Crisi, manca persino l'istinto di sopravvivenza

L’Italia vista dai mercati

di Fabio Scacciavillani , pubblicato il 6 settembre 2011
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La situazione italiana appare sempre più instabile se analizzata attraverso notizie e grafici aggiornati in tempo reale sugli schermi Bloomberg in uno dei tanti trading floors a Londra, New York, Tokyo, Hong Kong o nei grandi centri finanziari regionali come Francoforte, Shanghai, Dubai, San Paolo o Chicago.

Il governo del paese con un debito pubblico pari al 10% del Pil mondiale, il cui mercato non precipita solo grazie ad acquisti massicci della Banca Centrale Europea invece di affrontare l’emergenza, si esibisce da settimane in quelle che il Presidente della Repubblica ha definito, eufemisticamente, come “oscillazioni nocive”.

Nelle stanze dove si decide se comprare o vendere BOT, BTP e CCT si trasecola di fronte al quotidiano sfoggio di insipienza della classe politica italiana. Solo tre settimane fa l’Italia era a pochi giorni dalla bancarotta, ma pochi se ne mostrano consapevoli. I rendimenti sui titoli benchmark erano già arrivati al 6,5%, ben oltre il limite di sostenibilità, ed era forse solo questione di ore prima che iniziasse il panico verso l’uscita di sicurezza.

In quei giorni di agosto la BCE, nell’estremo tentativo di impedire un avvitamento della crisi italiana che avrebbe squassato l’intera Unione monetaria, decideva di intervenire sul mercato secondario dei titoli pubblici italiani con acquisti massicci e contestualmente inviava una lettera in cui proponeva misure di mero buon senso sul bilancio pubblico con aggiustamenti tempestivi, permanenti inversioni di tendenza nella spesa e riforme strutturali. Un’iniziativa senza precedenti definita impropriamente “commissariamento”, in Italia, ma percepita nelle piazze finanziarie come un richiamo disperato non tanto al senso di responsabilità, ma all’elementare istinto di sopravvivenza di un governo incapace di pensare, prima ancora che di agire.

In quei giorni ci si attendeva che, tra acquisti di titoli sul mercato e pressante moral suasion sulle banche internazionali, la BCE sarebbe riuscita a invertire la rotta di collisione contro un iceberg finanziario alto quasi due trilioni di euro. Invece non si era ancora asciugata la firma del Presidente della Repubblica sul decreto che lo spettacolo di imbarazzante pochezza riprendeva con maggior virulenza di prima: misure annunciate e poi negate, provvedimenti estemporanei, idee balzane, veti contrapposti.

In questo clima sconcertante, nelle stanze dove si decide se concedere ancora una boccata d’ossigeno ad un paese in asfissia, si delinea ormai lo scenario del finale di partita. Pochi, pochissimi credono ormai che i conti torneranno quale che siano i saldi dichiarati. Non è nemmeno più una questione di entità della manovra: a fronte di un debito di duemila miliardi si tratta comunque di spruzzi nel mare. La BCE aveva richiesto al governo italiano una minima prova di responsabilità, un sia pur modesto segnale. Per settimane in quelle stanze si è mantenuto aperto lo spiraglio della fiducia. Ora il barometro segna tempesta.

La protezione della BCE potrebbe sfarinarsi presto sotto nuove ondate di vendite. Anche se si riuscisse a varare in settimana la manovra, il panico potrebbe non essere arginato. Una terza serie di interventi molto più pervasivi potrebbe dover seguire immediatamente. Accanto alla BCE e all’Unione Europea potrebbe dover scendere in campo il Fondo Monetario Internazionale.

L’unica fioca speranza in quelle stanze dove si decide se vendere o comprare è che questa terza manovra – varata, questa volta, da un governo dal polso fermo e dalla credibilità inattaccabile - finisca per affrontare davvero i tanti nodi dell’economia italiana.


