A voi la parola

Comuni più forti, attraverso l'iniziativa civica dal basso

Uno strumento popolare per superare il campanilismo

di Mauro Vaiani , pubblicato il 10 settembre 2011
immagine documento In questa Italia bloccata c'è qualcosa che noi cittadini possiamo fare direttamente, da subito, senza aspettare che cambino la Costituzione o le leggi: rafforzare il nostro primo governo, quello più vicino a noi tutti, le nostre amministrazioni comunali.

Dalla Toscana segnaliamo alcuni esempi di movimenti nati dal basso per l'unificazione di comuni troppo piccoli, che frammentano l'amministrazione di territori che avrebbero invece bisogno di una gestione unitaria. Uno di questi movimenti è nato da tempo all'Elba. L'isola toscana, con un territorio di circa 223 kmq, conta in tutto circa 30.000 abitanti ed è divisa in ben 8 comuni. L'iniziativa può essere seguita su questo sito.

Un'altra di queste iniziative, già all'esame del Consiglio regionale, si è sviluppata nel Casentino toscano, nella provincia di Arezzo, un territorio famoso fra l'altro per il santuario della Verna e per l'eremo di Camaldoli, attualmente diviso in ben 13 comuni.

Dibattiti di questo tenore stanno avviandosi in tutta Italia. E non solo in contesti rurali o montani. Dell'opportunità di unire i comuni si discute anche nelle realtà urbane, dove molti comuni sono già di fatto “attaccati” l'uno all'altro in conurbazioni che attendono di veder finalmente diventare realtà quelle “città metropolitane”, che da decenni avrebbero dovuto garantire loro un governo unitario più razionale.

L'unificazione dei comuni in realtà più ampie e adatte ai nostri tempi è un tema rigorosamente bipartisan e incontra un sostegno trasversale. La natura partecipativa del processo è garantita dall'art. 133 della Costituzione, che prevede che queste proposte di modifica delle circoscrizioni comunali siano sottoposte al vaglio di referendum popolari, indetti dalla regione. Non si deve in alcun modo attendere, per fare qualcosa per il nostro comune, che si smuova qualcosa nella palude politica nazionale! Bisogna invece attivarsi sul proprio territorio, organizzando raccolte di firme da sottoporre alle proprie autorità regionali.

Come fanno queste iniziative, ci si chiederà, ad avere ragione del nostro tradizionale campanilismo? Attraverso una riflessione che a ben vedere somiglia parecchio alla scoperta dell'acqua calda: già oggi i nostri comuni sono, nella quasi totalità dei casi, delle “comunità” che riuniscono diversi “borghi”, cioè frazioni, borgate, quartieri. Ciascun borgo è, per il cittadino, la prima dimensione comunitaria e il primo spazio civile, in cui ci si riconosce e ci si ritrova.

Tuttavia i cittadini del borgo riconoscono facilmente il loro essere parte di una comunità territoriale più ampia, sia essa rurale, montana, o anche urbana. Comprendono bene che solo se il proprio campanile è inserito in un comune più ampio, in una amministrazione territoriale meno frammentata, certi obiettivi di buongoverno sono più facilmente raggiungibili. Troppe frazioni minori e di confine, in comuni troppo piccoli e gracili, sono, al contrario, neglette e abbandonate.

L'unificazione dei comuni, va da sé, è anche un modo semplice e concreto per ridurre i costi impropri della politica. Non solo perché ridurrebbe il numero degli amministratori, ma soprattutto perché comuni più grandi e più forti non avrebbero più bisogno di comunità montane, comprensori, circondari o di altre forme di enti e autorità intermedie. Anche il dibattito sull'abolizione delle province risulterebbe decisamente incoraggiato da un serio processo di unificazione dei comuni.

Questi movimenti dal basso potrebbero portare presto, in modo democratico e partecipato, senza verticismi e senza forzature, a una forte riduzione del numero degli oltre 8.000 comuni italiani, in particolare di quelli, che sono oltre 5.000, che hanno meno di 5.000 abitanti.
Iscritto a Italia Futura, è dottorando in Geopolitica presso l'Università di Pisa.


tag:  comuni   cittadini   iniziativa popolare   semplificazione  


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#5 da ENRICO BARTOLINI, inviato il 19/9/2011
Ho casualmente ascoltato l'intervista a RAI 2 di una delle tante ragazze che hanno ammesso di aver partecipato ai festini a casa del Premier.
Costei ha detto di essere disposta a tutto pur di arrivare in alto, anche a "scalare sopra ai morti" ed a vendere la propria madre, oltre al proprio corpo.
Il Premier ha detto di non avere nulla di cui vergognarsi: mi piacerebbe che lo dicesse guardando negli occhi i propri figli ed i propri nipoti.
Le indagini dei PM avrebbero accertato lo scambio ragazze/appalti, a discapito degli imprenditori onesti, anche quelli per la ricostruzione dell'Aquila.
Premesso lo sconcerto el'amarezza, resta il fatto che è assolutamente necessario ed urgente darsi da fare per cambiare questa vergonognosa e dannosa situazione del nostro paese.






