bilancio per il 2012, che salgono a 16 miliardi per il 2013 e arrivano a 20 miliardi a partire dal 2014, vengono evidenziati “a parte”, come se non rappresentassero maggiori entrate da prelevare dalle famose tasche dei cittadini al pari di tutte le altre.
Forse perché si tratta di maggiori entrate ancora del tutto indefinite nella scelta dei sacrifici che le dovranno produrre?
Sul fatto che si tratti, allo stato attuale, di meri numeri su carta, non ci piove.
E che numeri: sul 2014, con 20 miliardi su 60,
stiamo parlando di un terzo della manovra che, nella sostanza, è ancora tutto da scrivere e da soffrire.
Se però, nel Documento Economico Finanziario, il governo considera quei 4, poi 16 e infine 20 miliardi come buoni ai fini dei calcoli che evidenziano il raggiungimento del pareggio di bilancio già sul 2013,
diviene scarsamente giustificabile la scelta di enuclearli ed indicarli a parte, in quel medesimo Documento Economico Finanziario, rispetto ai calcoli che quantificano la pressione fiscale attesa negli anni successivi.
O ci saranno, e
non esiste allora una pressione fiscale “al netto” ben evidenziata e una “al lordo” da tenere accortamente sottotraccia; o non ci saranno, e
non esiste allora che li si consideri ai fini del raggiungimento del pareggio di bilancio.
Eventualmente, se proprio si dovesse ragionare in termini prudenziali, come per altro sempre bisognerebbe fare in sede di redazione di un bilancio pubblico o privato, potrebbe semmai avere senso, in ragione della loro attuale indeterminatezza assoluta,
evidenziarli a parte proprio rispetto al raggiungimento dell’obiettivo del pareggio di bilancio.
Diversamente, l’unica cosa che si ottiene è dare luogo a
una creativa versione macroeconomica di un desiderio comune, ma non per questo meno impossibile e illusorio: la botte piena e la moglie ubriaca.
Sarebbe davvero meglio evitare, perché, sulle illusioni,
questo Paese ha già indugiato anche troppo.