La presentazione di IF Toscana
Inaugurata la sede a Firenze
di
Italia Futura Toscana ,
pubblicato il 29 settembre 2011
Per “ritrovare la voglia di guardare avanti; chiamare a raccolta tutte le energie positive del paese che non vogliono arrendersi a questo immobilismo e pensare insieme a nuovi modi, idee e proposte per rimetterci in moto. Non è semplice intervenire sui meccanismi che stanno all’origine della paralisi della società italiana, ma non è possibile arrendersi” (Italia Futura, 29 giugno 2009).
Siamo un gruppo di cittadini innamorati della Toscana, di quell’armonia tra cultura, arte, paesaggio e lavoro che rendono la nostra terra culla della civiltà occidentale e patrimonio universale.
Consapevoli della responsabilità che consegue dal privilegio di vivere in questo luogo unico vogliamo portare un nostro contributo, civile prima che politico, convinti che le gravi difficoltà che il paese sta attraversando richiedano l’impegno dell’intera nazione, delle classi dirigenti e dei comuni cittadini a partire dalla propria storia, tradizione e cultura. Spesso si imputa alla politica, alle istituzioni, al legislatore responsabilità che travalicano le sue possibilità; spesso i suoi atti sono il risultato di profonde trasformazioni che avvengono nel corpo sociale. Ognuno di noi può e deve opporsi, reagire al rimpicciolimento, all’impotenza e allo svilimento della sfera pubblica, c’è bisogno di un impegno prima di tutto individuale per una politica fondata sulla coscienza, sulla responsabilità personale e sul rispetto dell’etica pubblica. Anche a costo di impiegare un investimento maggiore di risorse - il dialogo richiede tempo e disponibilità - è’ necessario ritornare ad una politica discussa, dove l’impiego delle nuove tecnologie e di presunte rivoluzionarie formule elettorali – si veda la presente legge elettorale regionale - non siano una scusa per escludere il confronto reale e consegnare le decisioni sulla polis a circoli ristretti. Ma niente può essere raggiunto se non partiamo da un cambiamento di mentalità: se vogliamo creare una base solida per il nostro impegno c’è bisogno di “uomini che come bravi tessitori usino un ordito solido e una trama morbida per fare rete" (Platone), perché il primo nostro compito è ridare credibilità alla politica. E se vogliamo essere efficaci, c’è bisogno di non scordare la lezione di Luigi Einaudi: la consapevolezza della realtà come base dell’agire politico, conoscere per deliberare.
In un mondo sempre più piccolo, in un periodo segnato da una profonda crisi economica internazionale che sta riducendo anche le sovranità dei singoli stati, l’identità locale è la forza di una comunità, fondamenta di ogni possibile slancio globale.La nostra società ha sempre avuto al centro l’uomo come persona, senso che si manifesta in ogni attività, senza distinzione di valore, e in ogni ambito, pubblico o privato che sia.
La famiglia, il primo istituto civile, elemento immediato di congiunzione tra la società e l’individuo, oggi in Toscana soffre di una crisi profonda. La nostra regione è una delle più vecchie del paese e rischia un processo di denatalità sempre più forte. “Dopo la Liguria, ha la popolazione più anziana del resto d’Italia (45 anni l’età media contro i 43 dell’Italia e i 47 della Liguria) e, con un valore di 184,1, è infatti la terza regione per indice di vecchiaia: ogni 100 under 14 ci sono 184 over 65”. La Toscana ha inoltre un altro non invidiabile primato nazionale, ogni 100 attivi ci sono ben 56 persone che dipendono da loro (paper Confindustria).
