I dati pubblicati alcuni giorni fa dall’
Istat sulla povertà in Italia hanno suscitato un acceso dibattito sui mass-media. Raramente il clamore mediatico si accompagna però ad una analisi attenta di cosa ci dicono i dati.
C’è oggi più povertà in Italia rispetto a dieci-quindici anni fa? La disuguaglianza è cresciuta nel nostro paese? E che indicazioni trarne per le scelte di politica economica?I dati Istat si riferiscono allo stato di “povertà relativa”, intesa come la frazione della popolazione che è al di sotto di un livello di
consumi accettabile (la metà dei consumi del cittadino medio). Essi riflettono quindi il grado di
disuguaglianza dei consumi nel nostro paese. Prima domanda: la povertà relativa (nei consumi) è cresciuta in anni recenti? La risposta è no, ma, argomentiamo qui, c’è poco da festeggiare. Il fatto che la povertà relativa sia rimasta stabile è facilmente desumibile osservando che la frazione di famiglie povere oscilla da vari anni (almeno a partire dal 1999) tra il 10,5% e il 12%. Con leggeri incrementi o riduzioni di anno in anno che tuttavia non rivelano una tendenza generalizzata all’aumento. Più in generale, guardando anche a famiglie non povere,
la disuguaglianza dei consumi nel nostro paese, dopo essere cresciuta negli anni Novanta, è rimasta grosso modo stabile nell’ultimo decennio.
Perché, tuttavia, c’è poco da festeggiare? Anzitutto, perché se da un lato la disuguaglianza dei consumi è cresciuta relativamente poco negli ultimi venti anni,
non si può dire lo stesso della disuguaglianza dei redditi. Come mostrato in un interessante studio sull’autorevole rivista americana
Review of Economic Dynamics1, negli ultimi venti anni in Italia la disuguaglianza dei redditi
è cresciuta molto più vistosamente della disuguaglianza dei consumi e della disuguaglianza della ricchezza patrimoniale (case e attività finanziarie). Il fatto che la povertà relativa, calcolata guardando ai consumi, non sia aumentata “nasconde” quindi il fatto che la disuguaglianza dei redditi è cresciuta notevolmente negli anni Novanta (per effetto anche del fenomeno del precariato nel mercato del lavoro) e
nell’ultimo decennio è poi rimasta a livelli più alti di paesi paragonabili.
Come spiegare il fatto che i consumi siano divenuti “meno diseguali” dei redditi nel tempo? Qui le interpretazioni sono molteplici, ma un ruolo può averlo certamente giocato
la maggiore tendenza a indebitarsi delle famiglie italiane. In effetti, come mostrato dalle statistiche della Banca d’Italia, il debito delle famiglie italiane, tradizionalmente basso rispetto ad altri paesi fino alla fine degli anni Novanta, è aumentato sensibilmente negli ultimi dieci anni. In altre parole, secondo questa interpretazione,
alla crescita della disuguaglianza nei redditi indotta dalla maggiore instabilità dei redditi, le famiglie italiane relativamente più povere avrebbero risposto indebitandosi di più per mantenere un livello di consumi non troppo dissimile da quello di famiglie più benestanti.
C’è un secondo motivo per cui c’è poco da festeggiare. Le famiglie povere, ci dice l’Istat, sono soprattutto al Sud, sono spesso famiglie numerose, con basso livello di istruzione del capofamiglia e con disoccupati nel nucleo familiare. Se però andiamo a guardare il
profilo per età e per istruzione dei poveri, emergono segnali meno scontati e alquanto allarmanti. Rispetto alla fine degli anni Novanta, si manifesta una certa
tendenza alla riduzione del tasso di povertà tra gli anziani (la frazione di ultrasessantacinquenni poveri è scesa dal 16% nel 1999 al 12% nel 2010),
una incidenza della povertà invariata per i cinquantenni, e un qualche incremento della povertà tra le fasce più giovani (fino a 44 anni). Quindi la povertà in Italia è un
fenomeno relativamente più giovanile rispetto a dieci-quindici anni fa. Inoltre, rivelano i dati, si manifesta una certa tendenza, anche se non marcata, ad un
aumento della povertà anche tra i diplomati e i laureati.
Queste tendenze possono rispecchiare il fatto che i)
il divario tra i salari dei cinquantenni e quello dei trentenni si è fortemente ampliato negli ultimi vent’anni; ii) a differenza che negli Stati Uniti,
la forbice tra i salari dei lavoratori più qualificati e quelli dei lavoratori meno qualificati è rimasta pressoché immutata. In altre parole, non solo la povertà in Italia sembra avere un volto più giovane che in passato, ma
l’istruzione non svolge quel ruolo di ascensore economico-sociale che dovrebbe ricoprire. Sintomi di un paese bloccato, in cui le giovani generazioni sono sempre più deboli e la mobilità sociale e le opportunità per i giovani sono ostacolate dall’
assenza di “ascensori sociali” efficaci, come appunto un sistema scolastico e universitario ben collegato al mondo del lavoro.
Ancora una volta, tutte queste osservazioni chiamano in causa la
necessità di riforme strutturali, di cui il nostro governo sembra essersi dimenticato nell’ultimo decennio. A partire da una
riforma del mercato del lavoro che, riscrivendo il diritto del lavoro,
riduca l’instabilità dei redditi e affronti seriamente il problema del precariato, specie giovanile. La lotta alla povertà e alla disuguaglianza richiede scelte forti e riforme strutturali. Oggi.
1 Tullio Jappelli & Luigi Pistaferri, 2010, "Does Consumption Inequality Track Income Inequality in Italy?",
Review of Economic Dynamics, vol. 13(1), pagine 133-153.