A voi la parola

Partire sì, ma con una piccola certezza

Perché un giovane lascia il proprio Paese

di Marco Bozza , pubblicato il 12 settembre 2011
immagine documento Nascere e vivere in uno Stato in cui sei costretto quotidianamente a zittire la propria coscienza a fronte di un sistema ormai alla soglia del collasso, è veramente complicato, se non drammatico. L’Italia non sta vivendo soltanto un’alterazione di forma, ma sta affondando nei meandri della sostanza. Non bisogna andare lontano o leggere la stampa estera per capire che il Belpaese del sole, del mare e della dieta mediterranea, sta colando a picco. Politica a parte, le cui gesta sono inenarrabili, è il vuoto culturale che spaventa; l’accettazione passiva dello status quo nonostante i problemi ci stiano rubando la dignità.

In Francia ricordo che in occasione della paventata riforma delle pensioni, si bloccò un’intera nazione. In Italia invece si brontola, s’imbastiscono meeting, convegni, tavole rotonde, ma poi ci si addormenta sotto la speranza vuota del pensiero unico che ha obnubilato ad arte le coscienze, complice anche il monopolio dei media sapientemente manipolato.

Mentre l’etica è un lontano ricordo e l’antiregola premia sempre più i virtuosi, a pagare le spese di questa stagnazione deprimente e lugubre è la nuova generazione, quella che dovrebbe oggi garantire il futuro prossimo, ed invece è annientata dal precariato o costretta a darsela a gambe per non figurare come bambocciona e mammona. Considerando che nel 2010 hanno lasciato l’Italia ben 65000 persone tra i 25 e i 40 anni in cerca di un respiro oltreconfine, allora qualcosa non va. È come se una città tipo Savona sparisse nel nulla.

La mia storia non è poi diversa da quella di molti altri. Sono originario di un piccolo paese dell’Alta Irpinia, e come altri ragazzi, ho studiato fuorisede laureandomi in giurisprudenza. Quando scelsi la facoltà, non c’era ancora internet, ma l’impulso alla scelta avvenne sulla scorta di piccoli bignami ove l’attenzione si focalizzava per il 70% sugli sbocchi occupazionali, i quali per quanto mi riguardava erano infiniti.

Dopo immensi sacrifici da parte mia e della mia famiglia, raggiunto il traguardo accademico, inizio presto ad accorgermi di aver fatto la scelta sbagliata. L’arte forense è immersa nella logica della casta e del nepotismo (a meno di voler imparare ad usare a menadito il fotocopiatore 10 ore al giorno gratuitamente); quella notarile lascio a voi le considerazioni, indi per cui ho optato per la soluzione privata e per diversi concorsi. La prima non è poi diversa dalla seconda, perché a parte le menti brillantissime (soffrono anche quelle), se sei nella media, la scelta del cv non cade certo sulle tue skills (anche come stagista).

Sul fronte concorsuale, registro soltanto una gran quantità di danaro spesa in libri, viaggi, studio, preparazione atletica (concorsi nelle forze armate) e mi trovo con un pugno di mosche in mano, intriso di amarezza e delusione, per le mille storture in cui i miei sensi si sono immersi. In Italia chiedere lavoro è come chiedere l’elemosina, e se anche riesci ad ottenerlo, o è a tempo come una cambiale, oppure dovrai riscattare per tutta la vita il favore ricevuto (anche se guadagni 600 euro in una città come Milano, ove l’affitto di una camera singola è pari allo stipendio e sei costretto a chiedere suffragio alla famiglia, per figurare come il precario-lavoratore dei tempi moderni che manda in alto l’asticella della “crescita occupazionale”).

Sinceramente questo modo di agire, fare e pensare, non lo sopporto più. Il merito è quasi inesistente e soprattutto non si capisce quale sia la logica che alimenta il mercato del lavoro. Accanto al mio cammino universitario, ho accostato la passione per la scrittura e piccoli lavori di natura amministrativa presso l’ex impresa di famiglia. Quando ho provato ad affacciarmi anche al mondo del giornalismo, gli addetti ai lavori, con parole molto semplici e chiare, mi hanno fatto capire che ero di fronte ad un altro settore saturo e che l’unica via maestra sarebbe stata l’estero.

Fino a qualche anno fa, non pensavo all’estero come soluzione ai miei problemi occupazionali, ma nel tempo, dopo aver incassato una delusione dietro l’altra, ho iniziato a caldeggiare l’idea di trasferirmi seriamente oltreconfine per un’esperienza di lavoro e chissà, anche per rimanerci definitivamente, chi può dirlo. Lo studio della lingua inglese occupa buona parte del mio tempo, mentre internet permette di creare un network di contatti, anche se mi sono accorto che la mole di informazioni che la rete snocciola, spesso serve soltanto ad aumentare confusione. Ascoltare l’esperienza altrui può essere positivo e negativo allo stesso tempo, in quanto la soggettività in un tipo di scelta del genere è fondamentale.

Mi affascina molto l’Asia, ma non disdegnerei altri luoghi ove poter trovare lavoro. Partire all’avventura, senza meta, senza un punto di riferimento è durissimo e controproducente. Anche perché in alcuni posti, il tempo di permanenza senza lavoro è davvero stringente. Per questo motivo sto cercando di trovare qualche contatto giusto, ma la concorrenza forte e spietata non aiuta di certo. Non chiedo la luna, sono consapevole che fuori casa bisogna riazzerarsi e ripartire, e non mi spaventerebbe inizialmente un lavoro non del tutto qualificato se so che la costanza e l’impegno gravitano in una dimensione meritocratica.