Al di là di giudizi dai toni morali, una società con sempre meno giovani è una società senza entusiasmo, senza progetti per il futuro, con sempre più soldi da investire in pensioni. La Toscana vive una vera e propria crisi dell’istituto familiare; senza una ripresa della nascite, rischia di diventare una terra di ricordi non in grado di tener testa alle sfide che la modernità incalzante ci pone. E’ necessaria perciò una politica regionale che veda nel sostegno alle famiglie il cardine di un’azione culturale e politica di lungo periodo; dobbiamo investire in questo istituto fondamentale se vogliamo una società sana e una stabile crescita economica. La famiglia e la scuola rappresentano infatti i primi istituti civili di socializzazione della persona; nessuna politica seriamente riformista può dimenticarsi di questa primaria funzione educativa limitandosi ad azioni meramente tecniche ed operative. L’ intervento pubblico, se basato sui principi dell’economia sociale e della sussidiarietà può essere in grado di aiutare a cambiare direzione, ad operare trasformazioni sociali peraltro profonde. Uno degli elementi centrali per questa rivoluzione di mentalità riguarda, nonostante la crisi economica, il sistema di prelievo fiscale che veda nella famiglia il primo istituto del welfare, da difendere e sostenere. La prima riforma consiste nel lanciare una sfida culturale su temi che di solito una politica basata sulle rivendicazioni, sull’ideologia dell’estensione dei diritti individuali in modo illimitato, concentrata com’è sui particolarismi, nemmeno considera.
L’economia sociale di mercato, la sussidiarietà orizzontale e verticale, il senso di responsabilità sono la bussola di riferimento per ogni riforma sociale che non voglia peccare degli ormai noti mali dovuti alle teorie politiche stataliste del Novecento a cui si deve anche il penoso stato del debito pubblico. Il nuovo federalismo, pur nella sua timidezza, va in questa direzione; deve essere perciò incoraggiato e sostenuto senza però che l’ente regionale, potenziato di nuove funzioni, utilizzi questi maggiori compiti per aumentare la burocrazia e il peso dell’interventismo centralizzato. Adesso non basta più semplificare gli enti pubblici, ma è necessaria una vera e propria catarsi istituzionale e legislativa che abbia come fine la riduzione drastica del loro peso. Noi crediamo infatti che le istituzioni possano e debbano trarre sempre maggiore forza solo se permettono alla vita civile associata di svilupparsi e prosperare, tanto più che il settore pubblico, davanti a sempre maggiori e diversificate esigenze delle persone, non è in grado di farvi fronte anche a causa dell’insostenibilità dell’attuale impegno economico e finanziario che rispecchia il fallimento delle politiche interventiste risultato del rapporto che si era andato costruendo nel Novecento tra democrazia, stato e mercato. Adesso si tratta di “democratizzare la democrazia”, secondo l’espressione coniata da Antony Giddens, certo a partire dal basso, ma rivalutando forme di sovranità personale a iniziare dalla spesa pubblica.
La globalizzazione ha molti aspetti, uno dei fenomeni più evidenti è rappresentato dalla concorrenza con aree fino ad ora remote con la conseguenza di chiusura di fabbriche, dolorosi licenziamenti e delocalizzazione della produzioni alla ricerca di mano d’opera a costi inferiori. Ma una delle ricchezze della Toscana sta da sempre nell’imprenditoria diffusa, nell’eccellenza dell’artigianato, nella manifattura e nel lavoro qualificato. La storia dei distretti industriali, delle reti locali di imprese manifatturiere e di laboratori è stata alla base del successo del “made in Italy”; la competitività del sistema toscano è infatti dovuta alle competenze artigiane, intese come il risultato di capacità professionale, creatività, visione complessiva del processo produttivo, conoscenze ben radicate in “comunità di pratiche socialmente riconosciute” (Stefano Miceli, Futuro Artigiano). Non si può per mal celato modernismo pensare un’economia completamente terziarizzata, di servizi, omologando la nostra terra ai trend più superficiali della modernità. Ogni territorio, ogni economia ha la sua storia e vocazione produttiva, non si tratta né di nostalgie del passato, né di difesa di nicchie alternative. In un epoca contraddistinta dalla dematerializzazione del lavoro, dove la simbolizzazione ha preso il sopravvento sulla realtà, è necessario che il lavoro materiale riprenda il suo ruolo non inseguendo il passato ma in una tensione positiva con l’innovazione – si pensi alle reti telematiche - rimettendo al centro della società l’ ”homo faber”.
