Disoccupati e preoccupati

Uno studio sul costo psicologico della disoccupazione

di Isolina Rossi , pubblicato il 28 luglio 2011
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Quanto è nociva la disoccupazione? O meglio, quanto è dannosa la disoccupazione a prescindere dalla perdita di flussi di reddito, presenti e futuri, cui dà luogo? Il nostro studio, condotto su dati Eurobarometro, analizza le risposte di circa un milione d’individui e dimostra come gli oneri della disoccupazione non riguardino solo una dimensione monetaria.

La perdita di benessere materiale (perdita reddituale) è solo una piccola componente del costo sostenuto da chi è disoccupato: la perdita di benessere ‘psicologico’ ha un forte impatto a livello individuale e sociale e spesso non è considerata in misura adeguata. Il disagio sociale creato dall’incremento del livello di disoccupazione in Europa negli ultimi anni trova il suo micro-fondamento nel malessere psicologico vissuto dai singoli individui che non sono più in grado di soddisfare i propri bisogni individuali (per es. sicurezza, status, auto affermazione etc.).

Per questo motivo é necessario indirizzare gli sforzi verso politiche che producano occupazione più che nella definizione di nuovi meccanismi redistributivi destinati a mitigare gli effetti del calo di reddito tra gli individui senza lavoro. Nel bacino dei disoccupati, gli individui che registrano il calo di benessere maggiore sono gli uomini e i soggetti appartenenti alla fascia di età tra i 42 ed i 64 anni.

L’aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro e il cambiamento nei modelli di struttura familiare non hanno aiutato a distribuire diversamente il pesante costo della piaga sociale europea condannando gli uomini a essere il principale bersaglio della depauperazione emotiva derivante dall’inattività lavorativa. Complice del risultato potrebbe essere il fatto che sono proprio gli uomini a essere i principali percettori di reddito nei nuclei familiari di molti paesi europei, perdurando sovente un modello di uomo-capofamiglia.

Ma quale altra valenza informativa, in termini di prescrizioni di policy, hanno i dati con cui la Commissione Europea valuta l’andamento dell’opinione pubblica da diversi anni? Come richiamato sopra, i risultati suggeriscono come gli individui più colpiti quando disoccupati non sono i giovani ma quelli appartenenti alla fascia di età tra i 42 ed i 64 anni.

Le difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro presenti in molti paesi europei, acutizzando la drammaticità della piaga dei senza lavoro, condannano molte persone a lunghi periodi di inattività e rendono più onerosa la gestione economica del nucleo familiare e della propria vita in genere.

Sono proprio questi ultimi ad avere bisogno di una tutela lavorativa maggiore al momento della perdita del posto di lavoro. I risultati avvalorano l’idea del contratto unico a tutela progressiva, il nuovo strumento contrattuale costruito sull’intelaiatura delle proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, candidato a diventare la forma tipica di prima assunzione per molti lavoratori.

La nuova proposta presenta similitudini con alcune fattispecie contrattuali presenti in alcuni ordinamenti europei (il Contrat Nouvelles Embauches francese) e permette di conciliare tutela lavorativa e flessibilità. Restituendo unità al sistema del lavoro, il contratto unico riduce le disparità su più dimensioni: da una parte, permette di superare il dualismo tra lavoratori che godono di tutela e quelli che invece non ne hanno in nessun forma; dall’altra, riduce la segmentazione tra lavoratori anziani e giovani, favorendo questi ultimi sin dalla fase iniziale del loro ingresso nel mercato.

La nuova struttura contrattuale supporta, da una parte, il lavoratore con una tutela crescente nel tempo, anche nella fase caratterizzata generalmente da un basso grado di protezione, e dall’altra, le imprese garantendo loro un giusto livello di flessibilità. L’ipotesi di contratto unico a tutela crescente gode di consenso trasversale e potrebbe rappresentare un punto di partenza per una nuova azione riformatrice capace di incidere strutturalmente sul mercato del lavoro italiano.




tag:  disoccupazione   contratto unico   precarietà   flessibilità   mercato del lavoro  


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#1 da Stefano Costantino, inviato il 28/7/2011
In Italia temo ci sia un eccessivo focus sulla mancanza di lavoro per i giovani, ignorando il dramma di persone che nonostante le loro competenze e la loro esperienza si sono trovati senza lavoro. Come formatore in corsi professionali, ne incontro molti, in genere più donne che uomini, e mi capita di confrontarmi con il loro disagio. Sono pertanto daccordo con l'idea di considerare il problema della disoccupazione come fenomeno globale e non affrontarlo con politiche per fascia. C'è sicuramente il problema di fornire un primo passo ai giovani, ma esiste anche il problema di chi deve ricollocarsi e riaccedere al mercato del lavoro. Una minore frammentazione dei contratti penso possa essere già un passo avanti, e non solo in termini occupazionali ma anche meritocratici. Il punto credo stia anche nella possibilità di rendere meno complesso il fare impresa in Italia. Senza un'espansione della domanda è difficile pensare di poter riassorbire forza lavoro. E ciò che è peggio, non possiamo più pensare di sviluppare una politica basata sulla sovvenzione pubblica come nel passato, ma occorre inventarsi mezzi indiretti.



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