I temi dimenticati dalla politica
Il destino precario dei giovani italiani
Agli under 40 stiamo negando la cittadinanza
di
Marco Simoni ,
pubblicato il 16 settembre 2011

Non fosse stato per le sorprendenti – perché inusuali – parole del Papa di domenica scorsa, il dibattito potrebbe continuare per mesi senza che nessuno ponga al centro dell’attenzione il tema dei
lavoratori precari. Non si sa con esattezza neanche quanti siano:
cinque milioni? Sei? Conta poco sottolineare l’enormità della cifra, come conta poco il fatto che
la classe politica che ha determinato la condizione di cittadinanza negata vissuta dalla maggioranza degli under quaranta – dunque la maggioranza delle giovani famiglie – fosse in prima fila ad applaudire Benedetto XVI. Conta poco per la
debolezza contrattuale di queste persone che si trasforma in
reddito basso e in debolezza politica, tema di cui riempire i comizi ma da eludere nei programmi e nelle legislazioni.
Eppure questa settimana
l’Economist ha pubblicato dei dati da far rabbrividire chiunque avesse un po’ di senso del bene pubblico, di senso del futuro. Non solo la
disoccupazione giovanile in Italia è ai massimi storici, a circa il 30%. Non solo i
giovani e gli
adulti non anziani hanno in maggioranza un lavoro precario e sono i
primi a esser licenziati in qualsiasi azienda pubblica o privata.
La conseguenza terrificante di questo processo è che l’
Italia è il
paese dell’OCSE con il maggior numero di giovani tra i 15 e i 24 anni che non fanno nulla, i cosiddetti “scoraggiati”, che né studiano, né cercano un posto di lavoro – dunque non sono disoccupati, perché per meritarsi questa qualifica bisogna cercare un lavoro.
In Italia
gli scoraggiati sono il 5% che è una cifra spaventosa se si pensa che la seconda in questa triste classifica è l’Irlanda con poco più dell’1%, mentre in tutti gli altri paesi quello degli scoraggiati è un fenomeno triste ma marginale, che interessa uno zero virgola.
In Italia invece riguarda
un giovane su venti, che
si lascia vivere senza formarsi, senza costruire nulla, in un’età in cui si generano tutte le possibilità da cogliere nel corso della vita. Quel 5% di scoraggiati non parla al difficile presente, ma al
futuro che in questi mesi irresponsabili si sta costruendo.
Questi mesi in cui le pressioni internazionali hanno costretto il paese a riflettere sulle condizioni della sua economia
potevano essere spesi altrimenti: non solo a correggere i conti, ma a preparare
un futuro in cui il
fisco sia
più equo e più severo, in cui le
imprese siano sostenute da
leggi semplici e non da sussidi a pioggia, e in cui i
lavoratori siano
tutti uguali mentre oggi milioni di dipendenti sono in una condizione di cittadinanza limitata.
Si è scelto invece di costruire
manovre finanziare come liste della spesa, senza alcuna visione d’insieme. Ma il tempo non si ferma,
la vita dei lavoratori precari continua anche se di loro non si parla, scegliere di occuparsi in maniera quasi casuale solo di far tornare i conti non è una scelta neutra, al contrario, è una scelta che concorre a determinare il futuro: un
futuro con sempre
maggiori squilibri, con
crescenti tensioni, con una
crescita ancora più debole, e in definitiva anche
senza quella credibilità internazionale che ha bisogno di un paese coeso e unito.
-Leggi la denuncia alle UE di Italia Futura e altre organizzazioni
Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.