Dopo aver lavorato presso il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea e il Dubai International Financial Center, è oggi Chief Economist e membro dell’Investment Committee dell’Oman Investment Fund, un istituto che non ha interessi in Italia e non detiene titoli pubblici di paesi membri dell'Eurozona.


tag:  mercati   credibilità   manovra   governo   mercati   btp   debito   deficit  


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#12 da GIUSEPPE DI FIGLIA, inviato il 10/9/2011
Sono sempre più convinto che la tempesta che continua a colpire i mercati finanziari con perdite di capitalizzazione giornaliera da brivido sia espressione di una crisi economica “globalizzata” dove l’Italia , la Grecia, la Spagna e il Portogallo sono i paesi più colpiti : le borse continuano a scendere sia perché questi paesi più direttamente interessati hanno difficolta’ a rientrare dal debito ma anche e perché il risparmiatore o per loro gli investitori mondiali cercano un’economia reale e produttiva, non più speculativa e accomodante. Credo che gli investitori non vogliano più ipotesi ma utili e non investono perché è crollato un sistema economico virtuale basato per lo più sulle attività finanziarie strettamente speculative(sistema già bocciato nel 2008).A letto dell’ammalato, in qualità di medico, non bisogna far solo ipotesi diagnostiche e mera costatazione di malattia, ma è necessario fare terapia. Penso a questo punto che l’attenzione di tutti dovrebbe essere rivolta al lavoro che manca : manca il lavoro e su questo bisogna rivolgere l’attenzione, con politiche flessibili che lo valorizzino. Ora ,essendo cardini dell’economia le banche, proprio loro secondo il mio parere potrebbero essere protagoniste di una delle riforme strutturali più importanti: orientare le loro attivita’sul credito e gli investimenti, perché economia genera economia. Non vuole essere una ricetta perché questa la riservo ai miei pazienti, e oltretutto non ne ho le competenze, ma vuole essere solo una riflessione su ciò che potrebbe essere una generica indicazione terapeutica, per la quale chiedo pareri: 1)Presenza massiva di Investing Bank: a loro il compito di un”finanziamento facile”(a tasso 0 con partecipazione agli utili), monitoraggio, amministraz. contabile e fiscale di progetti ’valutati eccellenti’ (anche nella media e piccola impresa, nell’artigianato ecc.) con corresponsabilizzazione e compartecipazione agli utili fino al lavoratore ultimo. 2)Pubblica amministrazione deburocratizzata e corresponsabilizzata .3)Ottimale programmazione delle libere professioni e 4)Conseguente liberalizzazione delle professioni con accesso immediato alla professione: tutti hanno diritto se si è preparati e competitivi ad avere la possibilità di emergere. No al park universitario e postlaurea. 5)Finanziamento statale di opere produttive, sociali e culturali ‘valutate eccellenti’, deburocratizzate, monitorate fino a compimento, frutto di una politica che sia politica eccelsa, rispettosa della dignità di pensiero e delle ragioni di tutti.6)Riforma scolastica con priorità di formazione ( attraverso una preparazione scremata del nozionismo cattedratico fine a se stesso) d’ individui capaci alla pratica di una professione eccellente . Grazie per lo spazio concesso.

