di Piero OstellinoL’asfittica manovra del governo, in senso liberale, introduceva un minimo di flessibilità nelle relazioni industriali. Hanno provveduto Confindustria e sindacati a spazzarla via con l’accordo che ripristina la dittatura del contratto collettivo in nome dell’ «autonomia delle parti sociali » che, di fatto, toglie la parola alla sola parte sociale che dovrebbe contare— i lavoratori — per (ri)consegnarla alle due corporazioni. La logica è sempre la stessa: i sussidi pubblici all’industria; la gestione delle relazioni industriali ai sindacati «consociati» con i padroni. Il che spiega perché nessuno riduca la spesa pubblica — aumentata, invece, di circa seicento miliardi dalla nascita del bipolarismo centrodestra- centrosinistra (1994) a riprova che, chiunque governi, la musica è sempre la stessa: come spillare altri soldi dalle tasche dei cittadini per farvi fronte — e perché di sviluppo e crescita manco parlarne.
Se ogni Paese ha la classe politica che si merita, la conclusione è che la confusione politica viene da lontano. La società civile — che, poi, vuol dire l’establishment, a tutti i livelli, e il «sentire comune» dell’uomo della strada — da noi, non è migliore della Casta politica, bensì ne è a fondamento. L’Italia non è sprofondata, all’improvviso, in un «vuoto politico», mentre l’intero Paese continuerebbe a progredire. È vero il contrario. È stato il «vuoto sociale» di una parte del Paese — che meglio sarebbe dire «culturale» —ad aver inabissato la democrazia in un vuoto politico.
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