Non si faccia pagare la crisi ai giovani

Ristabilire il patto tra generazioni

di Massimo Brambilla , pubblicato il 7 settembre 2011
immagine documento
La recente crisi del debito sovrano dei paesi periferici dell’Unione Europea con gli attacchi speculativi al mercato dei titoli di Stato dei cosidetti PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) a cui si è successivamente aggiunto il nostro Paese ha riportato al centro dell’agenda della politica Italiana un tema che è stato colpevolmente assente negli ultimi anni, vale a dire la politica economica e l’effetto della stessa sulle prospettive della nostra economia.

Purtroppo, come spesso capita nel nostro Pase, tale evento è stato indotto da una situazione di emergenza e dal combinato disposto della crisi dei mercati e delle pressioni provenienti dalla Banca Centrale Europea e non da un’autonoma presa di coscienza da parte dei nostri rappresentanti in Parlamento.

Dimenticando per il momento le considerazioni su come una classe dirigente di un Paese come il nostro possa dimenticare per anni che tra i principali compiti della politica ci sia il confronto costruttivo e non ideologico su come garantire la competitività e l’equilibrio della nostra economia, è invece importante non sprecare quest’opportunità per apportare una serie di interventi che possano avere un impatto strutturale sull’equità, efficienza ed efficacia del sistema economico italiano.

Questo non può prescindere da un’analisi su quali sono le prospettive dello scenario economico globale nel medio termine e delle possibili conseguenze sul sistema delle imprese e sulla ricchezza della Societá e dei cittadini.

Nel Gennaio 2010 il McKinsey Global Institute ha pubblicato uno studio dal titolo “Debt and deleveraging. The global credit bubble and its economic consequences”. Oggetto dello studio è l’evoluzione del debito sistemico (inteso come la sommatoria del debito pubblico, del debito del sistema imprenditoriale e finanziario e del debito delle famiglie) nelle principali economie mondiali.

Il rapporto tra indebitamento totale e Prodotto Interno Lordo nel periodo 1995-2008 è cresciuto in misura esponenziale nelle dieci principali economie mature del mondo, passando dal 200% ad oltre il 300%. I Paesi in cui il suddetto fenomeno è stato maggiormente accentuato (seppur con differenti composizioni dell’indebitamento) sono il Regno Unito (dove il rapporto è arrivato al 469%), seguito da Spagna, Corea del Sud, Francia, USA e Italia. Gli unici paesi in cui la crescita dell’indebitamento sistemico è stata moderata sono Germania, Svizzera, Giappone e le economie emergenti.

Questa tendenza ha conosciuto un'inversione a metà 2009 con l’avvio della cosidetta fase di deleveraging (vale a dire di riduzione dell’indebitamento totale di un sistema economico) che, con tutta probabilità, diventerà ancora più accentuata a partire dall’ultimo trimestre del 2011 con l’effetto delle politiche finanziarie intraprese da numerosi paesi dell’Unione Europea (incluso il nostro) e dagli USA, in risposta alle già citate tensioni sui mercati obbligazionari.

Questa non è una dinamica nuova per chi ha studiato un po' di storia economica. Fenomeni di deleveraging sono tipici di ogni fase successiva ad una crisi finanziaria a partire dalla Grande Depressione degli anni 30 negli USA. Per citarne solo alcuni, processi di deleveraging si sono verificati negli USA tra il 1933 e il 1937, in Spagna tra il 1976 ed il 1980, in Regno Unito tra il 1947 ed il 1980 ed in Finlandia tra il 1991 ed il 1998.

Tipicamente queste lunghe fasi di riduzione dell’indebitamento sistemico di un’economia iniziano 2 anni dopo lo scoppio di una crisi finanziaria, hanno una durata media di 6-7 anni, comportano una riduzione dell’indebitamento complessivo in misura pari al 25% ed una contrazione dell’economia nei primi 2-3 anni.

La differenza rispetto al passato è che il deleveraging che stiamo affrontando non caratterizza una singola economia ma gran parte delle economie globali. Sembra quindi lecito attendersi che gli effetti sulla crescita economica conseguenti al deleveraging siano destinati ad amplificarsi.

È pertanto probabile che i prossimi anni siano caratterizzati da uno scenario economico globale in contrazione.

