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I passi obbligati per la crescita

Irene Tinagli su La Stampa

di Irene Tinagli , pubblicato il 15 settembre 2011
immagine documento Approvata la manovra, si apre il capitolo crescita. Ne ha parlato pochi giorni fa Napolitano, ricordando quanto questo tema sia «stringente e drammatico».

E ne ha fatto cenno Tremonti dal G8 di Marsiglia, annunciando un «dossier crescita» che dovrebbe aprirsi già questa settimana.

E’ un tema ineludibile, e finalmente tutti sembrano averlo capito. Tuttavia, nonostante tutti ne parlino, nessuno sembra avere le idee chiare su come ottenerla. Tra le voci più ricorrenti quando si parla di crescita troviamo le infrastrutture e le opere pubbliche, oppure gli aiuti alle imprese: da incentivi settoriali al supporto alla capitalizzazione e alla crescita dimensionale. Tutte misure trite e ritrite, di cui è stato ampiamente fatto uso in passato e che non hanno mai portato risultati duraturi. Si tratta infatti di misure limitate, soggette ad abusi e distorsioni, incapaci di autosostenersi nel lungo periodo perché troppo gravose sui bilanci pubblici. Una possibilità di cui si sente parlare poco, su cui sarebbe necessario un dibattito più approfondito, è quella di creare le condizioni per nuovi processi imprenditoriali, nuove imprese attive in settori innovativi e mercati ad alte prospettive di crescita.

Il tema è stato flebilmente affrontato dal governo, che ha inserito in finanziaria un’agevolazione fiscale per imprese e partite Iva di nuova creazione, ma il dibattito su questa misura o su eventuali altre misure di supporto è stato quasi inesistente. Lo scrittore ed ex imprenditore Edoardo Nesi ha rilanciato questo argomento con un lungo e appassionato editoriale sul Corriere della Sera di martedì, in cui sosteneva che per ricominciare a crescere servono migliaia di giovani imprenditori, che fondino aziende «protese a creare il nuovo (…), che vendano prodotti che oggi non esistono». Come realizzarlo? La ricetta di Nesi è semplice: prendere l’un per cento dei capitali scudati rientrati dall’estero e con quel miliardo di euro finanziare queste nuove imprese, «dandogli fiducia prima ancora che la meritino».

Al di là della sua fattibilità tecnica, la proposta merita attenzione perché affronta la questione del rilancio economico senza fare appello alle solite richieste di aiuti e protezioni per una struttura produttiva che non tiene più, e perché lo fa enfatizzando la necessità di dare fiducia ai giovani attraverso un’immagine molto bella e molto vera (dare fiducia prima di vedere risultati, altrimenti che fiducia è?). Tuttavia la proposta, pur validissima nelle intenzioni, lascia trapelare alcune convinzioni fortemente radicate nella nostra cultura, che permeano le nostre politiche economiche rendendole spesso deboli e poco efficaci.

Innanzitutto l’idea che ci sia una relazione univoca e quasi lineare tra investimenti o sgravi da un lato e creazione di innovazione o nuove imprese dall’altro. Come se a un certo investimento in ricerca corrisponderà, prima o poi, un certo aumento di innovazione, o se a un certo aiuto o sgravio alle nuove imprese corrisponderà un ricambio di struttura produttiva. Purtroppo non ha mai funzionato così, né in Italia né altrove. I processi innovativi ed imprenditoriali richiedono condizioni assai più ampie, a partire, per esempio dal sistema dell’istruzione. Un sistema che, nel nostro Paese, non è minimamente attrezzato per trasmettere una vera cultura imprenditoriale e per dare quegli strumenti necessari a valutare criticamente opportunità, tecnologie e mercati, e a misurarsi col rischio e la competizione internazionale. Raramente si «nasce» imprenditori di successo.

Serve un ambiente che stimoli, formi e supporti certe attitudini, oggi più di prima. In Italia si è perso. Non è un caso se in Italia i giovani imprenditori ormai sono sempre più figli di altri imprenditori. Abbiamo finito per rendere chiusa ed ereditaria l’attività che più dovrebbe servire a rivoluzionare società e mercati. E non basterà dare un finanziamento ai figli dei disoccupati e dei cassintegrati affinché questi diventino i prossimi Bill Gates.

L’altro punto debole è legato all’idea che per supportare nuove imprese o tecnologie siano necessari soldi pubblici. Si sente parlare spesso del problema dell’accesso al capitale e dei fondi, e si sono persino diffuse proposte di «venture capital pubblico». Eppure negli ultimi venti anni le possibilità di accesso a finanziamenti sul mercato globale sono cresciute esponenzialmente. E non solo i venture capitalists: dai network di business angels alle fondazioni private, dai concorsi imprenditoriali al crowdfunding. Se in Italia queste opportunità non sono ancora ai livelli internazionali, non possiamo pensare di sopperire con fondi pubblici (erogati da chi? Con quali criteri?). Semmai, dovremmo chiederci come mai gli investitori stranieri fanno fatica ad arrivare e ad investire sui nostri ragazzi o come mai produciamo pochi investitori in casa nostra.