Sono anche conscio del fatto che non potrò andare avanti all’infinito nel coltivare la speranza di trovare lavoro dall’Italia, però quantomeno ci debbo provare ancora un po’. Partire è un po’ come morire. Questa frase l’ho letta da più parti, anche se sono convinto che nel mio caso partire è vivere. Tuttavia se non si tenta ad andare leggermente oltre i propri limiti, le proprie paure ed insicurezze, si rischia davvero di vivere con enormi rimpianti. La partenza non deve mai essere considerata alla stregua di una fuga, bensì come un’opportunità per poter dare a se stessi una veste nuova in termini di crescita umana e professionale.

Originario di un piccolo paese dell'Alta Irpinia, Calitri (AV), è laureato in giurisprudenza. Ha una forte passione per il mondo della comunicazione e collabora con alcuni giornali. Deluso dalle barriere invisibili che rendono difficile l’accesso al mondo del lavoro in Italia, sta meditando di lasciare il Belpaese. Segui il suo blog.


tag:  giovani   lavoro   disoccupazione   estero   fuga  


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#2 da Margherita Liotti, inviato il 26/11/2011
Capisco bene cosa significhi investire tempo e denaro per poi ritrovarsi a girovagare di stage in stage senza soluzione di continuità.Senza contare il periodo durante il quale ho frequentato il master in Marketing e Comunicazione della Bocconi sono già al mio terzo stage non retribuito. Vi dirò di più, oramai non si tratta neanche più soltanto dei soldi, ma soprattutto della volontà di restare in un posto non solo per il tempo necessario ad imparare qualcosa, ma soprattutto per metterlo in pratica e crescere professionalmente. E' veramente frustrante avere tutte le incombenze che il lavoro offre sapendo che dopo tre mesi verrai messo alla porta. Purtroppo, però non credo che lasciare il paese sia la soluzione migliore, almeno per me non è stato così.Ti riporto qui una parte dell'ultimo post scritta prima di lasciare Londra spero possa essre d'aiuto per rendere più comprensibile quello che ho provato da emigrante "Londra e' una bellissim citta', offre tanto a livello di stimoli creativi e sociali, ma devo ammettere che dopo i primi tre mesi ho iniziato a domandarmi se fosse veramente la citta' giusta per me.
Questo e' quello che ho scoperto: sono Italiana e fiera di esserlo, so che il nostro paese sta affrontando un momento critico, ma e' casa!
Ho voglia di ritonare, portando con me tutte l'esperienza di questi ultimi mesi, perche' nonostante le tante delusioni non voglio smettere di sognare che le cose possano migliorare.
Sempre nel libro ho trovato questa frase :"What's the point of being a successful buisnesswoman if you are not happy and are suffering a messy and unhealty personal life?".
Nella mia scala di valori la famiglia e gli amici sono al primo posto, so che riscuotero' sicuramente pareri discordanti, ma per me non ha senso arrivare al vertice se poi non hai nessuno con il quale condividere gioie e dolori".
Perchè per avere un lavoro dobbiamo essere costretti a dimenticarci da dove veniamo? Spero con tutto il mio cuore che il nuovo governo riesca a fare di più di quello precedente, certo saranno tempi duri, ma io non ho smesso di crederci e spero non lo facciano neanche gli italiani!

#1 da dadry, inviato il 15/9/2011
Capisco bene il tormento: ho 41 anni adesso, ma 8 anni fa rimasi senza lavoro (ditta chiusa) ... nei colloqui di lavoro iniziavano già a dirmi che ero quasi "vecchio" ... o altre scuse, mentre il tempo volava. E proprio allora mi chiedevo se cercare esperienze all'estero non fosse veramente una buona idea, visto che altri paesi garantiscono uno stato + civile di questo. Perciò mi spiace continuare a sentire storie come questa ... ed è per questo che stavolta vorrei muovere una critica, anche forte, perchè non è solo colpa della casta ... xchè in questa situazione per me c'entra anche Confindustria, anche con scelte rivelatesi errate, (come la famosa flessibilità del lavoro richiesta ed ottenuta dalla Legge Biagi) ... perchè ora ci si accorge, a parole, dell'estremizzazione del precariato (nelle varie forme: cocopro, P.IVA, ecc, e tutti quelli che ho sentito anche con le mie orecchie sono tutti sottopagati) ... ma chi crea il precariato se non le imprese??? Non possiamo sempre dire che la colpa è di qualcun altro ... non sento mai nessuno scusarsi, magari anche solo x piccoli errori (in fondo errare è umano, no?), per valutazioni che si sono rivelate non esatte. Non sento nessuno che si preoccupa delle pensioni ... non tanto per quando andare in pensione ma se quello che percepiremo, ci permetterà di sopravvivere ! Visto che il sistema sarà giustamente contributivo ... se come dice nell'articolo il buon Marco con 600 euro non si paga neanche la camera in affitto, con la futura pensione (che sarà dal 40 al 50% della retribuzione x i dipendenti fissi ... già, ma per i precari qualcuno ha mai osato fare stime???) cosa ci permetterà di fare? Quale sarà la nostra prospettiva??? Una pensione ridicola in uno stato senza soldi che non può fornirci un minimo di "socialità" (sanità, assistenza, ecc)???? E' forse giunta l'ora che tutti ammettano i propri sbagli: -che i politici scendano dai loro piedistalli e tornino a camminare con ed in mezzo alla gente, comprendendola e cercando il bene (presente e futuro) di tutti i cittadini; - che gli industriali ammettano i loro (faccio un esempio: l'estremizzazione della massimizzazione dei profitti); -che infine i dipendenti ammettano i propri (alcuni a scaldar la sedia per es.) Che ci si fermi tutti un attimo e si ricostituisca veramente un patto tra tutte le componenti della società ... per il bene di ciascuna, xchè è importante capire che siamo tutti legati gli uni agli altri. Ma questo succederà mai????? Perciò Marco, in bocca al lupo!



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