Immaginando che l’economia mondiale sia una enorme torta, la sfida sarà di cercare di aumentare la fetta che il nostro Paese sará in grado di mangiare, in quanto la torta probabilmente sarà destinata a contrarsi.

È questo il presupposto su cui basare la futura politica economica Italiana.

Purtroppo non si cancellano vent’anni di assenza di una qualsivoglia capacità di pianificazione strategica con una sola manovra finanziaria.

Il processo sarà lungo e non indolore. E sarà necessario immaginare meccanismi di tutela di chi maggiormente soffrirà nel breve termine.

Luigi Zingales, insieme con Raghuram G. Rajan scrisse nel 2003 un bel libro dal titolo “Salvare il capitalismo dai capitalisti”. Il tema dominante del libro è che esistono una serie di soggetti che minano il sistema capitalistico alle sue basi. Per Zingales e Rajan questi soggetti sono coloro che mirano a limitare gli effetti della libera concorrenza cercando la protezione dello Stato e distraendo risorse che potrebbero essere indirizzate in modo più efficiente. Sono tutti coloro che beneficiano delle limitazioni del libero gioco della concorrenza, al fine di tutelare le proprie, personalissime, rendite di posizione.

Quando un’impresa non è più competitiva, non a causa dei vincoli indotti dal sistema ma della sua stessa incapacità di stare sul mercato, va lasciata fallire. Gli aiuti di Stato sono da considerarsi alla stregua di un inutile accanimento terapeutico che distrae risorse economiche che potrebbero essere destinate a settori o aziende con reali prospettive di crescita o alla protezione dei soggetti più deboli della Società.

Molte aziende soffriranno a causa del processo di deleverage globale. La politica deve avere la lucidità di lasciare scomparire quelle per le quali le dinamiche economiche globali rendono anti economica la permanenza in vita e di focalizzarsi sui settori in cui ci sono reali prospettive di creazione di ricchezza per il nostro Paese. Vanno create le condizioni per fare crescere le imprese competitive (che non mancano in Italia), incentivando, per esempio, gli investimenti in ricerca e sviluppo tramite una più stretta cooperazione tra Università ed azienda e fallire quelle che non lo sono più. La possibilità di fallire e ripartire è uno dei presupposti di una libera economia di mercato.

Questo non vuol dire dimenticare gli impatti sociali del fallimento di un’impresa. Per ogni impresa che fallisce ci sono lavoratori che perdono il posto di lavoro, sia che lavorino nell’impresa in oggetto o in quelle dell’indotto.

È per loro che vanno creati adeguati strumenti di tutela.

I giovani sono la fascia sociale che maggiormente sta soffrendo a causa della crisi e che risentirà in misura più significativa degli effetti del deleverage globale. È principalmente (anche se non solo) su di loro che si deve concentrare la politica economica dei prossimi anni e l’azione di protezione dagli effetti del deleveraging.

Ogni fenomeno di deleverage che colpisce una singola generazione è conseguenza di un eccesso in termini di indebitamento della generazione precedente. I giovani italiani sono le vittime collaterali della mancanza di lungimiranza dei rappresentanti di chi li ha preceduti. Mettere in atto misure di supporto dei giovani italiani è pertanto, in primo luogo, un segno di giustizia inter - generazionale.

In secondo luogo ogni euro dato in più ad un giovane o una nuova famiglia ha un impatto positivo sull’economia. I giovani hanno una maggiore propensione alla spesa in quanto la creazione di una nuova famiglia o, semplicemente, il distacco dai genitori generano necessità di spesa.

Infine i giovani sono gli attori del futuro del nostro paese. Investire su di loro equivale ad investire sul futuro.

Una politica di sostegno finanziario alle giovani generazioni è, pertanto, non solo giusta, ma anche efficiente economicamente e strategicamente lungimirante.

Ma come tradurre i principi in pratica? Immaginiamo tre possibili misure (alcune delle quali già oggetto di proposta da parte di Italia Futura, ma di ancora maggiore urgenza alla luce del peggioramento del quadro macro economico globale).

Sgravi fiscali

L’economista Americano Arthur Laffer nel corso degli anni '70 creò la teoria secondo la quale, oltre un certo livello di tassazione, ad una riduzione delle aliquote fiscali corrisponde un più elevato gettito in ragione dell’impatto positivo sulla creazione di ricchezza derivante da un maggiore stimolo alla produzione di ricchezza indotto dalla più bassa tassazione.

