Non saremo certo noi i primi a scoprirlo, ma c’è qualcosa che non funziona nel rapporto tra la borghesia italiana e il potere politico. Qualcosa che ha a che fare con
le responsabilità che derivano dall’essere classe dirigente, e dunque con
il dovere di dire verità anche rischiose prima che diventino affermazioni scontate e di senso comune. Perché chi ha il merito e il privilegio di rappresentare l’Italia che produce dovrebbe anche avere anche l’onere di incalzare il potere politico sui suoi risultati e sulle sue manchevolezze quando è più difficile farlo. E quindi
quando quel potere è forte e potenzialmente vendicativo, ma proprio quando la pressione della società civile e produttiva può ancora indurlo a correggere la rotta a beneficio del paese.
Questa associazione è nata, ormai due anni fa, dichiarando un obiettivo molto semplice:
incalzare la politica, di destra e di sinistra, sui risultati concreti e sulla coerenza tra gli annunci e i comportamenti guardando soprattutto all’Italia di domani. Ma questo accadeva per l’appunto due anni fa,
quando il berlusconismo era ben saldo sulle proprie gambe. A quel governo Berlusconi, nel momento della sua massima solidità, abbiamo riservato critiche severe ma mai pregiudiziali. Con
alcuni editoriali di notevole impatto sul dibattito pubblico (di cui riportiamo in basso una breve selezione) dichiarammo che
la rivoluzione liberale annunciata dal Cavaliere era fallita e con essa il progetto politico di Berlusconi; che il Ministro dell’Economia perseguiva con ostinazione e presunzione
una politica economica che poco o nulla aveva a che fare con un programma liberista orientato alla crescita e alla libera concorrenza; che era dovere di chiunque avesse a cuore le sorti dell’Italia, e non solo dei politici di professione,
prendere la parola su questi temi.
In più di una occasione siamo stati
bacchettati sulle dita, incoraggiati a sedere più composti, invitati a tornare a “fare il nostro mestiere” senza che
mai la politica ritenesse di entrare nel merito delle nostre proposte. Oggi non possiamo che rallegrarci che le critiche che erano state anche nostre vengano tanto ampiamente condivise da più parti, con
accenti persino più ultimativi e perentori di quelli che siamo soliti utilizzare nei nostri commenti. Siamo lieti ma non per questo meno preoccupati. Perché nel finale di partita del berlusconismo e di questa fallimentare seconda repubblica c’è
un riflesso antico e poco rassicurante delle classi dirigenti italiane. Quella corsa ad infierire sul cadavere, quel mostrarsi forti con i deboli dopo essere stati deboli con i forti, quel precipitarsi ad occupare un posto in prima fila davanti al patibolo che rappresenta la parte meno nobile della nostra storia recente e meno recente.
È accaduto ad esempio nel 1992-1993, quando classi dirigenti che avevano ampiamente partecipato allo sfascio dei conti pubblici si mostrarono nel giro di poche ore fierissime avversarie di equilibri politici che stavano ormai rovinosamente crollando.
Qualcosa di simile sta accadendo in queste settimane. Ma sappiamo tutti che le anomalie del berlusconismo e della sua politica economica non si sono manifestate improvvisamente nel giro di pochi giorni.
Erano più che evidenti già ventiquattro mesi fa, eppure nessuna mano si levò allora dalle rappresentanze dei ceti produttivi per richiamare l’esecutivo e le forze della maggioranza ai loro doveri. La voce dei principali soggetti della nostra economia (le fondazioni bancarie, i banchieri di mercato e di sistema, i grandi industriali, le associazioni di rappresentanza) e persino della società civile è rimasta troppo a lungo
prigioniera di un assordante silenzio mentre gli indicatori sociali ed economici del paese e l’arroganza dei comportamenti della politica superavano, tutti i giorni e parallelamente, ogni livello di guardia.
Il risveglio della borghesia italiana è brusco, salutare ma ancora parziale. Perché non servirà a molto se non sarà accompagnato da
una trasparente assunzione di responsabilità sulle parole che non sono state dette quando era il momento di farlo. Non servirà alcun rito di espiazione, ma l’onesta consapevolezza di aver taciuto troppo a lungo di fronte ai troppi fallimenti della seconda repubblica. E di aver contribuito anche in questo modo ad alimentare
il cinico disincanto che avvelena lo spirito pubblico di questo paese, dove la grandissima maggioranza di italiani ignoti che si danno da fare con abnegazione assiste ogni giorno alla fuga dalla responsabilità di classi dirigenti politiche e non politiche che sembrano appena sbarcate sulla terra da un altro pianeta.
Perché berlusconismo e antiberlusconismo hanno fallito alla prova delle riforme che avevano promesso al paese
ormai vent’anni fa. Hanno fallito nel promuovere la rivoluzione liberale, scomparsa nelle nebbie del conservatorismo più tradizionale. Hanno fallito nel realizzare l’autonomismo dei cittadini e dei produttori che avrebbe dovuto segnare l’esperienza di governo della Lega. Hanno fallito nel promuovere concretamente quel riformismo solidale che avrebbe dovuto qualificare il centrosinistra, oggi tornato preda di massimalismi già disastrosi alla prova del governo. Dopo il triplice fallimento della seconda repubblica, il rischio che abbiamo di fronte è
una nuova stagione di populismi di destra e di sinistra che impedisca all’Italia di guardare avanti.
Per evitare il rischio della deriva populista c’è una sola strada: prendere atto della chiusura di un intero ciclo storico, che ha riguardato tanto il centrodestra quanto il centrosinistra, e che sarà superato solo attraverso
un’opera di ricostruzione nazionale che coinvolga le forze migliori della nazione e i riformismi di qualsiasi provenienza politico-culturale. Una ricostruzione che non sarà solo economica ma anche
civile e morale; che dovrà comprendere una dolorosa ma indispensabile
operazione verità sullo stato della nazione e sulle enormi sacche di sofferenza sociale; che dovrà finalmente tradursi in una nuova classe dirigente politica. Uno sforzo enorme a cui la borghesia italiana dovrà contribuire con le sue migliori forze e con massicce dosi di onestà intellettuale, che comprendano anche la capacità di mostrarsi responsabile verso quanto si è detto in passato. E anche verso quanto non si è riusciti a dire in tempo utile.
Leggi gli editoriali più significativi di Italia Futura-L'estremismo ideologico della Lega,
Carlo Calenda e Andrea Romano, 3 maggio 2010-L'Imperatore dei marziani,
E.I. Zamjatin, 31 maggio 2010-La delusione degli "italiani ignoti" e il fallimento della seconda repubblica,
Italia Futura, 12 agosto 2010-I fatti di chi produce e le parole (e gli insulti) di chi ha fallito,
Carlo Calenda e Andrea Romano, 26 settembre 2010-Il neostatalismo municipale della Lega (e di Tremonti) e la solitudine di chi lavora e produce,
Italia Futura, 10 gennaio 2011-La fine del patto con gli italiani,
Carlo Calenda, 5 aprile 2011