#11 da Marco Lettera, inviato il 9/9/2011
Ringrazio Fabio Scacciavillani per la sua chiarissima risposta. Devo quindi concludere che ogni pur possibile effetto positivo dell’uscita dall’Euro, come per esempio sulle esportazioni, sarebbe totalmente spazzato via dallo tsunami finanziario e inflazionistico che ci colpirebbe. Riguardo al secondo punto intendo che nemmeno degli interessi sul nostro debito ben oltre il 6% o qualsivoglia altro fattore farebbero mai risultare conveniente l’uscita dall’Euro.
A questo punto però sono obbligato a riflettere, pur se con il senno di poi, sui criteri in base ai quali si decise di aderire alla moneta unica. L’Italia, infatti, si trovava già (nel 1992 ed anni precedenti) in condizioni di finanza pubblica non compatibili con il trattato di Maastricht e in una spaventosa crisi politica e istituzionale (mani pulite). Pure la situazione economica non faceva presagire un futuro facile e prospero. Lo spostamento delle produzioni industriali verso l’oriente, già in atto all’epoca, avrebbe richiesto un’innovazione esemplare del nostro sistema produttivo e dei servizi per poter mantenere competitivo il sistema Paese. Ma alla mancanza di adeguate politiche di sviluppo si aggiunse pure il carico delle manovre pro-euro non basate su interventi strutturali ma su misure prevalentemente fiscali (nessuno osò toccare le pensioni di anzianità). Quei governi pure, quindi, non hanno percepito alcun pericolo per il Paese per le mancate riforme strutturali e i rischi a esse collegati.
A questo punto mi appare sempre più chiaro che la mancanza di spirito di sopravvivenza è solo il sintomo più evidente dell’isolamento della classe politica dal Paese e dai suoi problemi reali. Solo così si può spiegare come mai che ci governa e ci ha governato, pur se democraticamente eletto, sia stato totalmente insensibile alle sofferenze di persone e imprese, nonché incapace di prevedere i problemi attuali.
Perciò dobbiamo ritenere che questa classe politica, includendo le forze di maggioranza e opposizione, i sindacati e tutti i responsabili delle amministrazioni centrali e locali, sia la vera responsabile del disastro attuale. Ma anche noi italiani, che abbiamo preferito la raccomandazione, il posticino sicuro, l’aiutino per la pensione, fare i furbi per non pagare le tasse e così via, dovremmo imparare che la classe politica va mantenuta sensibile costantemente, premiando solo chi davvero fa il bene del Paese. Mi auguro che tutto ciò serva a far cambiare gli italiani.

#10 da Fabio Scacciavillani, inviato il 8/9/2011
Rispondo al commento di Marco Lettera in basso. L'uscita dall'euro sarebbe un trauma epocale. Al momento non si possono prevedere le conseguenze perche' dipenderebbero in modo cruciale dalle reazioni dei mercati e da come viene gestito a livello politico (sia nazionale che UE). L'uscita dall'euro rappresenterebbe una bancarotta della Repubblica Italiana. Si possono fare due ipotesi di massima: 1) Un'uscita dall'unione monetaria ma mantenendo il debito pubblico e tutti icontratti stipulati in euro. Siccome la nuova lira si svaluterebbe di colpo il fardello del debito diventerebbe immediatamente impossibile da sostenere. Tutte le banche italiane (e alcune europee) fallirebbero di colpo e ci ritroveremmo in un'economia di baratto con la maggioranza delle imprese a rischio di chiusura. 2) Il debito viene convertito forzosamente in lire (ad un tasso da stabilire). Per effetto della svalutazione e dell'inflazione che ne conseguirebbe il valore reale del debito si abbasserebbe. Le banche italiane fallirebbero comunque (in realta' fallirebbero anche prima del ritorno alla lira, basterebbe l'annuncio) e l'unica differenza con lo scenario precedente consiste nel fatto che non ci sarebbe bisogno di negoziare formalmente con i creditori i termini della bancarotta. Ovviamente il ritorno alla lira costituirebbe una violazione dei Trattati Europei e quindi a quel punto qualcuno potrebbe chiedersi se non sia il caso di espellere l'Italia dalla Unione Europea. In sostanza verremmo declassati al livello di uno stato nordafricano. Per risalire la china ci vorrebbe una generazione, o comunque un periodo molto piu' lungo di quello che fu necessario per la ricostruzione post-bellica. Almeno in quegli anni arrivarono i soldi del Piano Marshall. Dopo l'uscita dall'euro nessuno ci farebbe credito.

