Quanto ci costa la crisi finanziaria

Gli spread vanno fermati subito

di Fabio Scacciavillani e PierGiorgio Gawronski , pubblicato il 21 settembre 2011
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“L’aumento degli spread costerà caro, ma solo nel lungo termine, non c’è urgenza”, dicono. In realtà è possibile stimare con precisione i danni che la crisi finanziaria sta causando già adesso al bilancio dello Stato.

Limitiamo l’analisi all’asta dei BTP del 14 settembre scorso (BTP quinquennali + pochi BTP a scadenza 2018 e 2020). Lo Stato italiano ha raccolto circa 6,5 miliardi. Gli stessi titoli, emessi a metà Luglio, avrebbero fruttato allo Stato oltre 300 milioni in più. I fondi mancanti diventano 720 milioni se il confronto si fa con l’inizio d’anno (o il mese di giugno). E poiché fra gennaio e oggi i tassi tedeschi sono scesi moltissimo (sul Bund dal 2,95% all’1,8%), le cause di questo calo non sono riconducibili unicamente al flight to quality, ma anche alle attese negative sull’andamento dell’economia e delle entrate fiscali degli stati. I nostri tassi avrebbero perciò dovuto seguire al ribasso: in questo caso lo Stato avrebbe raccolto a settembre, con gli stessi titoli, 7,4 miliardi. Manca quasi un miliardo all’appello. E lasciamo stare l’impatto negativo sull’economia italiana e sulle entrate fiscali dell’aumento degli spread.

Dunque: un miliardo perso in una sola asta, in Settembre. 15 Euro a persona, 39 a famiglia, in un solo mese. Nei prossimi dodici mesi scadranno titoli per circa 300 miliardi; inoltre bisognerà finanziare il deficit. Se anche il trend estivo - negativo - s’interrompesse, e i tassi si stabilizzassero ai livelli attuali (ma il downgrading di S&P non incoraggia l’ottimismo), l’aggravio dei costi (rispetto a inizio 2011) sarebbe pari a 44 miliardi, il 2,4% del PIL, 1750 Euro per famiglia: un importo non lontano da quello della manovra (55 miliardi teorici).

È quanto paghiamo in più ai mercati per ottenere in cambio che essi si assumano il rischio crescente di prestarci altri soldi. Fino a quando?

Circola da luglio una stima dell’impatto della crisi sulla spesa per interessi in apparenza meno allarmante. “Un aumento di 100bp degli spread – o, per essere più precisi, dei tassi d’interesse sui BTP decennali - è pari a circa 13 miliardi l’anno, ma solo a regime”. E poiché la durata media dei titoli del debito pubblico è pari a sette anni, “ci vorrà tempo, prima che la crisi abbia un impatto serio sui nostri conti pubblici”. Quella stima è corretta, ma nasconde la gravità della situazione.

A parte le considerazioni ovvie sul servizio del debito a tassi variabili (che cambia velocemente), l’abbreviamento delle scadenze (già in atto), e la probabile recessione in arrivo (aumenterà il deficit da finanziare), ci sono due modi di calcolare l’impatto della crisi finanziaria. Di fronte all’aumento dei rendimenti richiesti dal mercato, lo Stato può: (A) A parità di valore facciale (100) e di prezzo di emissione (100), aumentare le cedole (p.es. da 5 a 6), spalmando su più anni l’aggravio di costo del debito. (B) Oppure può vendere sottocosto (p.es. a 95) obbligazioni con cedole (5) e valore facciale (100) invariati. Questo secondo modo, del tutto analogo sul piano sostanziale, evidenzia però subito il maggior costo; la prima modalità lo nasconde, ma è possibile, con poche operazioni, evincere il vero costo.

Non è solo l’aggravio del servizio del debito annuale che dovrebbe preoccupare, ma anche l’impatto sul valore dei titoli, che mina la solidità patrimoniale delle banche, e la loro capacità di assorbire altri titoli.

In conclusione, i costi della crisi finanziaria dello Stato italiano si stanno già adesso scaricando sul bilancio pubblico, irreversibilmente, per il futuro. Inoltre, ogni asta come quella del 14 settembre rende meno credibile la sostenibilità del debito italiano, e genera un nuovo calo della fiducia. Sbagliano i politici - europei o italiani - a prendere tempo, a pensare di sopravvivere. La situazione è profondamente instabile. Dobbiamo rompere l’atmosfera nichilista che avvolge il paese. Dobbiamo reagire ora: e non fermarci, fino a che gli spread non siano tornati sotto a 200bp.


