La finta antinomia tra governi tecnici e politici
Oltre le tasse e i tagli
di
Enrico Zanetti ,
pubblicato il 16 agosto 2011
Per molti economisti, l'obiettivo del pareggio di bilancio è una ossessione da commercialisti cresciuti a pane, dare e avere. E' con tassi di crescita superiori al rapporto tra deficit e PIL che si riequilibrano i conti pubblici.
Il deficit, se usato bene, è tanto più prezioso proprio quando vi sono congiunture economiche negative, laddove invece una sua contrazione, mediante riduzione della spesa o aumento delle imposte, può causare una recessione dell'economia.
Tutto talmente vero che, in questi tre anni di profonda crisi, i paesi che hanno potuto hanno chiuso con deficit elevati, rassegnandosi a veder crescere in modo significativo il proprio debito pubblico, pur di sostenere l'economia nazionale.
L'Italia, molto semplicemente, non se lo è potuto permettere, perché il suo debito era già troppo alto, sia in valori assoluti che in percentuale sul PIL.
Se lo facessimo crescere ancora, faticheremmo enormemente a trovare investitori disposti a scommettere che questa mossa sia il preludio ad una fase di crescita più che proporzionale dell'economia e non, invece, la definitiva resa di un Paese incapace di fare i conti con la realtà.
E' chiaro che, se avessimo lavorato con serietà al contenimento del deficit e alle riforme strutturali della giustizia, dell'apparato statale e del fisco negli anni dal 2001 al 2008, difficili, ma assai meno drammatici degli attuali, avremmo avuto effetti recessivi meno perniciosi di quelli che, con ogni probabilità, avremo ora. Non lo abbiamo fatto (anzi, fino al 2006 abbiamo fatto l'esatto contrario) e oggi, rinviando ancora, possiamo solo garantirci prospettive ancora più temibili in futuro.
Naturalmente, nel perseguimento dell'obiettivo del pareggio di bilancio, c'è modo e modo di procedere. Quello del Governo lascia oggettivamente perplessi per tempi e scelte.
In primo luogo, perché il susseguirsi degli annunci e dei cambiamenti di rotta dà la netta sensazione che il Governo non guidi il Paese, ma insegua gli eventi.
In secondo luogo, perché aumenta le imposte assai più di quanto non tagli le spese e, soprattutto, a distanza di tre anni dal suo insediamento, continua a denotare una concezione delle politiche di contenimento del deficit - questa sì - davvero ragionieristica: una mera sommatoria algebrica di tagli e maggiori entrate innestate sull'architettura esistente, quando è palese che a non funzionare è proprio l'architettura, da riformare sul piano strutturale e non soltanto sul piano economico-finanziario, come anche il federalismo fiscale si limita a fare, quando mai lo farà.
In tutto questo, fa sorridere la presunta antinomia tra governi tecnici e governi politici. Questo Paese può tranquillamente fare a meno di un governo tecnico, ma ha assolutamente bisogno di un governo tecnicamente capace.
Dottore commercialista, 38 anni. Svolge la professione con proprio studio in Venezia, è direttore responsabile di Eutekne.Info - Il quotidiano del commercialista e componente del comitato scientifico della rivista Il fisco. Dal 2006 al 2010, è stato professore incaricato presso l'Università Ca Foscari di Venezia per l'insegnamento di Bilancio dei gruppi e delle operazioni straordinarie.