#9 da Romano Perissinotto, inviato il 7/9/2011
Caro Ennio,
non sono un'economista ma un piccolo imprenditore che tutti i giorni vive le difficoltà di "fare impresa" in Italia. Cercherò quindi di darti la risposta che cerchi dal punto di vista delle Imprese.
Anche le Imprese tedesche e francesi hanno problemi a competere nel mercato globale. La verità è che (e non sono certo qui a biasimarli) non vogliono assumersi i problemi ed i debiti dell'"altra" Europa! Ma allora, mi domando che razza di Europa è? Inoltre, sono giustamente attratti dalle potenzialità di business nei Paesi Emergenti.
L'Europa mediterranea è quella parte che Berlino e Parigi vorrebbe assoggettare ad un rigore fiscale tale da bloccarne di fatto ogni dinamica di ripresa o di semplice respiro. D'altra parte è impossibile oggi per noi e gli altri Paesi Mediterranei fare come in Germania e, qualora lo fosse, ci vorrebbero molti anni per "educarci".
Credo che in ogni caso, anche i tedeschi pagheranno dazio, specie alla luce della persistente crisi della domanda e della occupazione anche negli Usa.
Salvare Portogallo, Irlanda e Grecia (oggi Spagna e Italia) con l' acquisto di titoli da parte della Bce è, a mio avviso, un'operazione volta a salvare le banche francesi e tedesche e non come paventato, finalizzata a stabilizzare le economie di questi Paesi, dove invece la stretta fiscale penalizzerà ulteriormente lo sviluppo.
La domanda da porsi è quindi : la Bce è una banca centrale per "l'Europa dell'euro" oppure è stata creata per far accettare al resto dell'Europa ciò che dietro le quinte viene deciso "a quattro occhi" dalla Germania nelle discussioni con la Francia?
Ardua la risposta...di fatto, credo, ci sono due Europa, che ben difficilmente potranno coesistere a lungo date le differenze culturali e sociali.
Come in una Azienda privata, un Paese ha bisogno di "fatturare" per mantenere i servizi, l'occupazione e la pace sociale. Abbiamo un patrimonio enorme di valori immateriali ed eccellenze su cui contare per vincere la competizione: costruiamo una classe dirigente che possa supportarli. In questa ottica, l'eventuale uscita dall'Euro non sarebbe così catastrofica come molti credono.

#8 da Nicola Lasorsa, inviato il 7/9/2011
E' chiaro che i mercati stanno puntando le loro fiches sullo sgretolamento dell'euro. Un piano credibile di rientro del deficit e del debito pubblico italiano, ad oggi, non può prescindere da una seria azione di recupero dell'evasione fiscale attraverso norme severe (anche penali) e controlli efficiaci e incrociati. Purtroppo manca (chiaramente) la volontà politica e i mercati lo sanno. E intanto il servizio del debito cresce (siamo al 5,5% di costo della raccolta attraverso i Btp a 2 anni)e il salasso diventa sempre più insostenibile. Sappiamo che oramai è solo una questione di credibilità. Facciamo ancora in tempo a slavare l'Italia e i suoi cittadini, ma con una compagine di governo allargata, di unità nazionale. Sarebbe un buon messaggio, anche per gli speculatori!

#7 da ennio, inviato il 7/9/2011
sento in giro dare addosso all'incapacità del governo, delle opposizioni e di ogni genere di classe dirigente e politico.. i motivi per farlo, d'altra parte, sono incredibilmente numerosi. Ma la domanda è: questa classe politica, è rappresentativa degli italiani? secondo me, assolutamente si.. prima di cambiare la classe politica, bisognerebbe cambiare gli italiani, che quando ti candidi, la prima cosa che ti chiedono è una assunzione o un favore!

#6 da Marco Lettera, inviato il 6/9/2011
Una domanda rivolta agli economisti.

Cosa succederebbe se l'Italia dovesse uscire dall'Euro?
E qual'è il limite oltre il quale potremmo essere obbligati, anche per convenienza (il male minore) ad uscirne?

#5 da Fabio Cellai, inviato il 6/9/2011
Concordo con quanto scritto, sfortunatamente. Anche le azioni intraprese oggi, forse, sono un'ennesima dimostrazione, indipendentemente dal considerarle positivamente o negativamente, del fatto che non vi sia alcuna organicità e visione d'insieme, e tantomeno percezione di quanto grave sia la situazione. Tutto quanto fatto fino ad oggi dimostra la volontà di non cambiare nulla, di soddisfare le varie clientele legate ai partiti, di cercare di mantenere intatto il fortino dei privilegi che la classe politica si e' costruita. Non sono un economista, ma il buon senso mi dice che presto vi sara' bisogno di una nuova manovra, perché il debito fino al 2013 aumenterà, perché, all'italiana, molti provvedimenti non troveranno giusta applicazione e perché nulla e' stato fatto per ridurre il debito, e quindi incidere sul'enorme monte interessi che paghiamo. Inoltre rimane assolutamente non toccato il problema della corruzione e della mala gestione, cosa che grava di costi enormi il nostro sistema.