#4 da Asio otus, inviato il 12/9/2011
Il Governo infatti ha fatto un grossolano errore: accorpare i comuni con un "colpo di mano dall'alto", senza preoccuparsi di cosa pensino gli abitanti dei comuni interessati. Se certi ministri di fossero informati di più (come si conviene al incarico) sarebbero venuti a conoscenza di questi movimenti per l'unificazione dei comuni e avrebbero potuto ottenere lo stesso risultato, ma senza scontentare nessuno e senza mettersi contro una consistente parte dell'opinione pubblica. A quanto pare, è più semplice fare le cose con la forza, invece che rendere semplicemente legge la volontà dei cittadini che, stranamente, in questo caso avrebbe portato al medesimo risultato finale. Mi chiedo: se ci abbiamo pensato noi, perchè il Governo no?

#3 da pennadifalco, inviato il 11/9/2011
Una riforma delle istituzioni locali è necessaria,improcrastinabile,ineluttabile.I piccoli comuni,come ha sostenuto il Prof.Stancanelli,proprio su questo sito,non possono essere cancellati con un colpo di spugna.La cultura,la tradizione,la democrazia italiana,hanno come punto di riferimento i comuni.Allora auspicherei una riforma radicale del sistema delle autonomie locali,partendo dalle Regioni,organismi democratici senza anima,privi di tradizione e di storia.Chiediamo ad un sannita se si sente campano?,Chiediamo ad senese se si sente più contradaiolo o toscano?.La vera riforma deve partire proprio dall'accorpamento delle regioni,unificarle per omogeneità territoriale,riducendo in tal modo il numero dei consiglieri e degli assessori,snellendo una macchina burocratica elefantiaca,priva di un efficacia amministrativa.Ci vuole determinazione,capacità,volontà politica,per riammodernare e cambiare in meglio l'Italia,altrimenti le manovre economiche non saranno più in grado di salvare le sorti finanziarie del Paese.Le regioni,prive di un'identità specifica videro la loro nascita intorno agli anni settanta,non per spirito di federalismo democratico,ma per accontentare un famelico sottobosco politico,che sosteneva deputati e senatori.Molti appartenenti a questo sottobosco,non potendo arrivare in parlamento,si accontentarono di diventare consiglieri ed assessori regionali,partorendo leggi e leggine con un aggravio di spese non quantificabile.La giungla regionale è tra i maggiori soggetti che contribuscono all'aumento esponenziale del debito pubblico.Spetta alla classe politica fare tutto questo,ma hanno la volontà e soprattuto la capacità di farlo?

#2 da Mauro Vaiani, inviato il 11/9/2011
E' molto importante che siano i cittadini stessi, borgo per borgo, a decidere con quanti altri borghi vogliono unirsi, mettersi in "comune". Ed è altrettanto importante che nello statuto di ogni comune sia previsti strumenti per la rappresentanza e la valorizzazione di ogni singolo borgo. Ripeto comunque ciò che ho scritto nell'articolo: in un comune troppo piccolo spesso le frazioni sono trascurate; in un comune più grande tutte le frazioni, non solo il borgo capoluogo, possono contare su una "macchina" comunale più attenta e quindi più capace di rispondere alle esigenze di tutti i borghi (e di tutti i "borghesi", cioè dei cittadini sovrani!). Grazie dell'attenzione dedicata al mio articolo.

#1 da Graziano Beolchi, inviato il 10/9/2011
A mio parere, prima di procedere all'unificazione di alcuni comuni, soprattutto dei più piccoli, vanno fatte due considerazioni: la prima, quale peso di rappresentatività avranno le zone più remote e meno densamente abitate nell'ambito del nuovo territorio comunale? la seconda, quanto realmente inciderà sul "risparmio" netto complessivo detto processo di accorpamento? In provincia di Pavia, mi colpì un dato; vi sono alcuni comuni sotto i 1.000 abitanti che, con la cifra di euro 2.500/anno, realizzano tutti gli interventi di manutenzione all'arredo urbanistico. L'iniziativa civica dal basso è importante, al fine però di salvaguardare la rappresentanza delle realtà meno numerose. Faccio una provocazione: lasciamo i Comuni, aboliamo le Regioni ed accorpiamo le Province sulla base di due criteri: - contiguità geografica - profilo sociale, economico e produttivo Una riforma che assicura la presenza sul territorio alla base, taglia gli enormi sprechi che sono causati dalle Istituzioni "maggiori" ed elimina anche un pò di privilegi e di benefits del tutto superflui. Non credo sia un caso che addirittura Sony Ericsson abbia scelto un Comune di 76 abitanti (Villa Biscossi) per dare una dimostrazione della democraticità della comunicazione mobile, distribuendo a tutti i residenti uno smartphone Xperia X8. Penetrazione del 100% per tecnologie che spesso nelle realtà rurali sono in grossa difficoltà. La domanda é: chi si occuperebbe delle istanze decentrate dei cittadini di Villa Biscossi nel quadro di un Comune più forte ma certamente meno coeso sul piano sociale? Amministrare cinque comuni prima autonomi è molto diverso dal gestire una città, seppure con molti quartieri, in relazione alle spesso diverse contingenze che caratterizzano, da sempre, la "provincia" italiana. Il mio timore, in estrema sintesi, è che abolendo i piccoli comuni si finisca con il risparmiare poco (rispetto ad altre manovre ardite ma affascinanti, come quella del ridimensionamento delle Regioni) e, cosa ben peggiore, allontanare il cittadino dalle Istituzioni. Quando, invece, il cittadino deve diventare esso stesso le Istituzioni, in modo da configurare una nuova classe politica, quella dei cittadini "prestati" alla politica.



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