Una finanziarizzazione dell’economia ha significato anche un allontanamento dalla produzione, un dimenticarsi del valore primario della terra. Agricoltura, artigianato, manifattura qualificata, arte hanno prodotto nei secoli uno stile di vita integrato appieno nel paesaggio, elementi che tutto il mondo ci invidia. Non dobbiamo però dimenticarci che il “bello” è sinonimo di misura, senso del limite, frutto di lavoro, innovazione, fantasia e cultura intesi come attaccamento alla propria terra e legata in modo indissolubile ad una tradizione con al centro l’Umanesimo. L’agricoltura toscana è un’attività dalle molte sfaccettature, ma non deve scordarsi del suo ruolo primario, la produzione di beni alimentari, in modo da saper stare al passo dei tempi diversificando le sue attività e specializzandole, riuscendo a integrarsi con gli altri settori e comparti produttivi quali il turismo, le energie - alternative, l’artigianato.
Per innovare la nostra storia, c’è bisogno di formazione. La scuola occupa un ruolo centrale nello sviluppo delle specificità regionali, nel rapporto tra sviluppo economico e cultura. Il sistema educativo italiano vive da decenni in uno stato di crisi definito da alcuni correttamente come “emergenza educativa” a causa di un malinteso egualitarismo, che ha significato un abbassamento drastico dei livelli di qualità a danno dei ceti meno abbienti e in balia di ogni moda consumistica. Una delle causa-effetto di questa massificazione dell’ignoranza risiede nella svalutazione culturale del lavoro manuale con la conseguente riduzione a meno che zero dei percorsi scolastici di questo tipo finendo per svilire le scuole professionali e gli Istituti Tecnici, un tempo ben integrati nell’economia locale. Le nuove leggi sull’apprendistato hanno rappresentato una svolta importante, ma ancora molto resta da fare anche introducendo riforme a costo zero che favoriscano sempre di più un rapporto virtuoso tra mondo del lavoro e formazione.
La Toscana, per riprendere le parole dell’accorato appello dello scrittore della nostra terra Edoardo Nesi, ha bisogno di un’economia vera, di un occupazione stabile, di una crescita reale e non basata su numeri virtuali. La Toscana ha bisogno di imprenditori, di giovani imprenditori che sappiano stare nel mercato globalizzato realizzando prodotti ad alto valore aggiunto culturale e tecnologico, beni non duplicabili a basso prezzo da paesi lontani che impiegano mano d’opera sottopagata magari violando i diritti sociali e addirittura umani. E’ necessario che l’artigianato delle mani si unisca ad un artigianato del pensiero; dobbiamo creare, incentivare e sostenere aziende “che sappiano vendere cultura ispirandosi all’unico punto di forza che ci viene universalmente riconosciuto e discende direttamente dal Rinascimento, quel patrimonio di eccellenza e gusto e sapienza e creatività ed eleganza e saper vivere” che tutto il mondo ci invidia. In una parola, bisogna creare aziende tese a creare il nuovo.
Abbiamo bisogno di politiche pubbliche che favoriscano il lavoro, l’innovazione, l’imprenditoria, che aiutino il finanziamento di idee e non di nuove IRI regionali; le famiglie della Toscana hanno bisogno di reali interventi a loro favore, che premino questo istituto secondo i principi di un nuovo welfare, si pensi all’introduzione del “quoziente familiare”, perché uno dei nodi centrali dei mali che affliggono l’Italia è rappresentato non solo dall’entità, ma dalla struttura della spesa pubblica sicuri che interventi anticrisi non debbano ispirarsi a politiche depressive, né gravare sulle spalle dei cittadini: la giustizia distributiva deve essere al centro di ogni manovra economica. Per questo Italia Futura Toscana ha deciso di aderire all’appello lanciato da Paolo Panerai direttore di Milano Finanza “Per l’Italia e gli Italiani. Metti in salvo il paese”.
Obiettivi ambiziosi, ma solo riscoprendo la politica come discussione pubblica del realtà e non solo del consenso occasionale possiamo sperare che l’Italia possa superare questa crisi che ormai sembra coinvolgere ogni ambito della convivenza.
Per questo, vogliamo costruire un’associazione dove sia possibile iniziare a dare delle risposte concrete a queste esigenze e a costruire un movimento che si ricolleghi a quella tradizione liberale riformista e popolare sapendosi ispirare ai principi della solidarietà e della sussidiarietà.