Il territorio, lo specchio del paese

Oltre la questione settentrionale e meridionale

di Livio Colapinto , pubblicato il 13 settembre 2011
immagine documento
Dal dibattito che da decenni affolla i nostri media fa specie l’assenza della gestione del territorio - quello in cui privati cittadini credono ed investono nell’interesse e per il futuro proprio e delle rispettive comunità - tra i grandi temi di interesse pubblico. Fatto salvo per i comizi elettorali - che a cadenze prestabilite affrontano il tema con osservazioni dalle finalità votalizie prevedibili – non sembra essere il territorio ad occupare e preoccupare la politica italiana contemporanea.

In quest’ottica l’infinita, generalista e conflittuale diatriba sulle questioni Settentrionale e Meridionale cavalcata da molti aspiranti politici è esemplare di una medesima strenua ricerca di raggiungere consensi in territori quanto più ampi o, ancor meglio, elettoralmente significativi. Oltre questo il nulla. Di fatto tanto le politiche a favore del nord quanto le casse per il sud - ma per inciso anche le grandi opere, Expò e Tav - tratteggiano sulle carte territori di convenienza e privi di cittadinanza; più il soggetto è vasto più risulta facile confondere e nascondere denari e prebende per le sovrastrutture che lo governano.

È ora di riportare la centralità del territorio negli indirizzi di politica nazionale ed è assolutamente necessario riproporre i vantaggi competitivi territoriali al centro del modello paese pesando, prima di pianificare gli interventi, le risultanze delle scelte che si vanno compiendo. Le eccellenze della nostra nazione - e questo vale per l’universo mondo - sono tali perché non nascono da una visione opportunistica, ma dalla combinazione di vantaggi competitivi e di persone capaci di tradurli in ricchezze per la comunità locale prima e per quella globale poi. Il territorio italiano rimane uno tra i pochi se non l’unico e ultimo bene pubblico capace di stupire e ammaliare: carte vincenti, queste, per qualunque prodotto in cerca di mercato.

Noi popolo, che lo abbiamo in concessione ereditato, trasciniamo nel tempo un patrimonio dal valore intrinseco incalcolabile con sciatteria e balordaggine. Forse peggio fa la nostra politica che invece di prendere spunto dalla storia italiana - capace di dare all’insieme colore, diversità, radici e tradizioni - ha scelto dalla matematica il principio più misero: quello del massimo comun divisore per cui è sufficiente condividere un elemento divisorio – i.e. essere a Nord o a Sud del Po – per identificare la ratio aggregante che possa amplificare la portata identitaria del singolo elemento che, preso per sé, sarebbe altrimenti banale. In matematica lo strumento è utile ma per un paese come il nostro è fuori misura.

Scelto il territorio come fattore discriminante vengono a cadere tutti quegli altri elementi che accomunano esperienze in territori diversi. Il territorio italiano è invece elemento coesivo, aderisce agli italiani come loro vi aderiscono; è lo specchio degli scempi e delle virtù del popolo ed è l’espressione più precisa e visibile di una società in sommovimento che nei secoli cerca di cambiare per migliorarsi perché non si piace. Bene o male che sia ogni popolo ha il suo territorio e il nostro non è troppo vasto ma è tanto vario; vuole rispetto e considerazione, progetti sostenibili, lungimiranti in grado di valorizzarlo, individui capaci di metterlo in rete e farlo produrre, istituzioni che visti gli indirizzi controllino e ne agevolino il percorso.

Con lo sviluppo delle città comunali il nostro medioevo fu teatro di un’esperienza unica in Europa capace, secondo F. Menant, di produrre un fenomeno singolare in cui i profitti venivano investiti nella terra e nell’arte; in questo quadro i sistemi politici cittadini svilupparono indipendenza, rinnovamento, sperimentazione così che lo sviluppo culturale e quello politico-istituzionale viaggiarono in parallelo, in un contesto spesso lacerato dai conflitti, ma anche aperto e dinamico capace di regalarci il Rinascimento italiano più noto e conosciuto. Prima di rinascere per l’ennesima volta sarà utile a tutti un’età di mezzo di riforme liberali e che favoriscano iniziative e politiche territoriali; sperando questa volta che i secoli bui non siano troppo lunghi.

