“L’aumento degli spread costerà caro, ma solo nel lungo termine, non c’è urgenza”, dicono. In realtà
è possibile stimare con precisione i danni che la crisi finanziaria sta causando già adesso al bilancio dello Stato.
Limitiamo l’analisi all’asta dei BTP del 14 settembre scorso (BTP quinquennali + pochi BTP a scadenza 2018 e 2020). Lo Stato italiano ha raccolto circa 6,5 miliardi. Gli stessi titoli, emessi a metà Luglio, avrebbero fruttato allo Stato oltre 300 milioni in più. I fondi mancanti diventano 720 milioni se il confronto si fa con l’inizio d’anno (o il mese di giugno). E poiché fra gennaio e oggi i tassi tedeschi sono scesi moltissimo (sul Bund dal 2,95% all’1,8%), le cause di questo calo non sono riconducibili unicamente al
flight to quality, ma anche alle attese negative sull’andamento dell’economia e delle entrate fiscali degli stati. I nostri tassi avrebbero perciò dovuto seguire al ribasso: in questo caso lo Stato avrebbe raccolto a settembre, con gli stessi titoli, 7,4 miliardi.
Manca quasi un miliardo all’appello. E lasciamo stare l’impatto negativo sull’economia italiana e sulle entrate fiscali dell’aumento degli spread.
Dunque:
un miliardo perso in una sola asta, in Settembre. 15 Euro a persona, 39 a famiglia, in un solo mese. Nei prossimi dodici mesi
scadranno titoli per circa 300 miliardi; inoltre bisognerà finanziare il deficit. Se anche il trend estivo - negativo - s’interrompesse, e i tassi si stabilizzassero ai livelli attuali (ma il downgrading di S&P non incoraggia l’ottimismo), l’aggravio dei costi (rispetto a inizio 2011) sarebbe pari a 44 miliardi, il 2,4% del PIL, 1750 Euro per famiglia: un importo non lontano da quello della manovra (55 miliardi teorici).
È quanto paghiamo in più ai mercati per ottenere in cambio che essi si assumano il rischio crescente di prestarci altri soldi. Fino a quando?
Circola da luglio
una stima dell’impatto della crisi sulla spesa per interessi in apparenza meno allarmante. “Un aumento di 100bp degli spread – o, per essere più precisi, dei tassi d’interesse sui BTP decennali - è pari a circa 13 miliardi l’anno, ma solo a regime”. E poiché la durata media dei titoli del debito pubblico è pari a sette anni, “ci vorrà tempo, prima che la crisi abbia un impatto serio sui nostri conti pubblici”. Quella stima è corretta, ma
nasconde la gravità della situazione.
A parte le considerazioni ovvie sul servizio del debito a tassi variabili (che cambia velocemente), l’abbreviamento delle scadenze (già in atto), e la probabile recessione in arrivo (aumenterà il deficit da finanziare), ci sono due modi di calcolare l’impatto della crisi finanziaria. Di fronte all’aumento dei rendimenti richiesti dal mercato, lo Stato può: (A) A parità di valore facciale (100) e di prezzo di emissione (100), aumentare le cedole (p.es. da 5 a 6), spalmando su più anni l’aggravio di costo del debito. (B) Oppure può vendere sottocosto (p.es. a 95) obbligazioni con cedole (5) e valore facciale (100) invariati. Questo secondo modo, del tutto analogo sul piano sostanziale, evidenzia però subito il maggior costo;
la prima modalità lo nasconde, ma è possibile, con poche operazioni, evincere il vero costo.
Non è solo l’aggravio del servizio del debito annuale che dovrebbe preoccupare, ma anche l’impatto sul valore dei titoli, che mina
la solidità patrimoniale delle banche, e la loro capacità di assorbire altri titoli.
In conclusione, i costi della crisi finanziaria dello Stato italiano si stanno già adesso scaricando sul bilancio pubblico, irreversibilmente, per il futuro. Inoltre, ogni asta come quella del 14 settembre rende meno credibile la sostenibilità del debito italiano, e genera un nuovo calo della fiducia. Sbagliano i politici - europei o italiani - a prendere tempo, a pensare di sopravvivere.
La situazione è profondamente instabile. Dobbiamo rompere l’atmosfera nichilista che avvolge il paese. Dobbiamo reagire ora: e non fermarci,
fino a che gli spread non siano tornati sotto a 200bp.