L’ultima novità della manovra finanziaria riguarda il diritto del lavoro, con un emendamento si consente alla
contrattazione locale di
derogare alle leggi sul lavoro. In altre parole, sindacati e imprenditori locali – fatti salvi, e ci mancherebbe, Costituzione e norme comunitarie – possono stabilire il loro regime lavorativo, comprese le compensazioni in caso di licenziamenti.
Si tratta di
una misura sbagliata perché soffre dello stesso male sofferto dalla politica economica degli ultimi dieci anni: è una misura parziale che avrà l’effetto principale di
continuare a frammentare e dividere le condizioni di lavoro, mentre il paese al contrario
ha bisogno di riforme che uniscano, riforme che servano a ricucire una economia e una società sempre più disperse in mille rivoli di condizioni e norme.
Lo spettacolo delle scorse settimane attorno alla manovra finanziaria ha reso palese il
limite strutturale della cultura politica della maggioranza e dell’opposizione nell’affrontare la politica economica. Non vi sono idee o visioni che si contrappongono, ma
soltanto liste della spesa in cui ogni provvedimento può essere introdotto o scomparire a seconda dei rapporti di forza interni e dei diversi interessi che si vogliono colpire o difendere.
Non c’è alcuna visione complessiva, nessun filo che leghi tra loro le diverse misure.
È questa la differenza fondamentale tra la
contromanovra proposta da
Italia Futura, la manovra del governo e le proposte dell’opposizione. Italia Futura sostiene certo numerosi interventi ognuno dei quali dotato di una sua complessità tecnica, ma cerca anche di
identificare un futuro possibile in cui i sacrifici che si chiedono possono essere accettabili non perché colpiscono chi non può difendersi, ma perché si inseriscono in un
disegno generale al quale tutti sono chiamati a contribuire e che quindi a tutti appartiene. Il futuro dell’Italia è quello in cui vivremo tutti e solo se ognuno è consapevole del proprio contributo è possibile costruire, in questo momento di crisi, basi solide per i prossimi anni.
Per questa ragione
Italia Futura ha proposto una
manovra che da un lato chiede di
alzare l’età della pensione (avvicinandoci agli altri paesi europei), ma dall’altro propone una
ragionevole tassa patrimoniale, in modo tale che chi è più ricco contribuisca con nuove risorse a investimenti per scuola, università e ricerca. Sul mondo del lavoro, la nostra proposta è di avere un
nuovo contratto per i nuovi assunti che da un lato mette un freno alla libertà totale di licenziare e assumere che è tipica di tutti i contratti precari e che riguarda milioni di italiani. In cambio di un contratto più stabile, tuttavia, è necessario
sgravare le imprese da costi del lavoro eccessivi e
prevedere tutele economiche per i lavoratori che dovessero essere licenziati.
I nostri
conti pubblici sono in sofferenza ormai da troppo tempo ed è necessario
abbattere il debito per poter liberare risorse. Ma il pareggio di bilancio e dunque il controllo serio della spesa va accompagnato ad una
razionalizzazione e quindi rafforzamento
del ruolo della politica e degli enti pubblici. Il punto non è dibattere su quante province tagliare o quali, come dalle discussioni surreali delle scorse settimane. Abolire le province e altri enti costosi e dalla funzione incerta deve accompagnarsi ad un rafforzamento del ruolo e funzione degli altri enti.
Asciugare la macchina pubblica non è un modo semplicistico per fare cassa, ma deve servire a renderla più forte, autorevole, efficiente.
Infine, Italia Futura da tempo denuncia la
gravità di un patto fiscale sfibrato, che vede contemporaneamente una grande evasione e una intollerabile pressione fiscale. Ma anche questo problema si può affrontare solo in una logica di insieme, in cui
ogni risorsa recuperata dall’evasione serva a ridurre le tasse di chi le ha sempre pagate. Invece, ancora una volta il
governo intende usare i proventi della lotta all’evasione semplicemente per
continuare a spendere senza riformare nulla. In questa maniera forse si ridurrà l’evasione, ma le tasse continueranno ad aumentare e, senza riforme adeguate, i servizi pubblici rimarranno inefficienti.
Purtroppo la politica della lista della spesa ha dominato gli ultimi dieci anni e continua a tenere la scena. Si ergono
nuove barricate su singoli provvedimenti senza comprendere che
solo con misure coerenti tra loro, che diano il senso di un rinnovato patto di cittadinanza,
è possibile unificare e rafforzare il tessuto economico e civile dell’Italia.