Impegnato nella promozione della destinazione Italia attraverso il tour operator FoodPeckers, ha studiato Ingegneria al Politecnico di Torino, Economia all'University of Brighton e ha conseguito un Master in Comunicazione all'Università di Slow Food.


tag:  territorio   italia   ricchezze   cultura  


STAMPA:   per visualizzare la versione per la stampa clicca qui

LASCIA UN COMMENTO | Leggi il DISCLAIMER


#2 da Davide, inviato il 16/9/2011
Al di là delle (anche fastidiose) categorizzazioni operate dalla politica mi pare che la situazione reale denoti alcune realtà ad oggi incotrovertibili: metà del territorio nazionale è segnato da una forte presenza della criminalità organizzata che di fatto ne detiene o condiziona il governo e dove sono comunqe diffusi comportamenti, anche quotidiani, ad alto disvalore sociale in particolare nei confronti del territorio;l'altra metà, un tempo più refrattaria, si dimostra oggi pericolasamente permeabile alla stessa criminalità organizzata e pronta ad adottare gli stessi comportamenti censurabili. In questo contesto le considerazioni esposte nell'articolo mi paiono relegate ad un piano meramente teorico e di incerta attauazione o quantomeno dipendenti dal necessario rispetto della legalità e del riconoscimento e dell'applicazione dei valori insiti nel contratto sociale...il che richiederebbe circa un centinaio d'anni per vedere un qualche effetto e sempre che gli italiani li volessero applicare, cosa che mi pare di poter escludere.