Dopo aver lavorato presso il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e il Dubai International Financial Center, Fabio Scacciavillani è oggi Chief Economist e membro dell’Investment Committee dell’Oman Investment Fund, un istituto che non ha interessi in Italia e non detiene titoli pubblici di paesi membri dell'Eurozona.

Economista internazionale e esperto di politiche economiche, PierGiorgio Gawronski ha lavorato per diverse organizzazioni internazionali, come l’OCSE e la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo, e O.N.G impegnate nel volontariato internazionale.



tag:  crisi   spread   interessi   btp   bund   titoli di stato   mercato obbligazionario   costi  


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#5 da A.I. , inviato il 1/10/2011
A mio avviso, il vero nodo, come incisivamente sottolineato dagli Autori dell'editoriale, è la sostenibilià futura, e per le generazioni a venire. ossia, in altri termini, la risposta al quesito se l’Italia possa permettersi di conservare lo status quo nel lungo periodo. l’Italia è unodei pochi paesi in cui ci si attende già nei prossimi dieci anni una contrazione della popolazione in età da lavoro (20-65 anni) stimata intorno allo 0,3 per cento annualizzato (dati della banca mondiale) Quindi, nel 2020 in Italia ci potrebbe essere circa un milione di potenziali lavoratori in meno (: si tratta peraltro di elaborazioni basate sulle proiezioni della Banca Mondiale, che incorporano aspettative sul mantenimento di un consistente flusso migratorio. I risultati potrebbero essere ancora più negativi se questo dovesse rallentare a seguito di politiche restrittive, o permancanza di opportunità di lavoro). Se si estende l’analisi al 2050, ovviamente con maggiore incertezza, le proiezioni si attendono una contrazione della popolazione italiana talmente grande che nemmeno l’estensione della vita lavorativa a 74 ANNI potrà mantenere la crescita della popolazione in età da lavoro in territorio positivo.Se l'Italia non contrasterà le pressioni demografiche agendo sugli altri fattori alla base della crescita economica di lungo periodo, potrebbe essere destinata a un avvenire, non di crescita scarsa, ma di crescita SOTTO LO ZERO (con i correlati problemi circa la generazionedi cash-flow sufficiente a servizio del debito...). è indispensabile crescere, favorendol’internazionalizzazione del sistema-paese, e, per le aziende, coniugare il modello della piccola e media impresa e dei distretti, in passato vincente, con un maggior coordinamento della distribuzione nei mercati mondiali e con un impegno verso ricerca e nell’innovazione, eventualmente conl'ausilio di venture capitalists. (:ossia, evitare l'auto-isolamento, autoindotto dall'inesorabile e progressivo degradarsi dei parametriqualitativi ed aprirsi all'estero!) CIò consentirebbe anche di arginare il basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro, non solo delle donne, ma anche tra i giovani. URGONO politiche economiche ed educative per indurre sostanziali cambiamenti culturali e di costume (Leggasi MERITOCRAZIA!) ed abbandonare stereotipati, o archetipici, modelli..pletoricoassistenzialistimedioevalburocratesi, italici. è condivisibile quanto scritto dall'Autore del commento n. 1, però l’Italia muove da una posizione svantaggiatissima rispetto ad altri paesi più giovani, quali, ad esempio,Stati Uniti, Regno Unito, India, o Brasile, pur con gli innegabili, ed evidenti, problemi economici congiunturali, di sostenibilità economica globale, alta volatilità, nonchè di integrazione (eventualmente, anche politica, quanto meno sotto forma di standard di governance: v.amartya sen;spinelli) dell'area euro in particolare. Questo è il monento di agire: occorre, ORA, avere il coraggio di intervenire, riformare,investire (specialmente in cultura/ricerca) e prepararsi, per affrontare le sfide future. i politicastrucoli gerontocrati si facciano da parte. Grazie A.I.