#4 da manuel bertapelle, inviato il 6/9/2011
Caro Fabio, non credi che tutta questa situazione si sia venuta a creare a causa di anni di governo di una classe politica incapace di guardare sistematicamente al futuro del Paese ma solo al clientelismo, al bacino elettorale, al proprio perimetro politico pensando che l'Italia fosse sempre e comunque una nazione economicamente solida e inviolabile? Non mi riferisco solo all’era del l’attuale presidente del consiglio, serebbe riduttivo, ma l’origine è molto più lontana e penso anche a quella miriade di governi transitori degli anni Ottanta che tanto male hanno fatto alle casse dello Stato.
Nel nostro Paese mancano due cose essenziali per potersi definire moderno e avanzato:
Meritocrazia, nel settore pubblico come nel privato;
Etica, l'interesse del singolo (o di una minuta cerchia oligarchica) viene prima della collettività.
Servono ora persone nuove, capaci, preparate, competenti e soprattutto oneste. Italia Futura ne potrebbe rappresentare la fucina. Io lo spero.

#3 da Fabio Scacciavillani, inviato il 6/9/2011
Io credo che Germania, Francia e tutti gli investitori internazionali abbiano interesse che la crisi venga arginata. Non credo che nessuno abbia interesse a gravare i contribuenti di aliquote fiscali maggiori, anzi i governi dell'EU sarebbero ben contenti se il debito italiano venisse pagato con le dismissioni di patrimonio pubblico, delle tante aziende municipalizzate, fondazioni e via elencando. E sarebbero ancora piu' contenti se l'Italia tornasse a crescere. Questo era il senso della lettera della BCE, almeno per come la interpreto io. Sono d'accordo che questo governo non ha nessuna voglia di toccare gli interessi delle proprie clientele. Basti vedere che tra i Sindaci in prima fila nella protesta contro i tagli c'e' un certo Alemanno che (stando alle cronache) ha imbottito l'ATAC di personale non certo indispensabile.

#2 da Asio otus, inviato il 6/9/2011
Più che l'istinto di sopravvivenza, manca proprio la volontà di cambiare le cose: se fossero davvero effettuate tutte le riforme necessarie, poi i politici attuali come potrebbero mantenere le loro posizioni e i loro privilegi? Inoltre, non c'è nemmeno la volontà di ammettere la gravità del momento in cui ci troviamo, chi siede sulle "poltrone del potere" ha da anni perso il senso della realtà e crede di vivere in un Italia che non esiste più o forse non è mai esistita. Direi che tocca a noi occuparci dell'Italia che verrà...

#1 da Romano Perissinotto, inviato il 6/9/2011
Caro Fabio,
condivido il contenuto del tuo articolo, rilevando in particolare quello che ritengo il punto critico, ovvero il limite di sostenibilità dei tassi che non lascia spazio a concrete azioni rivolte alla crescita del pil nazionale. Nessuna manovra che prescinda da una politica di vere liberalizzazioni e privatizzazioni potrà produrre effetti positivi. Oltre naturalmente ad un attento controllo e riduzione della spesa pubblica.
Consentimi tuttavia una personalissima considerazione in merito all'atteggiamento assunto da parte dell' "asse" franco/tedesca, palesemente espressa nelle parole del Cancelliere tedesco che accomuna Italia e Grecia: l'Italia non è la Grecia. Il patrimonio pubblico nazionale sarebbe da se sufficiente per garantire l'inversione della situazione italiana. La Francia ed ancora di più la Germania, hanno interesse a gravare il paese Italia da alte aliquote fiscali e dal debito pubblico che, ovviamente, sottraggono risorse altrimenti destinabili alle Imprese ed alle famiglie.
Il vero problema, o meglio, la tragedia è che manca la volontà politica di attuare una reale riforma liberale!
Un appello quindi a Luca che sorge spontaneo dagli innumerevoli post che ho letto sul sito di IF: carpe diem per un deciso intervento che porti in Parlamento idee ed azioni concrete e pragmatiche, non contaminate dagli squallidi giochini di palazzo.



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