#1 da emanue;e esposito, inviato il 16/9/2011
Forse è una svolta epocale negativa. C’è crisi. Crisi dei valori, ma non c’è nulla di nuovo sotto al Sole: ad ogni generazione è toccato un momento di difficoltà, la propria lotta ad un sistema ingiusto che costringe a credere non ci sia nulla da fare, che bisogna adeguarsi, o peggio, rassegnarsi. Tanto per cominciare è presunzione credere che il periodo che viviamo sia peggiore di quello che hanno vissuto le precedenti generazioni. Pensate all’Italia del dopoguerra, alla decimata gioventù chiamata alle armi e a quella sopravvissuta. Sono stati questi ultimi a rimboccarsi le maniche, a operare una ricostruzione non solo edilizia o industriale. La ricostruzione più dura e più lenta è stata quella agricola, tantissimo lavoro e pochi o punto denari. Si lavorava per la famiglia, non per sé stessi. Non volevano essere ricchi, non volevano apparire. Volevano avere qualcosa di loro, fatto da loro. Ecco perché hanno lavorato la terra, magari al rientro da una dura giornata di lavoro in altri settori ( il doppio lavoro non è certo invenzione odierna). Volevano i figli mangiassero sano. Genuinità. E volevano essere. Essere santi, poeti, naviganti ed eroi. E lo sono stati davvero anche se a loro modo; da buoni padri di famiglia attraverso il lavoro e lo svolgimento del loro ruolo realizzavano la ricerca della pietra filosofale, pellegrini nella dura vita quotidiana come naviganti per mare; la santità risiedeva nel trasmettere ai figli quella solidità di valori etico- morali, quella formazione caratteriale che conduce alla maturità. Valori insostituibili e sempre attuali. Ed erano poeti quando lavoravano la terra, coltivavano la vite e realizzavano qualcosa con le loro mani gentili, secondo natura, ottenendo i frutti di un’opera artigiana. La loro opera. Opera che ha fatto dell’Italia il giardino del gusto e dei sapori. Un giardino in cui viti e dieta mediterranea hanno trovato la terra d’elezione. Avevamo qualcosa di grandioso sotto i nostri denti ed Ancel Keys ha dovuto valorizzarlo ed esporlo agli occhi del mondo per noi, distratti nelle nostre identità provinciali e con ricchezze inestimabili spesso sottovalutate. E allora si capisce che manca qualcosa; ci si rende conto perché siamo surclassati dalla cucina francese senza ribadire che fu nel 1533 Caterina de’ Medici, un’italiana, a gettare le basi dell’arte culinaria presso la corte di Valois. Manca la cultura, manca un’identità nazionale capace di accomunare tutti proprio attraverso quelle diversità che ci fanno grandi dinanzi al mondo intero; qualcuno, a suon di divide et impera, vorrebbe farci apparire piccoli, diversi, o peggio, farci credere che l’uno sia migliore dell’altro. Abbiamo pregi e difetti, ma siamo tutti meravigliosamente italiani. E la nostra cultura, come la cultura di ogni popolo, passa attraverso la tradizione di tutto ciò che è bello. E di bellezza storica e artistica siamo fieri di averne il primato e in verità ne abbiamo anche degli altri, belli ed anche buoni: la gastronomia e l’ampelografia appunto. Forse in tempi come questi potrebbe sembrare assurdo parlare di valori attraverso l’enogastronomia. Non è così. Perché l’enogastronomia riconduce, se non alla memoria storica dello Stivale, così divisa, così controversa e da rivisitare, alla nostra memoria collettiva di italiani. Siamo figli di una grandiosa e nobile civiltà contadina. Siamo figli di una civiltà che ha reso spettacolare il Mediterraneo intero per il grano, per l’olio d’oliva e per il vino; per non parlare di tutto quello che i padri dei nostri padri ci hanno trasmesso appunto in termini di dedizione al lavoro, ricerca attenta della genuinità e dei sapori. E lo hanno fatto senza farsi scorare dalla fame, da due guerre una dietro l’altra e in casa persino! Ci si renda conto che la nostra generazione non è quella del ‘900 che si imbarcava a frotte sui transatlantici per andare in America alla ricerca della salvezza di vita, della speranza per l’avvenire dei figli e talvolta non siamo neanche di quelli che tendono troppo la mano a quei profughi che con gli stessi sentimenti di quei figli d’Italia del ‘900 cercano una possibilità di sopravvivere. Guardiamo alla guerra con distacco e sembra che i problemi altrui non ci riguardino. Non siamo la generazione che ha provato i brividi della guerra fredda o il disagio del muro di Berlino. Ma muri di gomma ne abbiamo trovati quando siamo andati alla ricerca dell’occupazione, quando ci siamo rivolti alle istituzioni e abbiamo sentito l’angoscia di trovarci in un Paese che non premia la meritocrazia. Abbiamo provato tristezza nel vedere cambiare la morfologia dei paesaggi della fanciullezza, di come l’industria alimentare modifichi i sapori, avveleni l’aria e, c’è mancato poco, di quanto sia letale il vino al metanolo. Abbiamo compreso che qualcosa dovevamo a chi ci ha preceduto: fare qualcosa per coloro che verranno. Adesso si sa che non è il mondo che deve cambiare, il cambiamento deve avvenire in noi stessi! E allora ci siamo risollevati e non ci siamo fermati davanti agli ostacoli, anzi siamo andati avanti con più convinzione e con la paziente caparbia di chi s’è battuto prima e con gli stessi valori con cui adesso vorremmo rappresentare e difendere la nostra terra. E che nessuno ci accusi di combattere una battaglia di goliardia! Questa battaglia si combatte in nome della cultura , una cultura letteraria vasta che spazia da Plinio il Vecchio a Virgilio, da Mario Soldati