Quanto è nociva la disoccupazione? O meglio,
quanto è dannosa la disoccupazione a prescindere dalla perdita di flussi di reddito, presenti e futuri, cui dà luogo? Il nostro studio, condotto su dati Eurobarometro, analizza le risposte di circa un milione d’individui e dimostra come
gli oneri della disoccupazione non riguardino solo una dimensione monetaria.
La perdita di benessere materiale (perdita reddituale) è solo una piccola componente del costo sostenuto da chi è disoccupato:
la perdita di benessere ‘psicologico’ ha un forte impatto a livello individuale e sociale e spesso non è considerata in misura adeguata. Il disagio sociale creato dall’incremento del livello di disoccupazione in Europa negli ultimi anni trova il suo micro-fondamento nel
malessere psicologico vissuto dai singoli individui che non sono più in grado di soddisfare i propri bisogni individuali (per es. sicurezza, status, auto affermazione etc.).
Per questo motivo é
necessario indirizzare gli sforzi verso politiche che producano occupazione più che nella definizione di nuovi meccanismi redistributivi destinati a mitigare gli effetti del calo di reddito tra gli individui senza lavoro. Nel bacino dei disoccupati, gli individui che registrano il calo di benessere maggiore sono
gli uomini e i soggetti appartenenti alla fascia di età tra i 42 ed i 64 anni.
L’aumento della partecipazione delle donne alla forza lavoro e il cambiamento nei modelli di struttura familiare non hanno aiutato a distribuire diversamente il pesante costo della piaga sociale europea condannando
gli uomini a essere
il principale bersaglio della depauperazione emotiva derivante dall’inattività lavorativa. Complice del risultato potrebbe essere il fatto che sono proprio gli uomini a essere i principali percettori di reddito nei nuclei familiari di molti paesi europei, perdurando sovente un modello di uomo-capofamiglia.
Ma quale altra valenza informativa, in termini di prescrizioni di policy, hanno i dati con cui la Commissione Europea valuta l’andamento dell’opinione pubblica da diversi anni? Come richiamato sopra, i risultati suggeriscono come gli
individui più colpiti quando disoccupati non sono i giovani ma quelli appartenenti alla fascia di età tra i 42 ed i 64 anni.
Le
difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro presenti in molti paesi europei, acutizzando la drammaticità della piaga dei senza lavoro, condannano molte persone a
lunghi periodi di inattività e rendono
più onerosa la gestione economica del nucleo familiare e della propria vita in genere.
Sono proprio questi ultimi ad avere
bisogno di una tutela lavorativa maggiore al momento della perdita del posto di lavoro. I risultati avvalorano l’idea del
contratto unico a tutela progressiva, il nuovo strumento contrattuale costruito sull’intelaiatura delle proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, candidato a diventare la forma tipica di prima assunzione per molti lavoratori.
La nuova proposta presenta similitudini con alcune fattispecie contrattuali presenti in alcuni ordinamenti europei (il Contrat Nouvelles Embauches francese) e permette di
conciliare tutela lavorativa e flessibilità. Restituendo unità al sistema del lavoro, il contratto unico riduce le disparità su più dimensioni: da una parte, permette di
superare il dualismo tra lavoratori che godono di tutela e quelli che invece non ne hanno in nessun forma; dall’altra,
riduce la segmentazione tra lavoratori anziani e giovani, favorendo questi ultimi sin dalla fase iniziale del loro ingresso nel mercato.
La nuova struttura contrattuale supporta, da una parte, il lavoratore con una
tutela crescente nel tempo, anche nella fase caratterizzata generalmente da un basso grado di protezione, e dall’altra, le imprese garantendo loro un
giusto livello di flessibilità. L’ipotesi di contratto unico a tutela crescente gode di
consenso trasversale e potrebbe rappresentare un
punto di partenza per una nuova azione riformatrice capace di incidere strutturalmente sul mercato del lavoro italiano.