La curva di Laffer fu alla base della cosidetta Reaganomics, caratterizzata dalla diminuzione delle aliquote di imposizione fiscale marginali più elevate e dalla crescita sia del debito pubblico che del PIL dell’economia USA.

Va ripreso e ribaltato il concetto della Curva di Laffer. Va ridotta la pressione fiscale sui redditi più bassi (e sul reddito da lavoro dipendente in generale) che, spesso, sono quelli delle generazioni più giovani (bilanciato da una più efficace azione di contrasto nei confronti dell’evasione fiscale e dalla eliminazione dei privilegi derivanti da antiche rendite di posizione). Questo aumenterebbe la capacità di spesa dei giovani e delle nuove famiglie con un benefico effetto sull’economia nel suo complesso. In aggiunta vanno aiutate con misure strutturali le imprese Italiane meritevoli al fine di fare loro intercettare l’incremento dei consumi derivante dai suddetti sgravi fiscali, aumentando la competitività rispetto ai concorrenti stranieri.

Bolsa Familia

Una delle politiche sociali maggiormente efficaci nell’ultimo decennio è l’istituzione da parte dell’ex presidente Inacio Lula da Silva della Bolsa Familia in Brasile. La Bolsa Familia è un programma di supporto finanziario da parte del governo Brasiliano per le famiglie in condizioni di maggiore povertà. La Bolsa Familia ha riguardato 12 milioni di famiglie (con un reddito pro capite inferiore a R$ 120 al mese) su tutto il territorio brasiliano ed ha avuto come impatto ridurre (con un costo pari allo 0,4% del PIL) il numero di famiglie in condizioni di povertà estrema dal 12% del 2003 al 4,8% del 2008. Il programma si basa su una serie di aiuti economici alle famiglie basati sulla loro partecipazione ad una serie di programmi di ispirazione governativa quali il monitoraggio della frequenza scolastica dei bambini, la partecipazione ad attività socio-educative, la partecipazione a programmi di vaccinazione di massa, ad attività di screening nutrizionale ed a test pre e post natali.

La Bolsa Familia ha avuto un tale successo da essere stata imitata da molti altri governi (inclusi il Messico ed il sindaco Michael Bloomberg di New York che ha introdotto nel 2007 il programma NYC Opportunity che prevede aiuti finanziari alle famiglie condizionati alla frequenza scolastica ed alla prevenzione medica per i bambini delle famiglie più povere).

Secondo l’ISTAT in Italia 3 milioni di cittadini versano in condizioni di povertà assoluta e 8 milioni in condizioni di povertà (pari, in totale, al 16% della popolazione) con un’incidenza crescente nelle fasce più giovani della popolazione. Per contrastare questo fenomeno si può immaginare l’applicazione di un programma similare alla Bolsa Familia anche nel nostro Paese tramite un programma di supporto finanziario alle famiglie giovani, condizionato alla partecipazione ad una serie di politiche di generalizzata utilità sociale (per esempio partecipazione a corsi di formazione / lingue, controllo del peso dei bambini / utilizzo dei mezzi pubblici ai fini della riduzione dell’inquinamento).

Incentivi alla formazione e all’inserimento professionale

Il sistema educativo Italiano ha vissuto per anni un processo di dissociazione rispetto alle dinamiche dell’economia globale. Mentre la scena economica globale è diventata sempre più competitiva e sempre di piú la cosidetta “economia della conoscenza” è centrale nella determinazione della competitività di un singolo Paese, gli investimenti in educazione nel nostro Paese in rapporto al PIL sono rimasti stabilmente al di sotto di quelli delle altre economie mature (4.5% medio nel periodo 2005-2008 contro il 5,6% della Francia e il 5,5% degli USA e del Regno Unito – fonte UNESCO). In aggiunta, il livello di abbandono scolastico (inteso come percentuale di giovani tra i 18 e 24 anni senza una qualifica di scuola secondaria superiore) è pari al 19,2% contro una media UE del 15,9% e, come ricordato in un precedente articolo, il punteggio medio nel test PISA 2009 (Programma per la Valutazione Internazionale dell’Allievo) è pari a 486 contro una media OECD di 496.

A fronte di un sistema educativo con pochi investimenti e scarsa efficacia, i giovani affrontano un mercato del lavoro caratterizzato da una forte rigidità volta a tutelare chi è già all’interno del sistema e a penalizzare i soggetti che cercano di entrarci.

