Italia Futura ha definito “insufficiente e iniqua” la manovra economica del Governo, soprattutto perché incapace di affrontare i problemi strutturali del paese. Contestualmente abbiamo presentato
un pacchetto di proposte alternative che hanno raccolto moltissime adesioni da parte dei nostri associati e da esponenti delle più diverse realtà civili e che hanno suscitato interesse e discussione in gran parte del mondo politico. Con lo stesso spirito di analisi e di contributo alla soluzione dei problemi reali vogliamo quindi leggere
le proposte di politica economica avanzate dal principale partito di opposizione.
Perché la nostra speranza, come quella della gran parte degli italiani che guardano alla sostanza delle soluzioni piuttosto che al colore delle ideologie, è che anche
il nostro paese possa finalmente dotarsi di una opposizione di stampo europeo. Un’opposizione che oggi pungoli il governo sui problemi reali e che faccia capire alla società civile come governerebbe domani se dovesse raccogliere i necessari consensi elettorali.
Un’opposizione che sia dunque capace di spiegare agli italiani come affronterebbe concretamente le tre grandi e vere priorità del momento:
1. l’urgenza di aggredire il debito pubblico con misure strutturali, profonde e di effetto duraturo;
2. la necessità di intervenire sui costi di gestione della “macchina Italia”, e dunque sugli sprechi e le inefficienze che affliggono le istituzioni e gli strumenti dell’azione pubblica;
3. il dovere di rimuovere i troppi vincoli e impedimenti che ad ogni livello impediscono il pieno sviluppo dell’iniziativa economica e imprenditoriale.
Tre priorità che dovrebbero essere affrontate, oggi e non domani, all’insegna di
una coraggiosa e risolutiva “operazione verità” per restituire all’Italia lo slancio indispensabile a uscire dalla crisi e a recuperare la pienezza del proprio straordinario potenziale.
Con rammarico, dinanzi alle proposte del Partito democratico non possiamo che avvertire un forte senso di delusione. Delusione per
la vaghezza delle soluzioni che si disegnano e per la mancanza di quel coraggio e di quella qualità che l’emergenza del momento imporrebbero ad una forza responsabile che intende prepararsi al governo di domani. La qualità manca quando ci si lamenta per le dimensioni della manovra dimenticando che le previsioni di crescita su cui si basa sono state già riviste al ribasso (e che quindi non è poi nemmeno detto che la manovra basti). Manca nel momento in cui
si avanzano proposte alternative senza indicare puntualmente quali interventi della manovra governativa andrebbero a sostituire e con quale impatto sui saldi. Manca nel momento in cui le proposte alternative si traducono in un generico e chilometrico menu di cui è pressoché impossibile valutare la concreta rilevanza dal punto di vista dei meccanismi che governano la spesa pubblica italiana. Manca quando si avanzano ipotesi di nuove imposte (patrimoniali e fortemente progressive) senza peraltro specificare scaglioni ed aliquote per non impressionare i contribuenti. Manca quando si elencano provvedimenti di spesa (indicati pudicamente come “politiche industriali”)
senza accompagnarli con la dovuta copertura. Manca quando si parla di “dismissioni e valorizzazione di immobili demaniali” (e non viceversa) senza peraltro chiarire che i relativi incassi, per quanto modesti, andranno a riduzione del debito. Manca quando si agitano temi ad alto valore simbolico - e ovviamente condivisibili - ma privi di qualunque rilevanza per il tema oggetto di analisi (e valga, per tutti, l’esempio del falso in bilancio).
Ciò non toglie che dai dieci punti che compongono la proposta alternativa del PD emerga
un’idea piuttosto chiara del paese, del contesto in cui esso si muove e della direzione di marcia che il PD vorrebbe dargli. Colpisce, innanzitutto, il ritorno del mito di una “Europa di sinistra”, che liberata dal governo delle Destre potrà finalmente darsi strumenti diversi da quelli dell’equilibrio dei conti pubblici. Colpisce perché è
il segno più evidente della regressione politica del PD, nato anche dalla tradizione migliore dell’europeismo italiano (quella che negli anni ’90 fece del vincolo esterno e della moneta unica il perno per il risanamento delle finanze pubbliche) e finito a recuperare un vecchio arnese della più vecchia socialdemocrazia: quella che negli anni ’50 leggeva con diffidenza nell’Europa comunitaria un “progetto del grande capitale”. Poco importa, naturalmente, che tutti i governi europei si trovino – non diversamente da quello americano – ad operare in un quadro di vincoli stringenti derivanti dalla crisi finanziaria. Poco importa che gli stessi vincoli finirebbero per indurre anche governi di sinistra a porsi concretamente il tema della ridefinizione del rapporto fra lo Stato ed i cittadini e a pretendere che tutti i paesi membri dell’Unione se lo pongano.
Pensare che il pareggio di bilancio sia di destra significa porsi al di fuori dell’Europa: quella di oggi e quella di domani.
Sul piano nazionale, colpisce l’idea di una ristrutturazione degli assetti istituzionali e dei comportamenti delle pubbliche amministrazioni che oscilla fra il timido (le Province non si eliminano ma si dimezzano) e il generico (la spending review si riavvia, le best practices e i costi standard si introducono, …).
Difficile, per l’osservatore, valutare la concretezza di propositi che sembrano elencati più per dovere che per convinzione. Facile, per l’osservatore, dubitare di quei propositi alla luce dei comportamenti degli ultimi governi di centrosinistra.
E, sempre sul piano nazionale, colpisce ancora l’idea di un paese caratterizzato da una pressione fiscale anche significativamente superiore a quella attuale e da livelli di spesa pubblica non necessariamente inferiori a quelli oggi prevalenti, e da una crescita sostenuta in primo luogo dalla spesa pubblica. Difficile, per l’osservatore, distinguere questo quadro da quello presente nella manovra governativa, caratterizzata anch’essa da una pressione fiscale in crescita e da una spesa pubblica difficile da contenere. Facile, invece, per l’osservatore, comparare questo quadro con quello per esempio contenuto
nelle proposte di Italia Futura.
“Oltre a dire cosa si vuole fare, bisogna anche spiegare da che parte si sta”, ci ha severamente ricordato qualche giorno il segretario del Partito Democratico.
Italia Futura ha da tempo scelto da che parte stare. È la parte di coloro che vogliono superare la logica del “con me o contro di me” che ci ha portato fin qui, coloro che vogliono dare un contributo per affrontare i problemi reali del paese. E la contromanovra del PD può forse impedire che vengano oggi allo scoperto i tanti problemi interni dell’opposizione ma temiamo che sia tutt’altro che adeguata a risolvere quelli del paese.
Le dichiarazioni battagliere non bastano, infatti, per nascondere la realtà.
Il Partito Democratico sembra essere stato traghettato all’indietro: dai lidi nuovi di una formazione che doveva fondere in una nuova identità i diversi riformismi italiani a quelli antichi di un post-comunismo tanto orgoglioso della propria identità quanto incapace di pensare e governare il mondo nuovo e il ruolo dell’Italia. Il rumore di fondo di questa regressione è
il silenzio imbarazzato dei riformisti del PD, ancora numerosi e un tempo appassionati, che avevano creduto alla novità del progetto e che si ritrovano prigionieri di
una vecchia casa politica che mostra orgogliosa i suoi antichi arredi.