a Luigi Veronelli e a Leonardo Sciascia. La cultura del Simposio e della dieta mediterranea, patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Umanità. La si combatte per squarciare un drappo grigio e rivelare alle persone che la natura d’Italia è bella e meravigliosa nella sua biodiversità. Combattere per proteggere e diffondere la cultura enogastronomica, non solo per ribadire che la nostra ampelografia è la più vasta al mondo e unica per varietà, per microclima e per tessitura del terreno; si lotta per rammentare che la nostra gastronomia regionale è straordinariamente ricca di colori e sapori che si sono saldati nel ricordo di artisti e letterati, quelli dei “grand tours” dell‘800. Non solo. Promuovere il territorio che si apre col paesaggio e con le sue peculiarità storiche ed artistiche, svelare quegli scorci architettonici che magari non sono il monumento eclatante ma un estetico e contemplativo dettaglio. E l’enogastronomia è proscenio a tutto questo. Che si affermi dovrebbero essere gli chef a essere al servizio delle persone e non le papille gustative della clientela a dover essere asservite a un certo tipo di cucina, pena essere tacciati per ignoranti. L’amore per il cibo e per il vino è soggettivo, guai a modellare il gusto con recensioni quantomeno mirate o cercare di insegnare ai giovani a bere etichette, che poi è come un po’ apparire sfoggiando costosissime bottiglie nelle presunte cattedrali del gusto. La cultura dei sapori appartiene a tutti e va rispettata, senza imposizioni, in ogni sua versione. E la si può incontrare nelle case, nelle contrade e nelle trattorie del Bel Paese. Non al fast food. Questa è battaglia ideologica e non lotta solo contro indottrinanti e strapagate guide; qui si afferma che tutti possono apprendere l’arte della degustazione e in ogni dove, poiché è patrimonio comune e non fenomeno d’elite; è lotta contro il cibo-spazzatura e l’eccesso: vogliamo essere fieri d’essere italiani e non imitare mode nocive d’oltreoceano, difendendo la salute attraverso l’alimentazione e combattere l’eccesso di chi ha preso l’alcool per il verso sbagliato; l’unica velocità che tolleriamo è la velocità del nostro sogno, la velocità con cui si assaporano le cose belle della vita, lentamente, non certo quella con cui avvengono gli incidenti o con cui si tracannano cocktail che obnubilano mente e coscienza, con cui si spezzano vite preziose. È impegno e coraggio civile quello di chi lotta per la sobrietà, contro l’alcolismo e vuole che il Ministero della Salute faccia obbligo ai produttori di apporre i divieti a consumare bevande alcoliche in gravidanza e lattazione perché nuoce al nascituro! Ciò che si chiede, anzi si esige, è il risveglio delle coscienze in un unico collettivo senso di appartenenza e confronto; tramandare un bagaglio culturale che si è affinato e arricchito nei secoli e che non vogliamo, non dobbiamo perdere. È una lotta per insegnare ad assaporare la vita, insegnare ad apprezzarla anche nei momenti difficili ai giovani. E preservare il territorio e l’ambiente. Se aiutare a individuare quale sapore dovrebbe avere oggi il gusto del latte, che sensazione dovrebbe conferirci addentare una mela o quale corresponsione dovrebbe avere il profumo e il gusto del vino rispetto a un territorio, piuttosto che gli ingredienti e l’esecuzione di una ricetta classica, lo si fa per combattere l’omologazione e la contraffazione e poter consegnare alle nuove generazioni proprio quelle sensazioni, quel gusto, quell’identità di sapori che da chi ci ha preceduto sono stati preservati e trasmessi. E nell’additare chi di biologico ha solo la scritta in etichetta, chi non osa fare un censimento delle cantine pirata che immettono direttamente nella fogna i reflui vinicoli senza abbattere b.o.d. e c.o.d., o impoverendo i terreni spandendo tali acque, crediamo umilmente di fare, a modo nostro, educazione ambientale. Anche quando si rispetta la stagionalità e si esorta al consumo dei prodotti a km 0. Ecco perché attraverso la cultura dell’enogastronomia è possibile trasmettere i principi di onestà e spirito di appartenenza, armi con cui questa generazione potrà operare un cambiamento in positivo. Questa generazione che muove i primi passi verso la maturità in tempi incerti come questi rinvigorisce le nostre energie, le nostre speranze e il nostro impegno quando decide di dire no al nucleare e alle bottiglie di plastica per riprendersi l’acqua come bene pubblico; una generazione che ispira, desiderosa di apprendere come avviare un nuovissimo rinascimento dei valori. Per tramandare ciò non abbiamo preso comode scialuppe di salvataggio, non ci siamo adeguati e non abbiamo svenduto le nostre convinzioni ma abbiamo preferito restare a bordo nel tentativo di salvare la nave, ossia il territorio e le sue tradizioni con coscienza etica e verità, consci di dover consegnare questo mondo all’odierna gioventù meglio di come lo abbiamo trovato. Emanuele Esposito



nome

email
cap
link

commento
Inserisci il codice di verifica:
Ascolta il codice segreto

 


Conosci ItaliaFutura
Il progetto, le persone, le attività
Rimettiamo in moto il Paese
La contro manovra di Italia Futura
Associazioni regionali
Italia Futura nel territorio
Partecipa!
Vuoi collaborare alle attività di Italia Futura?


nome

cognome

carica

amministrazione

Nazione
Provincia
Comune

Mi piace questa proposta e voglio aderire
email
cap



nome e cognome
email
cap
scuola

commento

nome e cognome

email
cap

Racconta