È necessario ripensare profondamente la strategia del sistema educativo italiano non solo aumentando gli investimenti pubblici, ma anche adottando meccanismi di monitoraggio dell’efficienza dei suddetti investimenti, basando la spesa sui miglioramenti delle performance degli studenti ai test di valutazione internazionali, privilegiando gli istituti scolastici eccellenti e penalizzando quelli con minori risultati.

Inoltre vanno incentivati gli studenti con migliori risultati con borse di studio e prestiti d’onore che consentano la partecipazione a percorsi educativi di eccellenza a livello mondiale subordinata alla successiva permanenza dello studente nel nostro Paese dopo la laurea.

Infine va incentivato l’ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani, creando meccanismi di incentivo giuridico ed economico per le imprese.

In Italia (anche se non solo in Italia) è stato violato il patto tra generazioni. È il patto che faceva affermare nel 1820 a Thomas Jefferson, uno dei padri della democrazia in America, che è "obbligatorio per ogni generazione di ripagarsi i propri debiti. Un principio che, se rispettato, risparmierebbe metà dei conflitti”.

La crisi attuale è stata indotta da decenni di irresponsabile accumulo di indebitamento a scapito delle generazioni successive non bilanciato da investimenti sulla formazione delle stesse ed il conseguente processo di deleverage imposto dai partner europei e dai mercati nasconde un’opportunitá per la classe politica Italiana. È la possibilità di ristabilire il patto con le generazioni più giovani prevedendo una serie di misure a loro sostegno che, almeno parzialmente, agiscano da indennizzo degli effetti delle politiche del passato. Questo è il momento di farlo, nell’ambito di un ripensamento della politica economica Italiana. L’alternativa non sarà solo l’auspicabile scomparsa dell’attuale classe politica, ma la condanna senza appello della stessa da parte della Storia.

E' Managing Director per l’Europa di Fredericks Michael & Co., una società di consulenza basata a New York, che si occupa di dare sostegno consulenziale ad imprese europee interessate ad crescere a livello internazionale tramite acquisizioni, fusioni e Joint Ventures. Laureato presso l’Universitá Bocconi, ha lavorato per numerose banche d’affari Italiane ed internazionali ed è stato consulente dei Comuni di Milano, Bologna, Firenze e Palermo per diverse privatizzazioni nell’ambito dei servizi pubblici locali.


tag:  giovani   crisi   lavoro   liberalizzazioni   futuro   welfare  


STAMPA:   per visualizzare la versione per la stampa clicca qui

LASCIA UN COMMENTO | Leggi il DISCLAIMER


#1 da Giuseppe, inviato il 8/9/2011
Leggo con piacere una valutazione attenta e con contenuti fuori dagli schemi dell'informazione. Sottoscrivo pienamente e aggiungo, che secondo me, in Italia manca anche una politica di sostegno delle Famiglie in termini di servizi(asili, supporto, ecc)e di lavoro (astensioni varie, assegni familiari ecc.). La Germania, l'Olanda insegnano molto in tal senso. Con amarezza devo evidenziare come negli ultimi 20 anni o poco più, la ricerca in Italia non sia stata sostenuta da una vera politica economica; abbiamo dei grandi esempi di come l'iniziativa privata in tal senso abbia portato a dei fenomeni importanti, ma il supporto da parte dello Stato avrebbe generato un circolo virtuoso, che avrebbe consentito anche di poter mantenere un vantaggio competititvo sulle comunità emergenti con economie in crescita quasi in doppia cifra. La strada è ardua perchè purtroppo ancora una volta è stata persa l'occasione di cominciare ad intraprendere un cammino virtuoso. Speriamo nel Futuro grazie Giuseppe



nome

email
cap
link

commento
Inserisci il codice di verifica:
Ascolta il codice segreto

 


Conosci ItaliaFutura
Il progetto, le persone, le attività
Rimettiamo in moto il Paese
La contro manovra di Italia Futura
Associazioni regionali
Italia Futura nel territorio
Partecipa!
Vuoi collaborare alle attività di Italia Futura?


nome

cognome

carica

amministrazione

Nazione
Provincia
Comune

Mi piace questa proposta e voglio aderire
email
cap



nome e cognome
email
cap
scuola

commento

nome e cognome

email
cap

Racconta