#4 da Luca Calvetti, inviato il 27/9/2011
A questa utile e condivisibile analisi vorrei aggiungere un paio di considerazioni:
1) sul servizio del debito a tassi variabili già emesso il picco di credit spread non ha effetti in quanto fissato alla data dell'emissione
2) come qualsiasi altro rischio finanziario, il rischio di credito (nel caso emittente) non è scevro dalla schizzofrenia dei mercati e dei fenomeni esogeni da cui esso dipende. Tra questi molti sono 'nostrani', ma alcuni dipendono da contesti più ampi da quelli nazionali. Il credit spread (o,meglio,i credit default swap) sono saliti per quasi tutti i paesi dell'area Euro e non solo, in considerazione delle difficoltà nel governo politico e finanziario dell'intera area e della maggior percezione di rischio per tutti i paesi ad alto indebitamento estero.
Credo che per l'Italia ci sia stato un effetto più che proporzionale dovuto ai problemi domestici, ma parte delle cause e delle soluzioni sono di livello più ampio.
La riduzione di tali spread dipenderà in parte dalla virtualizzazione della politica e del bilancio pubblico italiano e in parte (forse preponderante) della stabilizzazione dell'Eurozona di cui, volenti o nolenti, siamo attori non del tutto protagonisti.

#3 da A.I., inviato il 23/9/2011
Si aggiunga che nell'asta di bond decennali italiani dello scorso agosto si è registrato un c.d. coefficiente "bid-to-cover" (ossia l'indicatore che misura l'entità della domanda, "l'appetito" degli investitori per i titoli del debito pubblico domestico) era solo pari ad 1,27!! un coefficiente inferiore ad 1 è considerato un FALLIMENTO, proprio in quanto significa che non c'è un numero significativo di investitori disposto ad investire nel Paese. ma anche sotto questo profilo, nihil novi. un simile trend NON è sostenibile. urgono riforme strutturali.

#2 da Stefano Costantino, inviato il 22/9/2011
C'è da dire che il mercato rispecchia maggiormente la situazione reale rispetto alla politica. Negli ultimi mesi si sono sentiti attacchi alle società di rating da parte della politica: sarà anche vero che le agenzie non sono il luogo della santità, però la situazione in cui ci troviamo ormai e conclamata. E' inutile fare finta di niente.
Dubito che le finanziarie che sono state messe a punto possano servire a risolvere i problemi. Possono agire sulla spesa corrente, ma non su un problema strutturale come il debito. Per quest'ultimo occorre una strategia diretta che punti alla sua riduzione. Mi trovo daccordo con chi sostiene la cessione di beni immobili e privatizzazione delle società controllate dallo Stato. Ma gli intrioti di queste cessioni vanno orientate alla riduzione diretta del debito. Guai se venissero destinate a spesa corrente.

#1 da JJ Barea, inviato il 21/9/2011
Chiaro, limpido,drammatico e disperante. Servirebbe una class action, senza se e senza ma, contro questi "prediletti del Signore". Per dare una idea di come il governo(leggi: il gruppo di interesse privato eletto da Berlusconi e la Lega tramite il Porcellum) stia prendendo in considerazione la gravità del momento e della chiara implorazione di cambiamento che arriva da ogni parte della società civile, loro elettori inclusi (che sono pronti anche a scelte ,finalmente, impopolari ma RISOLUTIVE!) il ministro Galan , 20 minuti fa a "otto e mezzo" sulla rete 7, in merito al colloquio serale privato fra Napolitano e Berlusconi se ne è uscito con la battuta : "ho parlato con Berlusconi e mi ha assicurato che Napolitano non si dimetterà"...che non solo è di pessimo gusto, visto il momento, ma offensiva verso la tensione che tutta l'Italia seria sta affrontando (io ho chiuso la TV ..vomitando) .E'un chiaro segnale di come questi privilegiati con futuro garantito dalla cieca lealtà verso un singolo, stiano prendendo sul serio il momento. Insisto per una adunata oceanica con bandiere dell'Italia (no di partito!! di nessun genere e nemmeno di I.F.)a Montecitorio con invasione pacifica dell'aula per chiedere dimissioni e elezioni subito (SUBITO non a aprile!). Un laico ordoliberale senza patria (spera in I.F. ! ma a.s.a.p.!!che aspettiamo???)



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