Risposte maldestre a domande mal poste: il risoluzionismo

Una forma nascosta di autoreferenzialità della classe politica

di Michele De Vitis , pubblicato il 10 agosto 2011
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Una questione di metodo. L’intervento dei policy makers in determinati ambiti della vita sociale o economica nasce solitamente dall’emersione reale di un problema, percepito come pubblico, che entra a far parte dell’agenda istituzionale. L’attore politico si comporta dunque seguendo gli stessi criteri che guidano la ricerca scientifica.

Sorto un problema, lo scienziato formula alcune teorie per cercare una soluzione e le sottopone a critica anche per farne nascere di nuove e migliori in caso di mancata soluzione del problema. Parimenti, il politico-legislatore stila alcune proposte di legge che potrebbero essere migliorate con l’ausilio della coscienza critica delle opposizioni o con interventi correttivi successivi all’attuazione del provvedimento adottato.

In questa fase, costantemente ciclica sia nella scienza che in democrazia, gioca un importante ruolo il cosiddetto problem setting, vale a dire l’esatta individuazione del problema reale e la nitida definizione delle sue implicazioni. In tempi di democrazia istantanea, capita molto spesso però che la classe politica incespichi in un errore di metodo che incide negativamente sull’intero ciclo di policy: il risoluzionismo, vale a dire l’ossessiva ricerca della soluzione senza un’adeguata comprensione del problema da risolvere e senza una corretta definizione dei parametri con cui misurare il fallimento o il successo della soluzione prescelta.

Secondo lo studioso Robert Heller, chi incappa nel risoluzionismo si limita a “pensare a un progetto, calcolarne i costi sottostimandoli, calcolarne i vantaggi sopravvalutandoli e, se rimane ancora un margine negativo, concludere valutando i benefici sociali della somma richiesta”. Quest’atteggiamento riguarda principalmente i detentori del controllo dei processi decisionali e rappresenta una degenerazione del decisionismo. Per chi governa un Paese, una regione o un comune, una legge o un’ordinanza possono valere più di una dichiarazione sui giornali e in tv, rassicurando con più rapidità il cittadino elettore.

Il governo e il presidente sono presenti, il governo e il presidente fanno: è questo il messaggio che viene trasmesso grazie all’immediato e talvolta forzato ricorso a strumenti legislativi, come dimostra l’abuso dei decreti legge, adottati ormai in situazioni non solo emergenziali. A questo vincente presenzialismo, però, fa da contraltare la parziale messa a fuoco degli input o dei bisogni della collettività e tale lacuna ha portato a una produzione massiccia di provvedimenti legislativi –in virtù della quale è stato creato addirittura un Ministero per la Semplificazione – e a un elevato numero di problemi lasciati irrisolti e costantemente presenti sia nell’agenda cosiddetta sistemica, composta di problemi pubblici, sia in quella istituzionale, composta di problemi riconosciuti come degni di intervento.

Il fenomeno ha riguardato, frequentemente e al di là del colore dei governi, quei settori, come l’immigrazione o la sicurezza, che per la loro complessità necessitano di chiare e solide inquadrature, ma che al contempo, per la loro vicinanza alla pancia dell’opinione pubblica, suscitano nel ceto politico riflessi incondizionati che portano a decisioni maldestre o incomplete.

Come il mercato, scienza e democrazia hanno in comune una natura fondamentalmente antiautoritaria, dal momento che meglio si sviluppano in presenza di una libera circolazione di idee, informazioni e critiche. Proprio grazie a questa ricchezza, nella fase di problem setting l’attore politico razionale ha la possibilità di prestare più tempo e attenzione alla raccolta di tutti gli elementi necessari per meglio comprendere un problema. Antirisoluzionismo, dunque, non vuol dire che decidere bene sia decidere tardi, ma che decidere bene dopo un’accurata analisi sia decidere, probabilmente, una volta per tutte ed evitare gli eterni ritorni di questioni che rimangono aperte nonostante leggi, leggine e decreti ad hoc.

L’atteggiamento risoluzionista ha preso piede anche nel campo scientifico, specie in quello medico, e ha dato vita a una medicina difensiva che moltiplica i costi e allunga le liste d’attesa ricorrendo a test sanitari inutili. Medici insicuri prescrivono analisi o esami solo per rassicurare pazienti ansiosi e non incorrere in rischi in realtà non tanto elevati, sovraccaricando la tenuta del sistema sanitario.

E alla fine la prospettiva di una politica difensiva, finalizzata al mero mantenimento del consenso, non fa altro che indebolire le potenzialità decisionali delle istituzioni e ridurre di gran lunga risultati e benefici che possono scaturire da una politica pubblica. È questa un’altra chiave di lettura di questa lunga transizione italiana che ha lasciato irrisolte questioni decisive per il futuro del Paese e che ha visto proliferare politiche ipersimboliche nel nome del far sapere e del far credere.



Dottorando in Teoria Politica alla Luiss Guido Carli, svolge attività di ricerca presso il Laboratorio di Analisi Politica nella stessa università. E' autore di studi e pubblicazioni sul ricambio della classe politica.


tag:  decidere   problema   soluzione   metodo   policy  


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