L'estate del 2011 rimarrà quella in cui la superpotenza americana è stata colpita in pieno da quello che l'ha resa così forte nel ventesimo secolo: la sua potenza economica. Il declassamento del suo debito è il declassamento di un intero paese. Più che un fulmine è uno schiaffo, che lascerà tracce sul volto dell'America e, indubbiamente, condizionerà il ruolo statunitense a livello mondiale. Questo declassamento, che farà ancora discutere a lungo, sta portando con sé l'ormai nota caduta a picco dei titoli in borsa e la contaminazione dei mercati.
Riaffiorano i timori sulla solidità dei debiti sovrani, sull'affidabilità di un paese piuttosto che dell'altro, e l'ingranaggio che genera spavento gira a pieno regime. Sembra quasi che in molti siano affascinati dal crollo. Il gregge degli esperti appare sugli schermi televisivi per spiegare che c'è ancora molto da temere (piuttosto che sperare) e che il peggio deve ancora arrivare.
Mi ha sorpreso che tutte le analisi confluissero nella stessa direzione, e che
in pochi tentassero di spiegare razionalmente e serenamente come stanno le cose. Ma come quando, in amore, si è preda del fascino della tragedia mi chiedo: si ha veramente voglia di ascoltare un discorso basato sulla ragione? Non è forse naturale farsi tentare dal vortice della cattiva sorte, della caduta?
Le dicerie più folli vengono rilanciate nelle piazze finanziarie e nei media, si moltiplicano allo stesso ritmo con cui i mercati, presi dal panico, crollano. Ci vedo un solo segnale positivo:
il necessario richiamo, brutale e imperativo, a rimettere in ordine le nostre finanze pubbliche. Il nostro paese è in deficit cronico dalla seconda metà degli anni '70.
Non c'è in questi anni un governo, di qualsiasi appartenenza politica, che non abbia ceduto all'uso del deficit, aumentando il debito, nutrendo così l'idea che i francesi hanno dello Stato-provvidenza e dell'assistenzialismo: “A questo penserà lo Stato!”.
In questi anni abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, difendendo con le unghie un modello insostenibile perché troppo caro. Oggi ci viene presentato il conto, e bisogna pagarlo. Tra l'altro c'è solo da rammaricarsi che la “regola d'oro” (il disegno di legge francese che impone il pareggio di bilancio) non venga condivisa dall'intera classe politica. E' in gioco il futuro della nostra nazione.
Nessun governo ha resistito alla tentazione del deficit, allo stesso modo
non ce n'è uno che abbia affrontato le riforme del welfare, della pubblica amministrazione, e dei costi strutturali legati al funzionamento del paese, di cui è nota la profusione e la complessità. Senza mettere in discussione la sincerità del loro operato, è d'obbligo ammettere che i risultati non si sono visti. Tranne per quel riguarda la riforma del sistema pensionistico e il blocco parziale delle assunzioni nella pubblica amministrazione. Oggi quattro misure vanno prese con urgenza:
1. Una riduzione drastica, immediata, del deficit pubblico. Senza aspettare un secondo. Sia tagliando la spesa che limando o sopprimendo sgravi e agevolazioni fiscali. Agire con vigore sin dal 2011 per ridurre il deficit del bilancio attuale e di quelli a venire.
2. Un contributo eccezionale dai più ricchi, i privilegiati, e i grandi patrimoni. Ad alcuni sembrerà curioso che sia il presidente dell'Associazione Francese delle Imprese Private (AFEP) a chiedere un simile provvedimento, ma è a mio avviso indispensabile che siano i più fortunati a dare il via alllo sforzo di solidarietà. Ho sempre considerato che gli stipendi dei grandi manager fossero meritati, alcuni avrebbero anche meritato di guadagnare di più. Con la stessa convinzione ritengo normale che chi, come me, ha avuto la grande fortuna di farcela e guadagnare molti soldi debba oggi svolgere pienamente il suo ruolo di cittadino, partecipando allo sforzo nazionale.3.
Una riforma reale, seria e profonda della pubblica amministrazione e del nostro welfare, per poter ridurre drasticamente la spesa pubblica, destinare fondi alla riduzione del debito pubblico (se necessario anche tramite una campagna di privatizzazioni i cui proventi siano esclusivamente destinati alla riduzione del debito), e investire sul futuro. Bisognerà osare intaccare alcuni servizi che diamo per scontati.
L'indispensabile soppressione del deficit sarà possibile solo attuando le altrettante necessarie riforme in tempi ragionevoli. Si tratta di azzerare il deficit e ridurre la pressione fiscale per riportarla nella media europea.
4. Restituire competitività alla nostra economia. E' stato già detto tutto - o quasi – sulla perdita di competitività della Francia. Ridurre sensibilmente il costo del lavoro che pesa sui salari per riguadagnare il terreno perso e creare le condizioni per generare ricchezza e occupazione nel nostro paese. Non fraintendiamoci:
non si tratta di scelte ideologiche ma di provvedimenti necessari se si vuole spezzare il ciclo del declino economico. E' questo il
rigore? Le parole contano, e questa mi spaventa.
Non so se è la parola più adatta.Per quanto mi riguarda scelgo
il vigore:
quello di un'azione forte, che sarà senz'altro difficile e densa di sacrifici per molti, ma entusiasta, coraggiosa e responsabile. La stessa azione che condurrà alla ripresa; che dà energia e ottimismo alle nostre forze vive; quelle della conquista, dell'innovazione, della creatività, dell'imprenditoria e soprattutto della creazione di posti di lavoro. Allora, e solamente allora, la crisi avrà sortito effetti benefici.
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la versione originale dell'intervento su
Le Monde-Leggi
l'intervista a Repubblica di Luca di Montezemolo