E allora cominceremmo ad accorgerci di quanto ci penalizzi, per esempio, un sistema di norme che fanno sì che per chiudere un’impresa ci voglia quasi più tempo che per aprirla – un aspetto chiave per i venture capital che devono aprire e chiudere decine di imprese ogni anno. O quanto ci abbia penalizzato avere imprenditori che appena l’economia ha iniziato a frenare si sono rifugiati nell’immobiliare (incentivati da un regime di tassazione che rende più conveniente avere 100 case che tenere in piedi un’azienda), smettendo di imparare, misurarsi con le nuove tecnologie e i nuovi mercati.

Ecco, già unendo come in un gioco enigmistico i punti emersi sin qui - dall’istruzione ai mercati di capitali, dal diritto fallimentare al sistema fiscale e così via - si cominciano a delineare i contorni di ciò che serve per ripartire. Non una misura miracolosa o un grappolo di eroi, ma un Paese intero che decide di pensare e agire come tale. E soprattutto un Paese in cui tutti siano chiamati a fare la loro parte. Una parte già difficile in fase di tagli e risparmi, doppiamente critica in fase di rilancio, investimenti e azione.


-Leggi l'editoriale sul sito de La Stampa
Docente all'Università Carlos III di Madrid, è esperta di innovazione, creatività e sviluppo economico. È consulente del Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU, della Commissione Europea e di numerosi governi regionali, enti e aziende in Italia e all’estero.


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#2 da alessandro ricchi, inviato il 16/9/2011
Il problema di fondo, in questo momento di stagnazione/depressione dell’economia reale, è costituito dal rallentamento/diminuzione della domanda di beni e servizi,
che si riflette successivamente in:

minore attività manifatturiera/commerciale -> minore occupazione -> minore sviluppo -> minore gettito fiscale (entrate statali) -> minore possibilità di risparmio -> minori possibilità di investimenti per il futuro (sia da parte delle imprese, che da parte dello Stato)
e, come un gatto che si morde la coda, determina inoltre :
peggioramento del rapporto Debito/Pil ( che impone la necessità di ricorrere a misure di finanza straordinaria = TASSE, per coprire i disavanzi di bilancio -> ulteriore impoverimento -> aggravamento della situazione sociale (che implica ulteriori aumenti di spesa) -> - conflitti sociali.

Ma perché rallenta la domanda di beni e servizi?
Semplice. Perché la gente, in un momento di crisi, o stringe la cinghia o, addirittura non ha più neanche la cinghia da stringere.
E allora come fare per rilanciare la domanda?
Semplice anche questo. Aumentandone la capacità di acquisto. E come farlo (senza un aumento degli stipendi che provocherebbe un’escalation dell’inflazione e problemi di competitività alle imprese) ?
Ancora abbastanza Semplice.
Ad esempio diminuendo il carico fiscale a carico dei redditi bassi, rimodulando le aliquote Irpef in modo che la parte tolta alle classi più misere venga recuperata da quelle più abbienti.
Questa operazione consentirebbe, a saldi invariati per lo Stato, di aumentare il potere di acquisto generale della popolazione, ributterebbe sul mercato la “benzina” necessaria a riaccendere la spinta propulsiva a favore dell’industria e del commercio, potrebbe portare ad un aumento dell’occupazione, stimolerebbe le entrate fiscali (riduzione debito/PIL)e la propensione all'investimento imprenditoriale, e a placare i conflitti sociali, anzichè inasprirli.
Rimetterebbe in moto,cioè, la macchina dell'economia

#1 da Marco Lettera, inviato il 15/9/2011
È un piacere leggere quest’articolo con un’analisi così chiara dei problemi nostrani. Dopotutto basta uscire un poco dall’Italia per capire che il bel Paese soffre di atrofia sociale e culturale. Per questo mi auguro che chi ha lasciato l’Italia per conoscere come si lavora e si pensa altrove, trovi il modo di contribuire alla sua rinascita.
Personalmente credo che il problema della mancanza di idee sia legato ad un blocco psicologico o magari a un pragmatismo basato su “falsi paradigmi”. Infatti, in Italia si ritiene a priori che determinate cose come cambiare le pensioni, far funzionare la pubblica amministrazione, combattere la corruzione, far rinascere il sud, rivoluzionare il modo di lavorare, sconfiggere le mafie, rimoralizzare il Paese non si possano fare (questi sono i paradigmi). Ma ciò non è vero in se per se. Lo è perché la gente ne è convinta per non dover cercare il punto da cui iniziare a cambiare. Quindi il paradigma è falso ma ci serve per giustificare l’inerzia.
Personalmente credo che noi italiani possiamo raggiungere qualunque obiettivo. Non solo pareggiare questo disastrato bilancio ma rilanciare l’intero Paese. Bisogna crederci. Gli esperti sicuramente potranno dare dieci soluzioni per ogni problema. Ma è necessario crederci.
Dobbiamo imparare a guardare lontano, a vedere in grande e a fare in grande. Forse allora spunteranno i leader capaci di trasformare i nostri sogni in visione. E la visione ci permetterà di vincere le nostre pigrizie e le nostre paure. Allora sì, il nostro Paese diventerà grande.



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